Valona, Anagni, Berlino: Franceska e la fame di non accontentarsi mai

Ragazzi in movimento. Per i quali partire è vivere un viaggio. Lo scenario minimo si chiama Europa. Proviamo a raccontarne le storie. Come quella di Franceska: dall'Albania ad Anagni, per finire gli studi a Berlino. In un eterno viaggio.

Romina

Romina vuole raggiungere Selmar per fargli conoscere la loro piccola. Lui non ne vuole sapere, e gliel’ha detto: “Crescila tu, io me ne tiro fuori. Per di più è femmina e dovrei starci ancora più attento“. Lei stessa non voleva saperne, aveva addirittura comunicato alla sua famiglia l’intenzione di non portare a termine la gravidanza.

La maternità spaventa Romina dopo che il suo primogenito è morto annegando in un fiume. Aveva solo tre anni.

L’aborto in Albania non è tuttavia nel 1995 una decisione incentrata sul volere della gestante quanto su quello delle nonne e delle zie tutte. È la famiglia di Romina ad insistere perché porti a termine la gravidanza. A novembre la bimba nasce.

Dopo tre anni, con la furia di un santo nei piedi, Romina lascia il porto di Valona. Lo scafo arriva, lo scafo ritorna. Lo scafo arriva, lo scafo ritorna. Lo scafo arriva, lo scafo ritorna. Lo scafo arriva, lo scafo ritorna. È passato un anno dal primo tentativo. Lo scafo arriva. Il nono viaggio viene presumibilmente condotto in una giornata di mare mosso e di brutto tempo. Certo, ci sono volute due ore di viaggio in più, ma gli scafisti ormai sanno che la Guardia di Finanza con tempeste del genere effettua meno controlli. È il 1998, Franceska ha tre anni ed è un habitué del Mar Adriatico.

In genere la traversata è gestita da due scafisti: uno guida, uno accompagna i passeggeri fino alla stazione dei treni. Alle volte ci si incontra con carovane di parenti accorsi da tutto lo stivale per dare il benvenuto nel paese della Fuffa. “Eccoci” dice l’accompagnatore rivolgendosi ai poveri cristi del giorno, “siamo arrivati”. Rovena getta attorno i suoi occhi: uno nero di rabbia contro una vita che non va come le pare, uno color perseveranza che l’ha guidata nella sua corsa alla famiglia. Selmar è lì giù in macchina. Lei stringe la mano alla sua bambina e si avvia. Sbatte la portiera sposta la sua vita in provincia di Frosinone.

Selmar

Franceska ha già fatto esperienza di quanto sia malriposta la buona sorte nel mondo, dondolando su un peschereccio che ha fatto avanti e indietro tra la frottola di chi raccontava una Svizzera dei Balcani e la frottola di chi raccontava un’Italia in cui la gente si arricchisce partecipando ai quiz televisivi.

Siede pacifica in grembo a sua madre e non avverte lo sguardo del padre che la ispeziona attraverso lo specchio retrovisore. Puzza inevitabilmente di mare, di sudore, di speranza e di merda di gabbiano.

È successo una volta, non succederà più. Ma se mi distraessi?
Ho paura risucceda” pensa Selman. Non potrei sopportarlo un’altra volta. Continua ad intercettare lo sguardo di quella creatura, continuando a rifiutarsi di riconoscerla come la sua stessa creazione. Probabilmente era scappato in Italia non solo assecondando l’esodo biblico di un popolo in viaggio verso Mike Bongiorno. Probabilmente era scappato in Italia per cercare aria pulita, dove lavorare duro ed arrivare alla sera stremato e puzzolente di sudore, non più del suo bambino morto.

Sposta lo sguardo dagli occhi di sua figlia agli occhi di sua moglie. I muscoli orbicolari contratti mentre fissa la strada. La sua testa si sposta, i loro occhi si incontrano. Tana libera tutti. Clandestina, ma pur sempre famiglia.

Gli anni passano sveltissimi, i rumeni danno il cambio agli albanesi, i marocchini danno il cambio ai rumeni ed i nigeriani danno il cambio ai marocchini. Ci si passa lo status di ultima ruota del carro. Non devi disperare quando sei un immigrato, devi solo aspettare di passare di moda. Scoppierà un’altra guerra in un altro paese e verrà qualcuno a darti il cambio. Selmar e Romina sono per di più onesti lavoratori e non riscontrano grandi problemi nell’integrarsi.

Questo per Franceska significa poter correre in piazza, tra le strade di Anagni, con i suoi amichetti come se il suo nome fosse scritto con la c piuttosto che con la k. È un’infanzia qualsiasi.

