Quando zampillava l’oro nero in Ciociaria

Sognavamo di essere sceicchi. Ed in parte lo eravamo. La storia dei bacini di petrolio sfruttati a Ripi e San Giovanni Incarico dall'Ottocento in poi.

Fernando Riccardi

Historia magistra vitae

Qualche anno fa, quando una società inglese chiese l’autorizzazione per avviare nelle campagne di Anagni alcuni saggi di scavo alla ricerca di giacimenti petroliferi, la cosa destò enorme curiosità. Nessuno da quelle parti aveva familiarità con pozzi, trivelle e altri marchingegni di tal guisa.

Eppure il sottosuolo della provincia di Frosinone è stato da sempre ricco di preziosi minerali.

Le monografie di monsignore

Palazzo Bonanni nella piazza di Aquino

Monsignor Rocco Bonanni fu arciprete della cattedrale di Aquino, vicario generale della diocesi di Aquino – Sora – Pontecorvo, protonotario apostolico, prelato domestico di Sua Santità, Regio Ispettore Onorario dei Monumenti Scavi ed Arte. A lui si deve un minuzioso lavoro di ricerca storica che ancora oggi consente di ricostruire molti aspetti del passato locale.

Nelle sue “Monografie Storiche” (1926) così scrive: “Molti ignorano che le nostre contrade hanno un sottosuolo ricco di minerali… Infatti abbiamo l’asfalto in Colle San Magno e Terelle; la lignite e la mica a Santopadre; il petrolio a San Giovanni Incarico, Pico, Castro dei Volsci, Ripi; l’alluminio a Pescosolido; il rame a Morino ed a Teano; lo zolfo a Suio; il ferro a Settefrati, Picinisco ed altrove”.

Né si dica che se le miniere fossero di buona quantità e qualità, i romani le avrebbero sfruttate, perché i nostri antenati la sapevano lunga a questo riguardo. Un decreto del Senato Romano proibì lo sfruttamento delle miniere in Italia per averle come riserva quando sarebbero finite quelle delle regioni lontane”.

Il sacerdote aquinate parla anche di giacimenti d’oro esistenti tra i monti di Canneto che nella prima metà del secolo scorso attirarono in loco parecchi “cercatori di pepite”.

Le prime estrazioni

Uno dei primi pozzi in Ciociaria

Una realtà ricca, dunque, anche se poco o niente sfruttata. Ad eccezione del petrolio. A Ripi, nella zona chiamata “San Giovanni (ogni conosciuta come “Acquapuzza”), s’iniziò a perforare il terreno già nel 1868, quando Annibale Gualdi trovò in alcuni suoi terreni una sorgente di catrame, pece e petrolio.

Fatta richiesta al Ministero delle Finanze pontificio, il Gualdi ottenne la “concessione” ad iniziare l’attività estrattiva per la durata di cinquant’anni: aveva però l’obbligo di pagare un canone consistente in una pisside d’argento “non minore di 10 once”, da devolvere alla Camera dei Tributi ogni anno alla viglia della festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo (29 giugno). Tre anni dopo, nel 1871, Gualdi cedette la concessione, per 5 mila lire, al barone Eugenio Bonsier La Chapelle che, con la società “Franco Romana delle Miniere in Ripi”, tra il 1872 e il 1874, realizzò due pozzi della profondità di poche decine di metri.

Da tali pozzi furono estratti 1.800 litri di petrolio, che venivano venduti a 15 lire al barile: si trattava, per la gran parte, di olio per lampade che a quel tempo trovava largo consumo. La morte di La Chapelle (1888) fece interrompere l’estrazione dai pozzi e l’attività continuò ad essere portata avanti in maniera saltuaria, anche a causa di un lungo e intricato contenzioso fra i concessionari e i proprietari dei terreni.

La spinta della Grande Guerra

Uno dei pozzi a Ripi

Nel 1915 fu costituita la “Exploration de Mines de Ripi” e la zona di escavazione fu suddivisa in quattro aree distinte: “Le Petroglie”, “Colle Cerasa”, “Porrone” e “Ripi”.

Nel 1918, per necessità di carattere bellico (si era nella fase culminante della Grande Guerra), il commissario per i combustibili nazionali requisì il parco minerario di Ripi e ne assunse la gestione diretta.

Tra il 1920 e il 1923 furono realizzati altri sette pozzi e nel 1938, in epoca fascista, un decreto ministeriale affidò il sito in concessione per trent’anni alla “Compagnia dei Petroli Laziali” che fino al 1943 lavorò sotto la direzione dell’Agip. In questo periodo si scavarono altri 26 pozzi (in totale erano 40 quelli attivi) e si raggiunse la massima produzione di petrolio del giacimento.

Ben presto il complesso di Ripi diventò una delle “icone” del governo fascista, tutto improntato a perseguire una politica autarchica anche in tema di reperimento di energia e di materie prime. Non a caso, qui, nel 1942, in pieno secondo conflitto mondiale, venne in visita Benito Mussolini.

