Paure e lingue sporche in municipio. E intanto Mario… (Conte della Selvotta)

Domenico Malatesta

Conte della Selvotta

 

 

Le notizie, poco allegre, rimbalzate dal dirimpettaio, dicono i frequentatori del mini-transatlantico del palazzo comunale di Cassino, hanno provocato un po’ di apprensione in quella maggioranza consiliare di Carlo Maria D’Alessandro, che ha vinto per caso le elezioni di giugno scorso. Tutti hanno cominciato a domandarsi se possa essere uno del loro schieramento, l’aspirante consigliere comunale indagato perché su una dozzina di schede è stato trovato scritto il suo nome. «E che reato è questo?» ha domandato un consigliere eletto, riferendosi al fatto che il nome del candidato va scritto sulla scheda dall’elettore che intende dargli la sua preferenza. Gli ha risposto uno del gruppo, chè è anche avvocato «E’ reato nel momento in cui tutti quei voti sono stati scritti da una mano sola su tutte le dodici schede».

Le discussioni tra i consiglieri però non sono legate solo all’inchiesta della Procura. Ci sono anche i temi politici ad impensierire la maggioranza “leggera” di Carlo Maria. Infatti sono cominciate le liti interne e i dissapori vanno avanti dalla nomina della giunta. In parecchi non sono stati ricompensati. Così c’è chi – forse spinto dal malcontento o forse perchè lo pensa davvero – dice che l’esecutivo annaspa, per ammissione degli stessi assessori, perché a lavorare sarebbero più i consiglieri di riferimento che i nominati e stipendiati.

Le malelingue se la prendono con il primo cittadino. E alle sue spalle dicono che la sua attività proncipale in questi primi cento giorni di governo è stata quella di accanirsi sul povero sindaco perdente, unico obiettivo del centrodestra. Perché il pericolo unico e il colpevole unico è solo lui per Carlo Maria. E’ Petrarcone. Se lo sognano la notte, lo vedono dietro alle colonne, sospettano che abbia spie nel municipio: è una spada di Damocle sospesa al soffitto, con quel ricorso che in realtà non ha molte speranze di ribaltare il risultato. Ma è sufficiente per agitare le giornate ed i sonni di Carlo Maria e dei suoi.

E così, nel mini transatlantico, si sentono voci eccitate. Tutti parlano ad alta voce. Dimenticando che in quei corridoi gira il vecchio cronista del Messaggero Domenico Tortolano che sta lì più o meno da dopo la prima guerra Punica: ormai sono talmente abituati a vederlo che nessuno ci fa più caso; l’altro giorno uno dei consiglieri più giovani e di scarsa preparazione vole cazziarlo perchè non aveva il badge: l’aveva scambiato per un dipendente poco impegnato. Invece lui è impegnatissimo, ci vede poco ma sente tutto: soprattutto sa usare poco il computer e così non è difficile sbirciare tra i suoi appunti. Si scopre così che l’altro giorno qualcuno ha gridato “Ma che ci cacciano, arriva il commissario!”.

E così la campagna elettorale continua. Tanto che Carlo Maria ha cercato di esportarla anche nel Cosilam, zittito, però, dal dirompente Marcello Pigliacelli. Non certo una bella figura al cospetto di tanti sindaci stagionati. Mario Abbruzzese, però, invita alla calma. “Non fate chiacchiere, fate i fatti, non accusate nessuno senza le prove. Basta con questi bilanci del passato. Lavorate.” E’ l’avvertimento del capo alla truppa di Carlo Maria. Perché Mario con l’operazione Cosilam ha completato le promesse fatte in campagna elettorale per vincerle. Dicono i suoi fedelissimi che aveva tre pedine da “ringraziare”. Ha sistemato in giunta nel giro di 24 ore, per evitare rivendicazioni dei piccoli eletti (tra l’altro muti in aula), Di Zazzo e un incarico assessorile alla coppia Scittarelli-Mignanelli, ossia l’architetto Di Giorgio di Pignataro al Bilancio. Scittarelli doveva ringraziare per i voti il suo ex capo staff (quando era sindaco) e perciò aveva scelto sua figlia, un architetto, perché voleva l’assessorato all’urbanistica, un settore caro a lui da sempre. Però la stessa delega la rivendicava l’avvocato Beniamino Papa per conto della sua lista di sostegno a D’Alessandro, altrimenti avrebbe rifiutato. E così Bruno fu costretto a dirottare il suo architetto al Bilancio tanto che l’interessata stava per rinunciare. Convinta poi dal padre ad accettare:“Quale occasione unica di entrare in politica”.

Nell’agenda di Mario mancava il terzo tassello da riempire e da compensare per la risicata vittoria ma soprattutto un impegno da mantenere con un pezzo da novanta. C’era da dare un posto di rilievo alla donna più votata anche se non eletta per un gioco di quozienti della legge elettorale. Annalisa D’Aguanno forte di 446 preferenze e superprotetta da un parlamentare molisano. E così la farsa del bando firmato dal presidente Pietro Zola. Contestato da undici candidati con tanto di lettere di protesta come quella della dottoressa Golino, esperta di management e consulente alla regione Emilia Romagna. Sistemati i tre tasselli per M. il caso è chiuso. Per le nuove eventuali elezioni comunali c’è tempo.

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