Benvenuti nel Paese di Pinocchio

La sintesi di un Paese che va al contrario. Raccontata in due storie arrivate alle cronache in queste ore. Come nella parte più cruda della storia di Pinocchio

Benvenuti nel Paese di Pinocchio. Non quello delle bugie e che gli si allungava il naso ogni volta ne diceva una. La storia raccontata da Collodi ha nascosta, tra i suoi capitoli, la tragedia tutta italiana di un Paese che sa essere cialtrone come nessun altro. E come solo la cronaca di queste ore in provincia di Frosinone può purtroppo riassumere.

Nella storia scritta da Carlo Lorenzini detto Collodi ci sono gli italiani: l’onesto lavoratore Geppetto che si sacrifica per sfamare la famiglia, i furbi come il Gatto e la Volpe che campano fregando il prossimo, il birichino Pinocchio che pensa di sapere tutto e finisce invece con le orecchie da somaro.

C’è un passaggio della storia che pochi ricordano. Quello in cui i carabinieri portano pinocchio in prigione. Ma dopo poche ore le porte in ferro vengono aperte per far uscire tutti grazie ad un’amnistia.

Tu no” viene detto a Pinocchio che rinfrancato si avvia verso l’uscita.

E perché io no?” domanda il burattino

Perché tu hai detto che non hai fatto niente, devi ancora essere processato: l’amnistia è per quelli che sono colpevoli di qualcosa“.

Ed ecco che Pinocchio si accusò di ogni possibile nefandezza.

 

 

È il ritratto di un Paese che funziona al contrario. Come ci insegnano due storie di queste ore. In provincia di Frosinone.

Una è una storia da Serie A. Riguarda una squadra di calcio che fino a qualche anno fa giocava su un campo in mezzo alle case della città e non aveva nemmeno dove allenarsi. Il suo terreno in cui prepararsi era abbandonato ed aveva l’erba alta un metro e mezzo.

Poi venne un nuovo presidente. Non è ancora chiaro chiaro se fosse un sogno oppure un incubo a spingerlo. Ma a quel sogno o incubo che fosse aveva fatto una promessa: portare in Serie A quella squadra, per onorare il papà che ci aveva creduto tanto e dimostrare a tutto un territorio che la serietà e l’impegno cancellano ogni limite.

C’è riuscito. Due volte. E tra l’una e l’altra ha sfiorato anche il sogno (diventato incubo all’ultimo minuto) di una promozione persa per un solo pallone calciato male.

Oggi il Frosinone si prepara a celebrare se stesso, la sua storia, quella del presidente Stirpe con la famiglia, quella dei tifosi che l’hanno seguito dal cemento del Matusa alle poltroncine del Benito Stirpe.

Ha speso milioni la società, ne ha investiti tanti la famiglia Stirpe, hanno contribuito nei limiti del possibile gli sponsor e le imprese. Da settimane la società praticamente non dorme per allestire una squadra competitiva. Il direttore Sasà Gualtieri s’è inventato un mito intorno al quale catalizzare l’orgoglio dei Geppetto che sono andati a lavorare dalla Ciociaria al Canada.

Ora si tratta solo di aspettare l’arrivo di Cristiano Ronaldo a Frosinone e chissenefrega del risultato.

Poi però una sera ti arriva una mail. E ti dice che è di nuovo tutto in discussione. Che la finale – promozione contro il Palermo non è ancora archiviata. E che il Collegio di garanzia del Coni chiede alla Corte sportiva d’Appello di riformulare la punizione inflitta al Frosinone per avere fatto un po’ di mielina in attesa del fischio finale. Ma mi faccia il piacere, avrebbe detto Totò.

 

Al di là dell’aspetto giuridico, tecnico e sportivo: in nessun Paese del mondo si dice ad un’azienda (di qualsiasi genere) che può spendere, investire, programmare, pagare tasse d’iscrizione, contrattare acquisti e cessioni. E poi a pochi giorni dall’avvio della produzione comunicargli: guardi, abbiamo scherzato, forse. Forse?!

Se volevate una spiegazione del motivo per cui gli investitori stranieri si tengono alla larga da questo Paese l’avete sotto gli occhi. Dov’è la certezza? Dove sono le regole chiare e snelle alle quali uniformarsi? Dove sono i tempi entro i quali decidere. In Italia esiste sempre un grado d’appello al quale rivolgersi: così nessuno si sente colpevole di avere preso una decisione e nessuno deve mai ammettere d’avere sbagliato. Però, per contro, nessuno ha mai la certezza di poter investire, pianificare, costruire.

Come Pinocchio in prigione.

 

La seconda storia è quella dei tantissimi piccoli imprenditori e professionisti che hanno dato un’occasione a dei ragazzi per strapparli dalla loro apatia, trascinarli in uno studio professionale o una fabbrica. Il progetto è Garanzia Giovani: vieni, impara, la Regione restituisce all’impresa i soldi pagati come salario al ragazzo.

In provincia di Frosinone sono stati tanti a farlo. Sfidando le lentezze della nostra burocrazia, le insidie dei suoi cavilli, la farraginosità delle sue regole mai chiare. Per questi eroi ora è arrivato il momento di chiudere la pratica e avere ciò che gli spetta: i soldi che hanno anticipato.

Hanno scoperto però che c’è un problema insormontabile. Che non dipende da loro. E cioè? La pratica deve essere trasmessa alla Regione Lazio via Pec – Posta Elettronica Certificata. Ecco: i Centri per l’Impiego della Provincia di Frosinone non la hanno. Nessuno gliel’ha mai attivata. E se anche l’avessero fatto sarebbe un casino peggiore: perché prima dipendevano dalla Provincia ma ora la riforma Delrio li ha assegnati alla Regione…

E allora? Allora non hanno la pec per trasmettere le pratiche alla Regione.

Le hanno mandate con la raccomandata con Ricevuta di Ritorno. In Regione non le hanno accettate.

 

Povero Pinocchio. E povero Geppetto. Almeno loro avevano una fata Turchina…

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