Patriam (Il caffé di Monia)

Un caffè solare, fatto di orgoglio per il paese. E non importa se sia piccolo o grande. Fa nulla se non è città. Perché è casa. È serenità.

Monia Lauroni
Monia Lauroni

Scrivere per descrivere

La bella stagione è quasi in partenza. Si vede nelle ore corte, negli appuntamenti che si rinviano, nelle gambe accavallate delle donne e in certi abiti fiorati che le rendono gemme mai sbocciate. Le formiche vanno tra i piedi della gente, portando i chicchi di pane come santi in processione. Quelli che sono andati via, quando tornano in paese, nel loro dialetto sanno dire solo i soprannomi e qualche bestemmia. 

Santino passa la vita seduto sulla panchina che dalla piazza guarda la salita verso la vecchia chiesa. Non parla, non ride, non vede. Se ne sta tutto il giorno come sorpreso da un infarto. Più avanti, una Madonna dà le spalle ai passanti, pregando solo per gli abitanti di quel quartiere. 

Davanti al bar stanno i soliti vecchi. Nessuno capisce cosa fissano. Eppure, osservandoli ti accorgi che solo in questo modo sono veramente felici. La vita per loro è un raccolto che dà sempre qualche frutto. Ogni giorno dopo pranzo prendono una sedia e stanno all’aria aperta, censori impeccabili delle persone che prima c’erano e ora non ci sono più, dello straccio al balcone prima bagnato poi asciutto, di quello che prima stava da solo e adesso è in compagnia.

Tre ragazzi giocano a pallone al centro della strada, uomini imprecano a carte davanti al circolo chiuso, la radio suona una canzone che non conosco. Le ali trasparenti di una tortora in volo sui tetti, il rombo di un aereo che sale, un trattore lontano verso le campagne mature.

Al tramonto, la gente resta sulle panchine in un fresco di basilico e pioggia caduta lontano. Molti di quelli che siedono sugli scalini delle case li conoscevo da ragazzi, ora hanno negli occhi l’espressione di chi ha cercato per tutta la vita di dire qualcosa, ma non ha mai trovato le parole. Vengono a consolarli i colori dei luoghi, coi loro grigi pazienti e la luna che sale col passo maestoso delle donne nel deserto.

Davanti al solito bar sono arrivati l’elettricista, il meccanico e l’ ex calzolaio. Si sono seduti senza dire una parola, fissando la strada su cui sono passati solo due gatti e l’auto a tutta di uno straniero. Le gambe dei passanti fanno il suono di remi lenti nell’acqua. C’è quiete nell’aria. Saluto una ragazza che vive a Roma da quando è diventata maggiorenne; un tatuaggio in petto, piercing, capelli bordeaux, smalto nero alle unghie di mani e piedi. Se la guardi negli occhi, però, ritrovi la pacata semplicità del paese, che la città non ha guarito. Questi luoghi hanno una preziosa, potente, umanissima bellezza. Preferisco attraversarli con un foglio di carta: il mezzo migliore per entrarci senza restare, con la giusta distanza che ogni atto d’amore in fondo chiede. Le campane della chiesa annunciano l’ora, rintocchi solenni come alberi composti nella fierezza di un ritratto rinascimentale. 

Santino si siede davanti a me, e con un’abilità da ventriloquo inizia ad imitare il verso di alcuni uccelli tropicali. Ce l’ha con me, è chiaro. Io mi guardo intorno e faccio finta di non aver capito e di credere che davvero ci siano strani uccelli nei paraggi. Lui continua, sempre più forte. Gli scappa un sorriso che vale più di una preghiera, più di una fede. 

Accontentarmi di piccole gioie mi dà ancora il senso di fierezza che provavo da bambina, quando coloravo il mio album di disegni restando nei bordi. E in questi momenti il cielo diventa più celeste di prima, celeste più che mai.