Primarie Regionali, c’è Gasbarra sullo sfondo

Le indiscrezioni nelle retrovie del Pd. Dove si sta lavorando per costruire le candidature alla successione di Zingaretti. Che l'altro giorno ha lanciato le Primarie. Ma c'è anche chi ipotizza una soluzione che 'metta a sistema' Leodori e D'Amato. E soprattutto Gasbarra.

Per i comuni mortali un anno è un lasso di tempo troppo lungo per iniziare a programmare il futuro. Per la politica no, è come se fosse la prossima settimana. E allora diventa necessario gettare le basi, prepararsi, soprattutto se si dispone di un’importante “rendita” generata da un governo decennale e nel frattempo l’avversario politico è in forte difficoltà.

È il caso del centrosinistra nel Lazio, dove tra un anno si tornerà al voto per costruire una nuova era, quella del post Nicola Zingaretti.

Anno Domini 2012

Renata Polverini e Mario Abbruzzese (Foto: Daniele Scudieri / Imagoeconomica)

Un’era iniziata sulle macerie dei debiti, dello scandalo “Rimborsopoli” che nel 2012 portò alle dimissioni dell’ex governatrice Renata Polverini; del commissariamento della Sanità.

Un’era proseguita con il ripianamento dei conti, la razionalizzazione, il risanamento ed il rilancio sia delle società partecipate (alcune praticamente decotte, come Cotral) che di tutta l’economia regionale; il tutto grazie anche all’utilizzo totale dei soldi messi a disposizione dalla programmazione europea 2014/2020.

Poi (come per tutto il mondo) è arrivata la mannaia del Covid, affrontata però seguendo un doppio binario: la battaglia sanitaria da condurre con medici, hub dedicati e vaccini; parallelamente la costruzione di un nuovo modello economico (“perché niente sarà più come prima“) da realizzare col cemento di oltre 10 miliardi di euro (cifra mai vista prima nel Lazio) in arrivo dal Pnrr, dai fondi europei e dallo Stato.

L’ora delle Primarie

Nicola Zingaretti e Daniele Leodori (Foto: Imagoeconomica, Stefano Carofei)

Su questa eredità il centrosinistra si prepara a giocare una partita molto più delicata di quanto si possa pensare. Perché, al di là della eventuale conferma dell’imbattibilità della coalizione (protagonista dello storico bis del 2018) c’è di mezzo un processo di trasformazione impostato ma ancora tutto da compiere (a partire dalla spesa dei fondi). Peraltro nel quinquennio che metterà il Lazio sotto i riflettori del mondo grazie al Giubileo del 2025.

Nello Stato maggiore del Pd c’è chi ritiene sia più alto il rischio di non vincere le prossime elezioni per demeriti propri che perderle per i meriti altrui. E per sbagliare il meno possibile, la prima cosa da fare è (forse paradossalmente) cambiare registro rispetto al metodo utilizzato 9 e 4 anni fa per la scelta del candidato governatore: le Primarie. Sono un inedito: né Emma Bonino nel 2010 né Nicola Zingaretti nel 2013 e 2018 si misurarono con questo strumento.

Uno strumento reso ancor più necessario sia dall’assenza di un candidato dallo standing capace di mettere tutti d’accordo (soprattutto nel Pd) sia dalla necessità di un “bagno di popolo indispensabile per cercare di arrivare a dama e mettersi al riparo da brutte sorprese. Vittorie mutilate comprese come quella di Zingaretti nel 2018: centrò la rielezione, unico vincitore in un’Italia dove il Pd renziano franava dovunque; ma le urne non gli consegnarono anche una maggioranza. Iniziò la Legislatura senza i numeri necessari per governare. Glieli portarono con una manovra d’Aula, i fedelissimi Daniele Leodori e Mauro Buschini.

La benedizione di Nicola

Nicola Zingaretti con Massimo Martinelli direttore de Il Messaggero

Proprio il governatore, 2 giorni fa, ha benedetto la consultazione popolare, ribandendo il mantra del “campo largo“. (Leggi qui Zingaretti lancia le Primarie per scegliere il suo erede).

Ha sposato così ufficialmente la linea lanciata un mese fa dal suo numero 2 in Regione Daniele Leodori: protagonista della costruzione del Lazio che verrà nelle vesti di assessore al Bilancio, front-man delle politiche sui fondi europei, ideatore a pandemia appena scoppiata del cosiddetto “LazioLab“, grande conoscitore del territorio regionale forte dei suoi 6 anni e mezzo alla Guida del Consiglio regionale. Soprattutto uno dei contendenti in pectore. (Leggi qui Il dopo Zingaretti si decide con le Primarie).

Quell’uscita fatta all’inizio di gennaio dal Tempio di Adriano allora era sembrata una sorta di fulmine a ciel sereno. Per gli “spettatori“, forse, ma non per chi in quei giorni stava vivendo “da dentro” le dinamiche legate all’elezione del presidente della Repubblica, con Mario Draghi che veniva dato probabile successore di Sergio Mattarella. Un cambio al vertice che avrebbe lasciato Palazzo Chigi senza una leadership in grado di tenere insieme centrodestra (tranne FdI), centrosinistra (tranne Leu) e 5 Stelle, spalancando così le porte a elezioni anticipate non solo nazionali ma anche nel Lazio.

