Province, a metà del guado. Perché il centrodestra le rivuole

Perché il centrodestra ora vuole rivedere la riforma delle Province. E tornare quanto più possibile alle situazione di nove anni fa. Il lavoro svolto da Frosinone, il quadro di Latina.

Andrea Apruzzese

Inter sidera versor

Restituire alle Province la loro dignità di enti eletti dal popolo. E restituirgli anche le funzioni che svolgevano. A nove anni di distanza dalla riforma Delrio c’è qualcuno che vorrebbe riportare indietro nel tempo le lancette dell’orologio. Anzi, le date del calendario. Mettendo così riparo ad una norma che ha lasciato le Province a metà del guado, trasformate in enti di secondo livello, senza giunta, con un presidente e un Consiglio di sindaci e consiglieri comunali che si votano e si eleggono tra di loro.

La proposta di legge di pochi giorni fa è della capogruppo di Forza Italia al Senato, Licia Ronzulli: che sabato pomeriggio sarà a Fondi al Palazzetto dello Sport per il primo evento di campagna elettorale per le Regionali del Lazio che vedrà il candidato presidente di centrodestra Francesco Rocca, in provincia di Latina.

Non proprio come prima

Annalisa Muzio

Il disegno di legge presentato dalla Ronzulli propone l’elezione diretta dei presidenti di Provincia: con eletto al primo turno, senza ballottaggio, il candidato che superi il 40%.

Un disegno di legge che viene sposato anche dalla candidata consigliera regionale di Forza Italia Annalisa Muzio di Latina (ex Consigliera provinciale). Per la quale «tornare al voto diretto dei cittadini sarebbe sintomo di rispetto nei confronti degli elettori, stanchi di veder calare dall’alto scelte politiche a volte poco comprensibili. Negli anni, le amministrazioni provinciali hanno comunque saputo trasformarsi assumendo un ruolo fondamentale per lo sviluppo locale, ad esempio, istituendo la Cabina di regia provinciale per la difesa e la salvaguardia della costa pontina».

Quella di Forza Italia non è la prima proposta di legge per il ripristino del ruolo delle Province. Ne pende già una dei senatori FdI Gaetano Nastri e Marco Silvestroni, come anche la Lega sarebbe favorevole a una restituzione di ruoli e bilanci.

Una riforma a chiacchiere

Il palazzo della Provincia di Frosinone

Il centrodestra appare compatto sul tema. Ma come per ogni altra riforma in Italia, si potrà realizzare solo se a costo zero o capace di portare risparmi. Altrimenti la Ragioneria generale dello Stato non darebbe mai il suo bollino di conformità. E la riportare le province a nove anni fa non costa affatto poco. Perché ormai i dipendenti si sono trasferiti alle Regioni: perché le loro competenze sono state spostate lì e perché i contratti di lavoro delle Regioni sono più vantaggiosi di quelle delle Provincie.

Assumere il nuovo personale per le Province italiane ha un costo. Che uno studio ha stimato intorno al miliardo di euro all’anno. Si tratta di capire chi lo tirerà fuori. A meno di non voler dire ai cittadini che dovranno pagare una tassa provinciale per sostenere quegli stipendi.

Un progetto di riforma della riforma era stato messo a punto dall’Unione Province Italiane. Un piano al quale aveva dato il suo contributo l’allora presidente della Provincia di Frosinone Antonio Pompeo. Cercava di contemperare le varie esigenze: restituendo alcune competenze alle Province, ampliandone altre. Si trattava di un check up a distanza di quasi dieci anni d’applicazione concreta della Delrio. Che non è andato in porto solo per la caduta anticipata del Governo Draghi. (Leggi qui: Pompeo a Draghi: “O riformate le Province o lo facciamo noi”).

Province a metà

Matteo Renzi

A distanza di nove anni le Province sono rimaste a metà del guado. La riforma attuata nel 2014 non è infatti stata completata. Prevedeva una progressiva e totale cancellazione costituzionale di questi enti, in nome del risparmio di costi e di una semplificazione dei ruoli. Ma le Province sono previste dalla Costituzione e per questo, dopo che la riforma passò alle Camere senza la maggioranza qualificata prevista per realizzare una modifica costituzionale, si rese necessario un passaggio referendario.

