Non ci resta che vincere (di E. Ferazzoli)

In fondo, obbligarci alla vittoria – non importa con quale risultato – è il più grande regalo che la squadra di Stellone potesse farci. E ora non ci resta che vincere

Elisa Ferazzoli

Giornalista in fase di definizione

Non è più questione di serie A. Qui si tratta di orgoglio, di appartenenza, di mandare all’aria quel trend negativo che contro il Palermo ci dà sconfitti in partenza.

Nei sette incontri precedenti, un solo pareggio e sei sconfitte del Frosinone. L’ultima quella di mercoledì, di fronte ad un Barbera che non fa sold out nonostante i prezzi popolari ma che per 95’ si trasforma in una bolgia.

Una fossa infernale in cui il canto ininterrotto di tutto lo stadio è spezzato “solo” da 30.000 fischi sincronizzati ogni volta che il Frosinone tocca palla: prova a ripartire, ad impostare il gioco che semplicemente prova ad esistere. Ogni volta che Dionisi cade a terra sotto i colpi dei rosanero e sotto lo sguardo “all’inglese” di Chiffi. Piovono fischi anche quando Gori rimedia un sonoro schiaffone a gioco fermo e a due passi dall’arbitro che oltre ad essere inglese e pure ceco.

 

Un frastuono asfissiante. Uno stadio che è pensato per toglierti il respiro con quel suo costone di roccia imponente e inverosimile; con quegli spalti a picco sul campo e studiati affinché chi in quello stadio gioca da ospite si senta costantemente oppresso dal tifo avversario.

 

Non è stato facile per i ragazzi di Longo. Perché essere professionisti non ti mette al riparo dalle pressioni che un banco di prova determina, non ti rende indenne dalle emozioni di una finale. Dal desiderio di azzittire quei fischi e dalla fatica che senti quando stai dando tutto ma quel tutto non basta perché i cambi a disposizione sono limitati. Perché strada facendo hai perso la metà dei titolari per infortunio, perché alla gran parte di quei cuori gialloblu che per un’intera stagione ti ha seguito ovunque è stato vietato di andare. E sei solo contro il più temibile degli avversari.

 

Semplicemente eroici. Perché Dio solo sa quanto cuore, coraggio e lucidità ci sono voluti per non capitolare di fronte al Palermo migliore della stagione. E in fondo obbligarci alla vittoria – non importa con quale risultato – è il più grande regalo che la squadra di Stellone potesse farci.

 

È arrivato il momento di pretendere ciò che spetta di diritto. È il momento di restituire schiaffi e fischi. Di ammutolire chi pensa di aver già vinto, chi si sente 20 volte più forte e magari più furbo.

Alzatevi in piedi, affinate la voce, scaldate le mani. Preparatevi a cantare. Riserviamo al Palermo la stessa accoglienza vista mercoledì, diamo ai nostri uomini in campo una ragione in più per aggredire, facciamoli sentire invincibili, sentiamoci invincibili. Restituiamo loro gli applausi che avrebbero meritato se fossimo stati tutti là.

 

Che il campo e gli spalti dello Stirpe diventino un’arena, un corpo unico e un unico cuore. A testa alta, perché non siamo inferiori a nessuno. Perché le guerre si vincono solo sei disposto a combattere fino alla fine. Perché questa volta dipende solo da noi.

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