L’altolà di Leodori

Daniele Leodori (Foto: Paola Onofri © Imagoeconomica)

Da qui, l’esternazione di Leodori. Fatta in occasione di un convegno alla Camera di Commercio di Roma sugli Stati generali del Lazio per il 2030. C’ìerano industriali, sindacati e politici. Risuonava come un altolà politico, soprattutto perché poche ore prima il leader di Azione, Carlo Calenda, aveva lanciato il suo endorsement all’assessore regionale alla Sanità, Alessio D’Amato. Il protagonista della lotta al Covid nel Lazio sarebbe disposto a partecipare alle primarie pur non avendo espresso pubblicamente, a differenza di altri, alcun tipo di parere sul ricorso ai gazebo.

Scorrendo l’elenco delle dichiarazioni successive alle parole pro primarie di Leodori e (soprattutto) di Zingaretti si scopre che, almeno al momento, regna il silenzio, fatta eccezione per alcuni esponenti di AreaDem (corrente cui appartengono il Segretario regionale Bruno Astorre e lo stesso Leodori), il presidente dell’Assemblea regionale, Marco Vincenzi e alcuni dirigenti di partito “zingarettiani” (ad esempio il vicesegretario regionale Enzo Foschi).

Qualcuno lo giustifica sostenendo che “è troppo presto“. Qualcun altro evidenziando che ancora vanno costruiti tutti gli equilibri legati alle contemporaneità delle elezioni Nazionali e Regionali, con diversi senatori e deputati che non saranno riconfermati dopo il taglio dei parlamentari. E infine qualche malizioso rimarcando che “Areadem spinge per fare le primarie perché le vincerebbe Leodori“.

Evitare Roma 2013

ALESSIO D’AMATO. FOTO: CARLO LANNUTTI / IMAGOECONOMICA

Inoltre, è chiaro a tutti che delle Primarie con in campo due pezzi da novanta come Leodori e D’Amato (tra i quali peraltro non sembra scorrere buon sangue) assumerebbero più i contorni di uno scontro fratricida interno al Pd. È un po’ quanto accadde a Roma nel 2013. Quella volta si misurarono Ignazio Marino, Paolo Gentiloni, David Sassoli e Patrizia Prestipino per il candidato sindaco. Quella volta fu un assalto alla baionetta tra le componenti e non un’occasione per stringere i bulloni al “campo largo” del centrosinistra.

Non a caso Carlo Calenda ha già detto no alle primarie. E secondo diversi spifferi che escono dalla Pisana, parallelamente a questo film si sta lavorando a un altro. Il regista sarebbe Goffredo Bettini, protagonista Enrico Gasbarra. Per alcuni “c’è già l’accordo chiuso” per candidarlo alla presidenza della Regione, per altri “ci si sta lavorando.

L’ipotesi dell’ex vicesindaco di Roma, presidente della Provincia di Roma, già parlamentare ed europarlamentare ha il pro di essere una candidatura praticamente unitaria e il contro di dovere trovare un “destino onorevole” per Leodori e D’Amato, che solo ufficialmente non sono ancora in campo. Per il vice di Zingaretti si parla di un posto al Parlamento europeo, ma le elezioni si svolgeranno nel 2024.

Cosa ne pensa Enrico

Enrico Letta

Certamente Gasbarra avrebbe anche altri atout. È stato consigliere politico di Roberto Gualtieri quando l’attuale sindaco di Roma era ministro dell’Economia e Finanze e questo aiuterebbe non poco nel prosieguo della collaborazione istituzionale tra la Regione e la Capitale; è molto apprezzato anche da soggetti fuori dal Pd (Calenda e Renzi su tutti; saprebbe allargare ancora di più “il campo largo“. Ad esempio sarebbe un ponte con i moderati di centrodestra che si sentono stretti nella morsa dell’incomunicabilità tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Senza dimenticare che le “primarie dello scontro anziché dell’iniziativa“, come le ha definite un importante esponente regionale dem, difficilmente riceverebbero la benedizione del segretario del Pd, Enrico Letta. Il quale non ha mai nascosto antipatie per le lotte tra correnti. Ed ha già dimostrato che, pur nel rispetto dei territori, non intende recitare il ruolo del notaio.

Ultima testimonianza la scelta di Cecilia D’Elia per la candidatura nel collegio alla Camera lasciato vacante da Roberto Gualtieri. Ai danni, secondo alcuni, proprio di Enrico Gasbarra. Che nel corso di qualche chiacchierata avrebbe confidato di preferire un ritorno in Parlamento piuttosto che l’eventuale guida della Regione. Tuttavia, il taglio dei parlamentari e l’esigenza per il Pd e il centrosinistra di non perdere l’appuntamento con la terza vittoria di fila nel Lazio possono cambiare il quadro.

Lo sa bene proprio Gasbarra che nel 2012, da Segretario regionale del Pd, vide dal giorno alla notte Nicola Zingaretti passare da candidato in pectore a sindaco di Roma a candidato presidente della Regione Lazio.

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