Fu quello del dicembre 2016, su cui l’allora premier del Pd, Matteo Renzi, scommise la sua poltrona. Perse referendum, scommessa e poltrona di Palazzo Chigi.

La Costituzione non fu modificata, le Province rimasero in piedi. Ma rimasero in piedi mezze tagliate.

Un passaggio tumultuoso

Armando Cusani

La riforma Delrio era infatti ormai già entrata in vigore. Al punto tale che – a Latina – già nel 2014 sindaci e consiglieri comunali si elessero tra di loro. In un momento molto molto delicato per la politica pontina. La Provincia veniva infatti da dieci anni di presidenza di Armando Cusani, allora uomo forte della Forza Italia di Claudio Fazzone.

Cusani era stato già sindaco di Sperlonga (ruolo che ricopre nuovamente oggi). Viene eletto la prima volta nel 2004, nel quadro di un accordo di centrodestra secondo cui la Provincia andava a Forza Italia e il Comune capoluogo (dove governava Vincenzo Zaccheo) ad Alleanza Nazionale. E viene rieletto nel 2009.

Nel 2014 il suo mandato sarebbe scaduto definitivamente, ma nelle prime ore del novembre 2013 fu sospeso dal ruolo di presidente dall’allora prefetto Antonio D’Acunto in ossequio alla legge Severino, a causa di una condanna in primo grado per l’ipotesi di abuso d’ufficio. La Provincia, al momento del voto, era quindi in mano al presidente ad interim, il suo vice, Salvatore De Monaco.

I riformati dalle Province

Eleonora Della Penna

Quelle elezioni, le prime da ente di secondo livello, le vinse Eleonora Della Penna, allora sindaco di Cisterna di Latina. Da allora, lei stessa, come anche i suoi successori (Carlo Medici e Gerardo Stefanelli) si sarebbero lamentati del ruolo delle Province.

Un lamento da Latina come nel resto d’Italia: enti cui erano rimaste alcune funzioni ma senza i fondi per portarle a termine. E soprattutto, con poco personale, non avendo nei primi tempi possibilità di assumere, dato che le Province sarebbero dovute sparire. E, nel corso del tempo, subendo anche un’emorragia di funzionari, migrati verso altri lidi.

Frosinone ha cercato di ritagliarsi un ruolo nuovo. Di coordinamento tra i Comuni. E di sintesi su temi che riguardavano più aree comunali. Cosa molto comune dal momento che alle province erano rimaste le competenze su edilizia scolastica, manutenzione della rete stradale provinciale, autorizzazioni in materia di ambiente, soprattutto, come tema di questi mesi, per la scelta di siti per i nuovi impianti. (leggi qui: La solitudine di Pompeo: nessuno vuole superare la legge Delrio ).

C’eravamo tanto amati

Carlo Medici

Ulteriore questione era l’allontanamento della popolazione dall’ente provincia: il voto affidato solo a sindaci e consiglieri, con un elettorato attivo e passivo composto dal medesimo corpo (in pratica, si votano e si eleggono tra di loro), ha reso in nove anni questi enti non solo sempre più distanti, ma soprattutto li ha fatti apparire come chiusi al loro interno, nonostante gli sforzi profusi dai presidenti.

Ma, al di là delle funzioni tecniche, dietro a tutto questo c’è il discorso politico. Può non apparire un caso che sia proprio il centrodestra in queste ore a spingere. Le Province sono comunque altri enti con posizioni disponibili. Con il voto di consiglieri comunali e sindaci, già eletti nei rispettivi Comuni, un’elezione di secondo livello in Provincia si limita sostanzialmente a fotografare una situazione già presente nelle amministrazioni comunali del territorio provinciale, a meno di accordi politici trasversali.

È il caso di Latina dove Gerardo Stefanelli è un sindaco (di Minturno) e presidente della Provincia supportato da Pd, FI e Civici. A Frosinone si è tentata un’operazione ancora più ardita candidando il sindaco di Arce Gino Germani sostenuto da mezzo Pd (quello dei sindaci di Ferentino e Cassino) insieme a Fratelli d’Italia. È stato troppo anche per un’elezione di secondo livello.

Per il centrodestra, ridare voce al popolo e tornare alle urne in una fase politica in cui è maggioranza (in alcuni Comuni del pontino, FdI ha sfiorato e anche superato il 40% alle ultime elezioni politiche) può significare riprendere direttamente potere decisionale su molti temi.

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