Acea: i dubbi di Cretaro, il dialogo di Pompeo, la furbata di Carlo Maria

Il problema non è Acea. Ma è la situazione che si è creata con Acea. Il problema non è il contratto con Acea. Ma è la carta che disciplina i rapporti tra Comuni e Acea. Non ci sono sindaci a favore di Acea e sindaci contro Acea. Ma ci sono sindaci che vogliono mandare via Acea. E sindaci che vogliono fare la stessa cosa ma sono convinti che non si possa fare. Perché non ci sono le condizioni per farlo. E nessun tecnico ha voluto scrivere che si possa fare. «Ma se arrivasse un tecnico che mi scrivesse il contrario, dicendo che ci sono le condizioni per rescindere il contratto senza rischi di maxi risarcimenti per i miei concittadini, cambierei subito la mia posizione». Parole di Simone Cretaro, pronunciate durante la scorsa puntata di A Porte Aperte in diretta su Teleuniverso.

I dubbi di Cretaro
La puntata è cominciata dalla riunione della Consulta d’Ambito che ha dato il via alla redazione di un documento da portare in Assemblea entro il 15 novembre. E’ la delibera con cui rescindere il contratto. La scriveranno i sindaci che vogliono interrompere gli accordi con Acea. E dovranno corredarla di un parere tecnico. «Il problema sta lì – ha detto Simone Cretaro – finora i tecnici hanno detto che non ci sono più le condizioni per mandare via il gestore: c’erano a febbraio quando abbiamo avviato l’Iter. Non ci sono più ora che Acea ha effettuato una serie di cose che avevamo chiesto».

Cretaro poi ha messo in guardia quelli che, se andrà via Acea, credono di riportare la gestione dell’acqua ai Comuni. «Non è più possibile, lo vieta la legge: quei tempi non torneranno più. O arriverà un altro gestore che vincerà la gara d’appalto (e potrebbe rivincere Acea). O facciamo una società con un privato (coma a Latina). Oppure ci facciamo una società nostra: come Acea, perché ricordiamoci che Acea non è un privato ma una società che appartiene al Comune di Roma. E i soldi per farla a chi li chiediamo, ai cittadini?».

Il dialogo di Pompeo
Il presidente della Provincia Antonio Pompeo ha invitato alla ragionevolezza. Ha ricordato che solo così sono stati fatti passi in avanti. Ad esempio: «Per anni Acea non ha pagato gli oneri ai Comuni. La situazione è cambiata nel momento in cui sono entrato in Provincia ed abbiamo avviato un dialogo. Da quel momento sono stati versati ai Comuni già 17 milioni di euro». Ha rivendicato i benefici del piano di investimenti. «Lo abbiamo approvato dopo undici anni di chiacchiere. Ora un piano c’è, prevede una settantina di milioni in investimenti per nuove condotte e depuratori. E solo grazie all’approvazione di quel piano siamo stati in condizione di mettere Acea con le spalle al muro a febbraio. Altrimenti, saremmo stati noi gli inadempienti. Certo, è stato necessario fare anche 11 milioni di penali ad Acea per farla ragionare. Sono il primo, come sindaco, a non essere soddisfatto del servizio fornito da Acea. Ma sarebbe ancora più dannoso un contenzioso che andremmo ad aprire senza alcun fondamento tecnico. E che rischia di esporre i Comuni ed i cittadini ad un risarcimento di dimensioni storiche».

Il cavillo di Carlo Maria
Il sindaco di Cassino Carlo Maria D’Alessandro non la pensa così. «I conguagli non sono multe, sono soldi che avremmo dovuto pagare prima. Abbiamo pagato meno prima, conguagliamo dopo: eventualmente, sono soldi dovuti». Il presupposto per continuare il contenzioso con Acea? «Secondo me c’è tutto».

Ma il vero asso esposto dal sindaco è il cavillo attraverso il quale non ha ancora consegnato gli acquedotti ad Acea. Nonostante due sentenze, una diffida, la nomina di un commissario. (leggi qui) In pratica: il comune ha perso la causa con Acea e gli deve consegnare gli impianti. Non lo ha fatto. E’ stato nominato un commissario che ha predisposto tutti gli atti. Il sindaco non ha consegnato nulla. Come ha fatto? «Gli impianti sono lì, pronti per essere consegnati. Il problema è di Acea: non ha l’acqua da metterci dentro»

Il trucco è semplice. Nel suolo di Cassino c’è il secondo bacino idrico d’Europa: le sorgenti del Gari. Su quella fonte c’è l’impianto che oggi Acea reclama in forza di una serie di sentenze. Il Comune (dice) è pronto a consegnarli. «Ma Acea non ha l’acqua». E la sorgente del Gari? «Occupata: dagli anni Novanta c’è un contratto per mandarla in Campania e 200 litri/secondo vengono messi nell’acquedotto comunale». E se Acea pretendesse l’acquedotto cittadino con i 200 litri? «Non può. Perché non è tra i beni da consegnare. Infatti, si tratta di un’opera compensativa data alla città come ristoro per i disagi legati ai vincoli subiti per dare l’acqua alla Campania». E se Acea volesse un po’ dell’acqua alla società che la porta in Campania? «Non può, perché o va in Campania oppure è roba nostra». E se Acea volesse fare una derivazione e pescarsi l’acqua dalla fonte? «Può farlo, ma dovrà sedersi al tavolo e contrattare con noi il risarcimento per i disagi provocati alla città. Ed il conto sarebbe salatissimo». Quanto salato? «Almeno un euro in più di quanto aumenterebbe la bolletta ai cittadini con il passaggio della gestione dall’acquedotto comunale al gestore romano».

La soluzione per Cassino
Quindi, se Acea le proponesse una somma da poter poi spalmare sui conti dei cittadini per restituirgli l’aumento in bolletta con il passaggio ad Acea lo farebbe? «Nessuno me lo ha mai proposto». Si ma sarebbe disponibile se Acea lo fosse a sua volta? «Finora ci siamo confrontati con le carte bollate».

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