L’urlo di Francesco al Pd: «Qui mancano i fondamentali»

Il vecchio leader sale in tribuna. Osserva la sala dell’Astor Hotel piena fino in fondo. Ci sono tutti. Anche se il tema della serata è una sconfitta: quella delle elezioni comunali di Frosinone. Francesco De Angelis sa che è questo il momento nel quale un qualcuno deve farsi carico della disfatta: per raccogliere le macerie, individuare una ragione per quanto è accaduto, tracciare una nuova rotta. Solo un leader può farlo. Francesco De Angelis schiarisce la voce e inizia a parlare.

«Le elezioni amministrative hanno inviato al Pd e al centrosinistra un segnale chiaro che va immediatamente recepito».

La prima frase è già una stoccata. Il Partito non ha ancora riunito la Direzione per fare l’analisi del voto. La ferita è profonda. Lasciata all’aria aperta sta rischiando di infettarsi. E allora ci pensa lui con la sua componente Pensare Democratico a fare quell’analisi. Senza giri di parole.

«La pesante sconfitta subita a Frosinone non può essere liquidata, in modo consolatorio, iscrivendola nel quadro di un risultato negativo a livello nazionale».

Abbiamo perso. Non ci sono giustificazioni. In Italia un leader di Partito non pronuncia questa frase da almeno vent’anni. Ma Francesco De Angelis sa che se non vuole finire sotto alle macerie del Pd ha davanti a se una sola strada: prendere per mano il Partito e portarlo fuori dall’indolenza e dall’accidia nella quale è piombato.

Il tono della voce è sempre più alto, squillante.

«Qui i mancano i fondamentali !».

La frase piomba nella sala. L’uomo che ha preso il Pci agonizzante e lo ha rianimato traghettandolo verso il Pds, ne ha tracciato le rotte fino agli anni delle vittorie a mani basse sotto l’insegna dei Democratici di Sinistra, sta accusando un’intera classe dirigente di avere smarrito i concetti fondamentali della politica.

Se qualcuno non avesse capito il concetto, Francesco De Angelis affonda il bisturi nella ferita del Pd incancrenita.

«Vincere ci ha fatto male. Il 40% registrato qualche tempo fa ha fatto malissimo al Partito ed alla sua classe dirigente. Ci ha portato all’isolamento politico. Siamo diventati un Partito borioso, del ‘faccio tutto da solo’. Qualcuno ha fatto finta di non capire che quel 40% non era del Pd ma solo di Matteo Renzi».

In sala non ci sono flash. Nessun telefonino insegue il leader mentre tuona la sua analisi. E’ Francesco De Angelis a non avere voluto in sala il fotografo della Federazione, l’addetta stampa è rimasta a casa: niente spettacolo, solo politica.

«Perché è arrivato il momento di ripartire. Noi dobbiamo ricominciare. Bisogna recuperare un rapporto con il Paese che risulta indebolito per una nuova capacità espansiva che pare affievolita».

Il passo successivo è uno scossone all’autocoscienza.

«Dobbiamo tornare a fare politica! Le sezioni devono tornare a discutere: non possono fare il comitato elettorale quando c’è il voto e poi abbassare le saracinesche per rialzarle un mese prima della votazione successiva».

Non se n’è accorto: ha chiamato i Circoli del Pd “Sezioni” come ai tempi del Pci.

Mauro Buschini è in prima fila con la bocca aperta come i bambini quando gli racconti una favola e ci sono finiti dentro. Sara Battisti è in brodo di giuggiole. Andrea Palladino deve controllarsi per non alzarsi dalla sedia e correre ad abbracciare De Angelis.

Il leader grida, agita i pugni, dimena le braccia. Ogni tanto gli trema il labbro destro mentre gli zigomi sono imporporati: gli capita ogni volta che si arrabbia o quando si appassiona.

«In Ciociaria noi dobbiamo fare la nostra parte. Prima di tutto perché abbiamo chiare le dimensioni del risultato a Frosinone sia per la coalizione, sia per la lista del Pd. In secondo luogo perché abbiamo presente che nel recente passato abbiamo avuto altri risultati negativi in comuni medio grandi. Un gruppo dirigente che si rispetti non ha la presunzione o la pretesa di farcela da solo. O peggio la volontà di trovare il capro espiatorio».

Nessun capro espiatorio. Tutti colpevoli. Nessun colpevole. La palla buttata in tribuna. Ma è l’unica mossa da fare. Perché altrimenti Francesco De Angelis sa benissimo che sarebbe un intero gruppo dirigente a doversene andare: a cominciare da chi a livello nazionale ha progressivamente sgretolato il Partito, svuotandolo dell’autorevolezza con cui imporre le scelte.

Il tentativo di tenere tutti sulla zattera affinché ci siano più braccia a remare non ha funzionato.  Michele Marini alla fine non è salito sui palchi Nè ha distribuito un bigliettino per i candidati a sostegno di Fabrizio Cristofari. Forse avrebbe funzionato di più gettare a mare chi ha rallentato per quattro mesi le decisioni del Pd, piombandolo a discussioni inutili che sono servite solo a lasciare il terreno libero a Nicola Ottaviani.

«Qui la dobbiamo finire!  Non possiamo dare l’idea di quelli che discutono solo di candidature e poltrone. Qui ci sono i problemi veri del Paese e della Provincia. Serve un’altra rappresentazione ed altra immagine del Partito Democratico. Qui noi dobbiamo tornare a parlare al paese. C’è la necessità di riaprire una campagna di ascolto e riattivare un dialogo con i militanti e gli elettori.

Alessandra Sardellitti non aveva mai sentito un’analisi tanto spietata. Achille Bellucci  e Marco Caracci hanno l’impressione di essere tornati agli anni Settanta. Il sindaco di San Donato Valcomino Enrico Pittiglio una sfuriata del genere l’aveva sentita l’ultima volta quando aveva ancora i calzoni corti. Daniele Mattaroccia ne aveva solo sentito parlare.

Dove vuole andare a parare il vecchio leader? Lo sa benissimo: la rotta è chiara nella sua mente.

«Lo svolgimento di una Conferenza programmatica in autunno può essere il punto di arrivo di questo percorso. Proponiamo che venga indetta con il coinvolgimento di tutto il Pd, a partire dai Circoli, con il gruppo dirigente diffuso fino ai Giovani democratici».

Non si vota subito. Ci sono le regionali in inverno. E poi le Politiche. Ma di questo passo, a quelle scadenze ci arriveranno in pochi: bisogna uscire dal deserto.

«I nostri elettori delusi che si sono allontanati e che non sono andati a votare devono avvertire che abbiamo sentito la scossa e che il Pd è in grado di riproporsi come interlocutore autorevole e capace, pronto per le tante sfide che ci attendono».

 

Alla fine, tutto viene riassunto in un documento. Viene votato all’unanimità. Il leader ha tracciato la strada, le macerie sono ancora li: ma sono già alle spalle.

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