Nell’ottobre del 1943 la “Compagnia dei Petroli Laziali” si fuse con Agip che così diventò proprietaria della concessione petrolifera. Gli effetti disastrosi del conflitto, però, frenarono bruscamente lo sviluppo del giacimento ciociaro. A ciò poi si aggiunga che i tedeschi, ritirandosi verso il nord d’Italia incalzati dalle truppe anglo-americane, chiusero i pozzi e resero pressoché inservibili i macchinari.

Gli anni del boom

(Foto © Archivio Storico Eni)

Cessate le ostilità il bacino fu riattivato ma non riuscì più a raggiungere la prosperità di un tempo. Dal 1945 al 1959 l’Agip mantenne in vita l’attività estrattiva anche se in maniera drasticamente ridotta. Fino a giungere alla chiusura definitiva del sito che restò abbandonato per una decina d’anni.

Nel 1969 la “Lumax Oil spa” rimise in attività alcuni dei vecchi pozzi e ripresero le perforazioni. Dal 1985 è la “Pentex Italia Ltd” ad essere titolare della concessione anche se dei quaranta pozzi della prima metà del secolo scorso ne restano in attività soltanto una decina.

Il petrolio era presente, e in discreta quantità, anche nel territorio di San Giovanni Incarico. Già Pasquale Cayro, agli inizi del XIX secolo, così annotava: “Non deve però tralasciarsi di far menzione di una fonte dove scaturisce olio che dicesi petrolio, producendo l’istess’effetto dell’olio del fasso, e di quello che si chiama di Santa Giustina di Padova, essendo molto giovevole a ragazzi per i vermi”.

Si è ora coperta per non farsene conto dagl’ignoranti, ma si raccoglie, facendosi un fossetto, e con empierlo d’acqua, sopra la quale poi si raduna l’olio, ed il sito si chiama fosso della Petrogliara”.

Sceicchi a San Giovanni Incarico

I pozzi di petrolio a San Giovanni Incarico agli inizi del sec XIX

Cento anni dopo monsignor Bonanni tornava sull’argomento: “Circa la ricchezza del sottosuolo di S. Giovanni Incarico è da notare qualche cosa di speciale per ciò che si riferisce al petrolio. Si rammenti ciò che dice il Cayro che cioè ai tempi suoi, in tenimento di S. Giovanni Incarico, sul finire del secolo XVIII ‘dagli ignoranti’ era stato ricoperto un fosso detto ‘la petrogliara’, dove veniva fuori del petrolio”.

Dopo il 1870 una società milanese invitò il celebre abate Stoppani a recarsi a S. Giovanni Incarico, Pico, Colle S. Magno ed altrove, perché sopra luogo facesse delle osservazioni scientifiche. L’illustre scienziato dichiarò che i tenimenti di San Giovanni Incarico e Pico erano un vero bacino petrolifero. Si cominciò l’estrazione del petrolio. Le cose andarono benissimo tanto che la Società Compagnone fabbricò una distilleria sulla Civita-Farnese poco prima del ponte sul Liri, verso Isoletta”.

Si lavorava con attività nell’estrazione; il petrolio veniva fuori da un pozzo artesiano in tanta quantità da non avere più recipienti in cui riporlo; si credette opportuno otturare provvisoriamente il pozzo. Quando si riaprì il petrolio era scomparso. Si fecero dei saggi da per tutto ma con esito sfavorevole. Auguriamoci che la nuova Società Petrolifera sia fortunata nel rintracciare le correnti sotterranee”.

Ad onor del vero il primo pozzo a San Giovanni Incarico fu realizzato nel 1872 e venne chiamato “Stoppani in omaggio al celebre geologo che ne aveva consigliato lo scavo. Nel 1878 si giunse a una produzione di 4.454 quintali di petrolio dei quali 2.236 dati dal pozzo di “Sant’Antonio”. Nel quindicennio 1873-1888 la produzione complessiva fu di 9.014 quintali. In seguito la quantità andò diminuendo.

Pozzi anche a Pico

Una azione della società Petroli d’Italia

Nel 1914 la miniera fu acquistata dalla società “Petroli d’Italia” di Milano. Le trivellazioni furono effettuate con criteri moderni ed estese fino a notevoli profondità. Alla metà degli anni trenta la società milanese aveva scavato 23 pozzi nella zona della “Petroliara” e altri due nella “Farnesina”, nel territorio del comune di Pico. Si trattava di un complesso di ben 11.300 metri di perforazione che se non offriva risultati molto importanti dal punto di vista industriale, dimostrava, tuttavia, l’ampia estensione del giacimento petrolifero.

Nel ventennio 1915-1935 la produzione complessiva fu di 160 mila quintali. Il petrolio che si estraeva era molto nero, denso. Veniva pompato dalla maggior parte dei pozzi emulsionato con una forte percentuale di acqua. Le operazioni di disidratazione venivano fatte in loco riscaldando il prodotto greggio sotto leggera pressione. Il giacimento principale si trovava a 430 metri di profondità.

Dopo il 1935 la società provvide ad estendere le ricerche e i saggi nelle zone limitrofe, pur non cessando di sviluppare il giacimento iniziale. Anche in questo caso, però, la guerra bloccò tutte le iniziative. I pozzi furono abbandonati e sull’attività estrattiva calò malinconico e definitivo il sipario. E così il prezioso oro nero tornò a nascondersi nelle oscure viscere della terra. 

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