Non può piovere per sempre (Il caffè di Monia)

Contadino, operaio, impiegato, co.co.co oppure co.co.pro.: a limitarci non è il lavoro ma il modo in cui lo interpretiamo.

Monia Lauroni

Scrivere per descrivere

Il caldo ad agosto e la neve d’inverno sono sempre fonte di innocente stupore. Passano gli anni, diventiamo grandi. Cambiano le mode e cambiano in fretta. Ma dopo il tumulto per il caldo feroce dell’estate, si spanderà sempre l’innocente sorpresa per la pioggia di settembre.

Questa cosa quasi mi commuove. Ho una famiglia caotica e di femminile esuberanza che mi consente poco di stare a crogiolarmi sui disagi esistenziali derivanti dal meteo e le stagioni. In questo momento della mia vita misuro la temperatura in base agli strati di vestiti a cui sottopongo le mie figlie e sono basicamente tre: senza giacca, con giacca o vestite direttamente da eschimesi.

Nel corso degli anni anch’io ho adattato i miei vestiti e gli stati d’animo al tempo. Diventando la rappresentazione sistemica del disagio climatico. Oltre mezzo secolo fa, il  mio bisnonno diceva a mio nonno di trovarsi un lavoro in fabbrica, perché la vita del contadino non era dura ma durissima e se pioveva troppo o troppo poco, o grandinava o chissà che altro era capace che si moriva di fame.

Mio nonno cinquant’anni fa diceva a mio padre di trovarsi un lavoro da impiegato, perché lavorare in fabbrica non era duro, era  durissimo, ci si ammalava, si faceva fatica e a volte si moriva, schiacciati da una pressa o di cancro. E viaggiare alle quattro del mattino con la stessa tuta che ci fosse il sole o la neve non era duro ma durissimo.

Mio padre mi ha sempre detto di studiare che fare l’impiegato non è che è duro, ma limitante e poi le ferie te le danno sempre quando piove. Io ci ho provato a studiare, ma è che di Bernacca me ne sono sempre fregata. Allora ho fatto molti lavori e  oggi sono qui, con meno stabilità di quella che aveva mio padre, è vero. Sembro più mio nonno, a chiedermi se grandinerà o uscirà il sole. Ho fatto lavori che richiedevano dedizione, flessibilità, misti a senso di responsabilità e creatività e a volte anche un’insospettabile dose di fatica fisica, che è un elemento che a fine giornata dà soddisfazione. 

Di norma chi fa lavoro intellettuale in media è disprezzato. Quindi io metto in funzione alternativamente mani e cervello, così resto sempre agli occhi di chi giudica, sulla cresta dell’onda. O forse lo faccio solo perché sono mediocre con entrambi.

In passato ho fatto parte di quel ristretto gruppo di persone che per una volta nella vita che ha lavorato con contratto a progetto, per mettere insieme uno stipendio decente, andava poi a spinare birre fredde se il meteo prometteva il sole, tè bollente se prometteva pioggia, sei sere su sette.

Ero giovane allora. Irresponsabile e fiduciosa. Finché non mi è entrò nella zucca che ero io la cretina, perché il resto dei precari cococo e cocopro la sera tornava a casa dai suoi, così almeno non pagava l’affitto e quasi quasi poteva permettersi di lavorare anche per la metà dei soldi che prendevo io. Era il nuovo proletariato, quello cognitivo. Lungimirante, prudente e responsabile.

Quando capii che quel sol dell’avvenire a tempo determinato andava sfruttato diversamente, il contratto esaurì i suoi giorni. In fondo quella vita miope dei bei tempi andati tante volte mi ha salvata. E ancora oggi dopo lo stupore per il caldo feroce dell’estate, mi riscopro sempre innocentemente sorpresa per la pioggia di settembre. 

Intanto fuori le nuvole passano silenziose. Come le ore, come le occasioni. Come gli altri.

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