Pd, la sfida felpata che Franceschini sta lanciando a Zingaretti

Lo scenario descritto da Dagospia, la posizione del segretario e le strategie in atto. Ma una cosa è certa:le “correnti” sono più vive che mai. Abolirle è impossibile, non resta che provare a governarle.

«Per Zinga avere Giuseppi a Palazzo Chigi significa arginare le ambizioni di Franceschini, a cui non dispiacerebbe scalare il governo e il partito»: lo ha scritto Dagospia, che è sempre molto informata su certe dinamiche interne ai Partiti. Nel Partito Democratico, in effetti, qualcosa è cambiato nelle ultime settimane. L’allarme è quello che emerge dai sondaggi: i Democrat non si schiodano da quel 20-21% che li lascia costantemente al punto di partenza. Fra l’altro l’analisi di Pagnoncelli (Ipsos) fa capire come la scissione di Matteo Renzi abbia nei fatti schiacciato il Pd su posizioni di sinistra. E su posizioni soltanto di sinistra non si vincono le elezioni e non si governa. (leggi qui Il sondaggio che fa saltare tutte le certezze).

E il quotidiano Libero ha analizzato così: «Quella interna al Pd non sarebbe però una banale lotta di potere: c’è in gioco il futuro del Partito, che nonostante il 20% appare in enorme difficoltà. Anche perché gli altri intanto si stanno organizzando, a cominciare dall’alleato M5S che, nonostante i disastri dei ministri Bonafede e Azzolina, ha dato segnali di risveglio nei sondaggi».

Dario Franceschini © Imagoeconomica / Sara Minelli

L’ala centrista del Partito si sta riorganizzando, sotto la regia felpata di Dario Franceschini, il quale da mesi dialoga con gli ex renziani che sono rimasti nel Partito: Graziano Delrio, Andrea Marcucci, Lorenzo Guerini, Luca Lotti. L’idea di un congresso anticipato nel medio periodo sembra non essere più un tabù.

Ma si sta organizzando anche l’area più di sinistra, quella che fa riferimento al vicesegretario nazionale Andrea Orlando. A Zingaretti viene rimproverato, da entrambe le aree, una eccessiva difesa del premier Giuseppe Conte, che finisce con il determinare l’accettazione delle tesi del Movimento Cinque Stelle.

Il segretario però non ha intenzione di stare con le mani in mano. In una lettera al Corriere della Sera ha scritto: «Fare di tutto per essere presenti e vicini a una condizione di difficoltà che mai nel dopoguerra si era presentata in queste forme e dimensioni. Parliamo di persone che rischiano di avvicinarsi o sprofondare nella povertà. O di imprese anche competitive che sono state travolte dagli eventi di mercato generati dal coronavirus. Da questo punto di vista molto è stato fatto, concretizzare e far arrivare rapidamente ai destinatari le imponenti risorse programmate in questi mesi è decisivo. Deve diventare l’ossessione dell’intero sistema Paese».

Nicola Zingaretti

È una strada difficile, sulla quale il segretario però dovrà portare tutto il Partito. Perché nel Pd tutte le battaglie si giocano all’interno del Partito. Il primo punto del programma di Nicola Zingaretti segretario era quello di superare il correntismo. Non c’è riuscito. Come non ci erano riusciti Matteo Renzi, Pierluigi Bersani, Dario Franceschini, Walter Veltroni. La sfida vera si combatte su questo, ma si potrebbe arrivare ad un punto nel quale si prende atto che le correnti resteranno per sempre.

E allora bisognerà cambiare il target: governarle, non abolirle.

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