Perché la produzione del Paese non può essere fermata in blocco e senza garanzie

Ci sono ordinativi che devono arrivare nei magazzini delle aziende, ci sono attività strategiche per il Paese oltre che essenziali. Ci sono filiere che non potrebbero essere riaperte se arrestate in modo brusco.

C’è un filo rosso che lega la posizione di Confindustria a quella di Unindustria: il concetto è che non tutta la produzione può essere fermata. Ma non per fare utili e guadagnare anche in momenti drammatici come questi. Ma perché arrestare dei motori adesso significherebbe per molti non riaccenderli più. E a fondo poi andrebbe il Sistema Italia. Alla fine la pandemia passerà e allora gli industriali si stanno ponendo il problema di avere sin da questo momento tutte le condizioni attive affinché poi si possa ripartire. Con le merci nel magazzini e con le filiere strategiche attive. Altrimenti sarà inevitabile essere risucchiati dalle sabbie mobili di una crisi che a quel punto sarebbe irreversibile.

Il presidente di Unindustria, Filippo Tortoriello © Sara Minelli / Imagoeconomica

Filippo Tortoriello, presidente di Unindustria (Roma-Latina-Frosinone-Rieti-Viterbo), ha toccato due punti fondamentali nel suo ragionamento. Il primo è quando ha detto: «Vogliamo ribadire che per noi imprenditori, i nostri dipendenti sono il bene più prezioso ed, anche in tempi normali, Unindustria su questi temi è sempre stata molto attenta.
Auspico inoltre che questo sacrosanto dialogo costruttivo sul diritto alla salute debba anche valere per sostenere il nostro sistema produttivo e che perciò lo sciopero dei metalmeccanici indetto, anche nel Lazio, possa essere revocato. Non è il momento delle divisioni ma è il momento dell’unità. Diamo al Paese una risposta comune. Gli obiettivi sono gli stessi ed identici: uscire fuori da un’emergenza così drammatica
». (leggi qui La mediazione di Tortoriello: «È il momento dell’unità, revocate lo sciopero»).

Vuol dire che il clima di unità deve valere a trecentosessanta gradi e per tutti. Quindi Tortoriello ha concentrato l’attenzione su un punto: «Vorrei ricordare che il blocco del Paese ci costerebbe 100 miliardi al mese di PIL. Sarebbe un’economia di guerra che purtroppo non farebbe nè vinti nè vincitori. Mi appello al senso di responsabilità da parte di tutti. Noi siamo la seconda economia dell’Italia, contribuendo per oltre l’11% del Pil nazionale, diamo un segnale di unità proprio partendo dalla nostra Regione. Ed il primo segnale sarebbe proprio quello di revocare lo sciopero e questo a vantaggio esclusivo di tutte quelle filiere produttive indispensabili che sono strategiche e necessarie al sostegno di quei settori economici determinanti per affrontare questa difficilissima situazione».

Dopo la Lombardia c’è il Lazio. Ma con la Lombardia in queste condizioni, se crolla anche il Lazio è impossibile anche provare a immaginare una ripresa.

Vincenzo Boccia con Maurizio Stirpe © Imagoeconomica / Raffaele Verderese

Qualche ora prima il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia aveva fatto recapitare al presidente del consiglio Giuseppe Conte una lettera di due pagine per illustrare il punto di vista dell’associazione di viale dell’Astronomia su quella che è stata definita la “serrata d’Italia”. Vale a dire la chiusura di tutte le attività produttive non essenziali fino al 3 aprile.

Il succo della lettera di Confindustria è questo: “Caro governo, scegli bene cosa fermare e cosa no. Perché c’è il rischio di interrompere forniture imprescindibili alle attività essenziali. E di porre le condizioni, in molte realtà, per non riaprire più”.

Ci sono container che hanno già ricevuto gli ordini per scaricare merci, ci sono clienti stranieri che minacciano penali. Inoltre è importante un provvedimento che esenti dalle tasse il differenziale di fatturato delle piccole e medie imprese rispetto al mese precedente.

I punti fondamentali della lettera di Confindustria sono questi: «Si chiede una disposizione di carattere generale che consenta la prosecuzione di attività non espressamente incluse nella lista e che siano però funzionali alla continuità di quelle ritenute essenziali. Si chiede poi una norma che consenta la prosecuzione di quelle attività che non possono essere interrotte per ragioni tecniche: ad esempio quelle riguardanti gli impianti a ciclo continuo e a rischio incidente: il rischio è un pregiudizio alla funzionalità degli impianti. Chiudere ora per non riaprire più. Si chiede anche la continuità delle attività strategiche per la produzione nazionale: strategiche, non solo essenziali».

Vincenzo Boccia suggerisce al Governo «di concedere alle imprese di autocertificare l’esigenza di prosecuzione da parte di quelle attività che non possono essere interrotte, tramite procedura amministrativa molto semplificata che faccia leva su un’attestazione del richiedente e su meccanismi di controllo ex post da parte delle autorità competenti».

Foto: © Can Stock Photo / Nejron

Poi «si chiede di far salva tutta la manutenzione finalizzata a mantenere in efficienza macchinari e impianti, in modo da non pregiudicare la capacità degli stessi di poter essere riattivati alla ripresa delle attività. E così pure la vigilanza di attività e strutture oggetto del blocco».

Infine l’aspetto più importante: «Si chiede infine di garantire i tempi tecnici necessari dall’entrata in vigore del provvedimento a concludere le lavorazioni in corso, ricevere materiali e ordinativi già in viaggio, consegnare quanto già prodotto e destinato ai clienti».

Gli ordinativi in viaggio devono arrivare, le imprese non possono essere lasciate nelle condizioni di restare con i magazzini vuoti, perché questo renderebbe impossibile la ripartenza.

Certamente le condizioni di sicurezza sui luoghi di lavoro vanno assicurate. La salute è prioritaria. Ma sostenere che la produzione può fermarsi senza rompere troppo le scatole è un’affermazione che non ha riscontro alcuno nelle logiche del buon senso prima che in quelle economiche.

Gli imprenditori sono giustamente chiamati a fare la loro parte per intero, ma hanno diritto ad essere ascoltati. Spegnere un altoforno oggi significa mettere in conto che non possa più riaprire. Il ragionamento vale, in grande, sulle principali filiere produttive.

Su Radio Capital Vincenzo Boccia ha sintetizzato: «Il 70% del tessuto produttivo italiano chiuderà. Se il Pil è di 1.800 miliardi all’anno vuol dire che produciamo 150 miliardi al mese. Se chiudiamo il 70% delle attività vuol dire che perdiamo 100 miliardi ogni 30 giorni». Un conto che il Paese non potrebbe pagare. Per i prossimi venti anni almeno.

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