Quando Marini venne ad Anagni e trovò il deserto

Foto: Stefano Carofei / Imagoeconomica)

La visita del sindacalista scomparso nella Città dei Papi, la claque misera e l'endorsement al referendum del Renzi Dem. La mediazione decisiva tra Scalia e Rutelli

Franco Ducato
Franco Ducato

Conte del Piglio (ma non) in Purezza

Fu una delle sue ultime apparizioni pubbliche come uomo politico in Ciociaria. Franco Marini (portato via dal Covid stamattina ad 87 anni), venne ad Anagni nel novembre del 2016 per un convegno nella Sala della Ragione. Destinato a promuovere, nel momento più difficile, il referendum per le riforme costituzionali promosso dal governo Renzi, allora ancora dominus indiscusso del Pd e della politica italiana.

Erano i tempi del Pd al 40% delle Europee, del Congresso plebiscitario che fornì l’illusione di un Pd tutto preso dalla furia auto rottamatrice. Prima che fosse colpito dal No al referendum, perdendo (Renzi) il posto di Presidente del Consiglio ed annunciando il ritiro dalla politica ed (il Partito) il ruolo centrale nel dibattito politico del Paese.

Una decina di persone in sala

In quel convegno a colpire però fu soprattutto il seguito che il presidente Marini ottenne per il suo intervento. Anzi, per essere più esatti, la mancanza di seguito, visto che a presenziare al convegno all’inizio c’erano appena una decina di persone, giornalisti compresi. Tanto che fu necessario aspettare almeno una mezz’oretta per far arrivare un piccolo uditorio.

Uditorio richiamato dalle telefonate frenetiche dei maggiorenti del Partito Democratico della Città dei Papi. E sufficiente a far sì che l’intervento del presidente Marini non risultasse un vero e proprio fallimento. (Leggi qui la cronaca di quella serata del 2016 Anagni, da quasi Capo dello Stato a quasi solo alla conferenza).

La mediazione con Scalia

Pochi sanno che fu lui ad evitare la conta fratricida tra Francesco Scalia e Francesco Rutelli all’ultimo congresso della Margherita prima che si fondesse con i Ds per dare vita al Partito Democratico. Scalia veniva dalle vittorie elettorali a Ferentino, alla Provincia di Frosinone, alla Regione Lazio; Frosinone era stato il laboratorio nazionale del dialogo tra ex avversari, lui ed il ‘comunista‘ Francesco De Angelis avevano inaugurato una stagione di trionfi per il centrosinistra. Per questo Scalia voleva entrare nel Pd dalla porta principale e poter rivendicare il ruolo che competeva ad un Segretario regionale del Lazio del Partito co fondatore.

Francesco Scalia

Ma il Lazio è la Regione che ha al suo interno Roma. Ed in quel momento l’uomo simbolo del centrosinistra popolare a Roma era Francesco Rutelli. Che rivendicava lo stesso ruolo al quale ambiva l’avvocato partito da Frosinone. Il Congresso finale iniziò in un clima di tensione per il braccio di ferro in atto dietro le quinte. L’esito non era affatto scontato: Scalia – sostengono molti degli osservatori – poteva vincere.

Fu Franco Marini ad impedire la conta fratricida. Segretario Organizzativo nazionale della Margherita, si materializzò a sorpresa poco prima che iniziasse lo scrutinio. Si chiuse in una stanza con i protagonisti. Ne uscì senza pronunciare verbo. Sta di fatto che le urne non vennero mai aperte: Francesco Rutelli fu proclamato Segretario e Francesco Scalia presidente regionale del Partito nel Lazio.

Marini, uno di cui potersi fidare

Franco Marini (Foto: Jollyroger)

Un’immagine che all’epoca suscitò malinconia, ed anche qualche polemica. Che però non può far dimenticare il fatto che Franco Marini è stato il simbolo, uno degli ultimi, di un’era che non c’è più. Legata, sia nell’attività sindacale, che lo vide leader della Cisl, sia in quella politica (segretario del Partito Popolare nel 1997, presidente del Senato nel 2006).

Ad un’idea di serietà etica e personale prima ancora che politica. Marini era un uomo di cui ci si poteva fidare. Tanto che nel 2013 arrivò a totalizzare 521 preferenze nella corsa alla carica di Presidente della Repubblica. Voti che non lo fecero eleggere ( ce ne sarebbero voluti 672). Ma che riconfermarono la stima trasversale di cui il sindacalista abruzzese aveva sempre goduto.

E che lo ha accompagnato fino all’ultimo.