Non fate andare via pure questi

Foto: © AG. ICHNUSAGRAPHIK

In provincia di Frosinone ci sono decine di progetti per la riapertura o lo sviluppo di fabbriche già attive. La burocrazia lenta e la mancanza di chiarezza sta iniziando ad allontanare gli investitori. I 7 casi di Anagni. L'ora delle certezze: che nessuno vuole dare

Il bicchiere mezzo pieno sta nelle prime righe. Annunciano “Il progetto prosegue, i traguardi economici previsti sono stati raggiunti, c’è la possibilità di ulteriori investimenti a breve per potenziare quanto già fatto». La metà vuota del bicchiere sta nella frase successiva: “A raffreddare l’entusiasmo è la burocrazia italiana, incredibilmente lenta e dai riti poco comprensibili agli stranieri“. Sta tutto qui il dramma di un territorio che annaspa sull’orlo tra resurrezione e abisso. Gli investitori stranieri che hanno reso possibile in due anni il salvataggio per centinaia di lavoratori ex Ceramiche Marazzi ed ex Ideal Standard sono soddisfatti del progetto cucito da Francesco Borgomeo che ha portato alla nascita del primo eco distretto della ceramica green nel centro Italia ma non c’è alcuna certezza che siano pronti a replicarlo su altri impianti.

Non è un problema di soldi. Hanno una liquidità sconfinata, realtà come Blue Bay Investment e Bardin Hill, membri del club di investitori italiani ed internazionali catalizzati da Flexagon Capital di Londra intorno al progetto sviluppato tra Anagni e Roccasecca.

Nemmeno è un problema di progettualità: i buyer presenti a fine giugno a Palazzo del Grillo a Roma hanno commissionato sampietrini e gres porcellanato green made in Ciociaria in quantità tali da considerare già venduta tutta la produzione da qui alla fine dell’anno. (leggi qui Top & Flop * Giovedì 27 giugno 2019). E l’operazione è talmente grossa da avere suscitato un nuovo interessamento di Marazzi (leggi qui Ceramiche Marazzi torna in Saxa Gres: e studia i conti).

Se i trend saranno confermati, tra non molto (in tempi industriali, naturalmente) sarà necessario ampliare il progetto: aumentando le linee (nella migliore delle ipotesi), sviluppando sistemi di alimentazione più green ed economici (altrimenti sarà impossibile fronteggiare la concorrenza), realizzando un casello autostradale dedicato (già progettato a Roccasecca).

Il problema sta in una sola domanda: quanto tempo occorre per realizzare tutto questo in provincia di Frosinone? Siamo sicuri che sia concorrenziale rispetto allo stabilimento ex Villeroy Boch che è già stato offerto al gruppo Borgomeo praticamente gratis in cambio del recupero delle professionalità? E perché gli emissari del gruppo con sede ad Anagni stanno volando con sempre maggiore frequenza in Turchia?

Qui non si sta parlando di scorciatoie. Il rispetto assoluto e totale delle regole è il presupposto. Ma sono i tempi a non convincere. Ed i tempi lunghi non sono sinonimo di controlli maggiori e più approfonditi. Lo ha ricordato il ministro Gianmarco Centinaio intervenendo giovedì all’Assemblea Nazionale dei Consorzi di Bonifica Italiani. Ha evidenziato che «c’è un’Italia a quattro velocità: abbiamo chiesto progetti immediatamente cantierabili per la difesa del suolo che eravamo pronti a finanziare. Ci sono state alcune regioni che hanno risposto in tempi più rapidi di quelli del Ministero. E ci sono regioni che nemmeno ci hanno risposto, nonostante le abbiamo sollecitate».

Facciamo un esempio. Se si decidesse di allargare la produzione nel sito Saxa Gres di Anagni, in piena Valle del Sacco, chi è pronto a certificare cosa c’è nel suolo dell’area individuata per l’espansione? Chi è disposto ad assumersi la responsabilità di fare una certificazione, nella consapevolezza che andrà ad infilarsi in una lunga e costosa guerra tra periti chimici di parte e di tutte le autorità che pur di stare con la schiena parata inizieranno a sollevare problemi?

Il territorio della Valle del Sacco ha bisogno urgente di risanamento. E di nuova industria. Entrambi si possono realizzare solo in presenza di certezze: sono quelle che oggi bloccano ben 7 progetti di insediamento e/o ampliamento presentati al Comune di Anagni. Occorre con urgenza un chiarimento definitivo: sulle norme (non è possibile che oggi chiunque, imprese o magistratura, siano legittimati ad ‘interpretare’ innescando una spirale infinita che pochi mesi fa ha portato addirittura ad interpellare la Corte Europea per sapere se interpretavano bene i consulenti dei magistrati italiani oppure i consulenti delle imprese).

Occorre con urgenza un percorso chiaro e univoco: non è possibile che se un’impresa assesta un colpo di piccone si trova subito accanto l’ispettore dell’Arpa (e va bene), i carabinieri forestali (e va benissimo), la Asl (ma non vi parlate con l’Arpa?), le guardie ecologiche (anche le associazioni di volontariato hanno diritto di capire e sapere), i vigili urbani (ma sono già passati i Forestali), la polizia provinciale (pure voi?), l’ispettorato regionale, la vigilanza sul Sin e chi più ne ha più ne metta.

E, in tutto questo, chi deve mettere una firma non lo fa: perché l’omessa firma può sempre essere spacciata per prudenza, la firma messa con rapidità è sempre vista con sospetto. Vedasi il processo ancora aperto a carico dell’ex presidente della Provincia Peppe Patrizi perché durante il suo mandato, dopo un vertice in prefettura con industriali e tecnici, venne sviluppato un percorso che consentiva di avere il si o il no agli aspetti ambientali dei progetti in tempi rapidi.

Servono controlli seri, rigorosi, ancora più di quelli attuali. Per continuare ad impedire che questo angolo di Italia possa diventare una nuova Terra dei Fuochi. Per continuare a tracciare un solco tra le imprese green che vogliono sviluppare nella legalità, e chi che vuole solo interrare veleni.

Nella confusione, nell’incertezza, nella possibilità di interpretazione, si agitano troppe ombre. Che rischiano di allontanare gli investitori pronti a scommettere sul territorio.

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