Franceska

L’uscio di casa è un portale fra due mondi: in uno ci si chiede si jeni?, in un altro ae comm iamm? Fuori dal portone le comari hanno un’idea molto più puntuale della tua di quanti e quali ragazzini ti abbiano corteggiato. Dentro casa invece c’è nonna che ti ammonisce dicendo “nxitoni ose askush nuk do të martohet me ju!” (cioc.: movt ca sennó n’ t’ s piglia cchù niciun) anche se hai sedici anni. Sei albanese e femmina quindi muoviti a trovare marito, prima di sfiorire, almeno.

Franceska ormai ha in mano un diploma e un mal di pancia. La mamma la guarda in faccia e sentenzia che si tratta di fame generazionale. Devi essertela beccata in uno dei nostri viaggi per Brindisi. È la stessa fame che aveva tuo padre quando si è trasferito qui e la stessa fame che avevo io quando ho attraversato il mare per farvi conoscere. È la fame dell’uomo che si sposta intuitivamente verso il miglioramento. È il gene del malcontento. Significa che devi andare.

«Non c’è niente da mangiare lungo il Corso del paesello. Non c’è niente da mangiare nei tavoli dei bar. Non c’è niente da mangiare nei licei. Non c’è niente da mangiare a casa. Non che manchi il cibo ma di certo il fiato di mio padre sul collo non contiene troppi nutrienti. Io c’ho fame».

Da Anagni all’università

Il padre ha ancora un po’ paura che senza un occhio costantemente puntato addosso possa succederle qualcosa, ma non dice di no per una ragione: il giorno in cui Franceska comunica che si trasferisce definitivamente a Roma per studiare, ha un occhio nero di rabbia per una vita che non va come le pare ed uno color perseveranza che la guiderà in ogni contesto. Gli stessi occhi che aveva Romina vent’anni fa.

Tre anni dopo con la furia di un santo nei piedi, Franceska è a due esami dalla tesi e si sveglia con un forte senso di inquietudine in corpo. Si gira e nel suo stesso letto c’è la sua migliore amica. Se ne stanno culo a culo in un letto matrimoniale che da solo occupa metà del loro monolocale capitolino. Un giorno segue le lezioni di tedesco, un giorno le lezioni di russo e un giorno sorride a nuove signore facoltose che sfilano su e giù per i corridoi della boutique di lusso per cui lavora come commessa.

Signora è stupenda. Signora si figuri. Signora Jimmy Choo solo dal 36 in su. Signora mi sono rotta i coglioni anche qui, come devo fare? Signora, le giuro non so più dove sbattere la testa perché un tempo pensavo fosse la vita di provincia. Oggi vivo a Roma e c’è da mangiare, chiaro, ma per un boccone di stimoli devi cambiare metro: A, B, poi aspetta il 742 che tanto non arriva allora vai a piedi ma poi si è già fatto tardi e non c’hai più voglia perché devi studiare e devi lavorare e principalmente non hai idea di quale sia il tuo posto nel mondo.

Signora, mi piacerebbe tanto aiutare i miei compatrioti. Gli italiani sanno difendersi da soli Signora, gli albanesi meno. Mi piacerebbe lavorare in qualche ufficio dove riuscire a sentirmi utile. Vedere gente in difficoltà come dev’essersi sentita mia madre quando la Pivetti diceva che per lei potevamo anche rimanere in mare aperto.

Signora, in couture è favolosa ma io ho bisogno di una direzione nella vita. Me ne voglio andare: forse è ancora il gene del malcontento, ma me ne voglio andare. Signora tanto devo dare solo Tedesco III e Letteratura Russa e si può studiare anche altrove, no? Che poi, Signora, questa è tutta colpa del governo comunista. Poi è stato il turno del contrabbando e poi di quel contenzioso con la Bosnia. Lei signora che ne pensa del Kosovo? Secondo me potevamo evitarcelo, e i miei avrebbero potuto avere vita facile. Mia madre sarebbe potuta venire a comprare delle Loboutin come quelle che sta cercando lei e invece no.

Sangue migrante. Vado a vivere a Berlino signora ho deciso, grazie, queste gliele porto in cassa mentre lei continua a dare un’occhiata, va bene?

Destinazione Brandeburgo

Franceska ora vive a Schidow, vicino Brandeburgo, ed aspetta l’occasione giusta per spostarsi in centro. Martedì le fanno sapere se ha ottenuto un permesso di soggiorno illimitato. È scesa dall’aereo ed ha letteralmente girato la città cercando lavoro.

Non ha paura del rifiuto, non ha paura di nessuno se non di un ulteriore attacco di fame.

La Germania le ha insegnato la pazienza, mi dice, mentre prendiamo un caffè in un bar della sfavillante Berlino ovest, dove mi racconta la sua storia. E la conversazione volge al termine. Non c’è modo di placarla: vuole pagare lei e paga lei.

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