Noa, il diritto di andare via, il dovere di restare (di V. Macioce)

Il caso di Noa visto da Vittorio Macioce. Non eutanasia. Ma suicidio. Che riporta al centro della discussione le scelta di chi non ne può più. Ed ha il diritto di andare via. Ma il dovere di restare: perché si può sempre essere di aiuto agli altri

Vittorio Macioce
Vittorio Macioce

Il Giornale - Caporedattore Ed. Roma

Non si può giudicare la morte. Noa Pothoven aveva diciassette anni e da tempo aveva deciso che la sua vita era peggio di nulla. Si è lasciata morire, non con un colpo solo, ma giorno dopo giorno, rinunciando all’acqua e al pane, con la tenacia di chi cerca disperatamente quel posto dove gli sfiniti trovano pace. Noa ha preferito morire perché qualcuno le ha devastato il corpo e l’anima quando era una bambina.

Stupro. «Avevo undici anni quando tutto è iniziato». È quello che scrive nella sua autobiografia Vinci o impara. «Ero già una perfezionista. A scuola volevo fare tutto nel modo migliore possibile. Era il mio modo di cancellare quello che mi avevano fatto. Eppure ero ancora abbastanza normale. Poi a 14 anni mi hanno stuprato altre due volte. Da allora non è rimasto più nulla della mia vita».

Noa ha deciso che doveva morire. Non ha chiesto il permesso a un tribunale. Non si è appellata allo Stato. Ha bussato a una clinica specializzata nella «dolce morte» e i medici le hanno risposto di no. «Sono troppo giovane. Mi hanno detto di completare le mie cure. Non ce la faccio».

Noa è morta da sola, davanti ai suoi genitori, disperati, impotenti, incapaci di trovare una risposta. È la sconfitta della famiglia, ma soprattutto è la tragedia di un padre e di una madre che non sapevano cosa fare. Non ne avevano la forza. È la stessa Noa che lo confessa, con l’ultimo post su Instagram: «Entro dieci giorni morirò. L’amore è lasciar andare».

Nessuna forzatura. L’hanno vista sempre più magra, sempre più trasparente, fino a quando ha smesso di respirare. Se questo è amore è stato davvero atroce, ma la morte non si può giudicare. Neppure quella di una figlia. È questo il senso della storia di Noa. Non ci può essere una discussione etica e filosofica sulla vita e sulla morte. Non è un caso di eutanasia. Non tira in ballo lo Stato. Riporta la questione sulla scelta di lasciarsi morire al livello dell’individuo e mette da parte il resto. La morte torna un affare personale.

Abbiamo chiesto in questi lunghi anni allo Stato di dare una risposta sulla vita e sulla morte. Dacci il diritto a morire. Può farlo? Non lo so. Forse è una domanda che non è saggio fare. Che ne sa in fondo lo Stato della vita e della morte? Che profondità morale ha per rispondere?

E se davvero dovesse rispondere che potere diamo a questa entità che in fin dei conti non ha nulla di metafisico e neppure di umano? Può scegliere al posto di Noa? Può condannare la resa dei genitori? Forse no.

La verità è che il suicidio, perché di questo si tratta, è una questione maledettamente privata. Non si può giudicare la morte di chi non ne può più della vita.