Quanno nascette ninno… (Il caffè di Monia)

Un caffè per iniziare la settimana. E ricordarci che alla fine, anche se vogliamo sempre lamentarci, questo è un mondo nel quale è fantastico viverci

Monia Lauroni
Monia Lauroni

Scrivere per descrivere

Era una mattinata normale, calda e soleggiata fin verso le undici. Dopodichè il buon Dio aprì le cateratte del cielo e imperversò un temporale di proporzioni bibliche: cielo nero come il carbone, tegole volate a terra, rami caduti sui viali e pioggia, tanta pioggia, troppa per essere scolmata in buon ordine. 

Stavo dormendo con dolcezza e sognavo di nuotare in una piscina riscaldata quando i rumori che giungevano dall’esterno m’avvertirono dell’approssimarsi di un certo trambusto. Sentivo voci, alcune già sentite, altre no, gridare cose tipo “sta per nascere, presto è ora!”. Ma chi sta per nascere? Cosa significa nascere? Mah, a me non interessava, solo che tutto quel rumore mi infastidiva non poco. 

Passò un po’ di tempo e le cose si tranquillizzarono. Me ne tornai ai miei sogni, cullata nella mia piscina riscaldata. 

La pace non durò molto. Un’altra voce, per niente simpatica devo dire, tornò ad urlare cose del tipo “Spingi, brava così, dai che ci siamo, spingi!”. Io so solo che ogni volta che quella urlava “spingi” mi arrivavano delle botte che facevano sbattere la mia capoccetta sempre più forte su qualcosa che non definirei proprio un’ovatta. Tentai con tutte le forze di non imbucare quella specie di canale di scolo, ma non avevo così tanta forza e non trovavo nulla per aggrapparmi. 

È finita, pensai. Dopo essere stata nell’ordine strapazzata, schiacciata, tirata, premuta, sollevata, tagliata, percossa, bagnata e asciugata, alle 12.00 in punto vidi per la prima volta la luce. Sparatami in viso senza alcun riguardo dalla potente lampada della sala parto.

Dannata ostetrica, era lei sicuramente prima ad urlare come un’ossessa. Non vi fu modo di darle a intendere che stavo piangendo per quello. Per quella maledetta luce sparata sugli occhi. Ehi, ma vi pare questo il modo di tenere una creatura, per i piedi? Iniziamo male.

Per favore, mi fate rientrare là dentro? Ma cosa volete da me, io nemmeno vi conosco!”. 

Mentre mi avvolgevano in un asciugamano decisamente troppo inamidato e mi consegnavano tra le braccia di una ragazza visibilmente stanca ma sorridente, riflettei su quanto era appena accaduto. Erano venuti a disturbarmi di domenica, nel bel mezzo del week-end e in pieno periodo estivo, scorrazzandomi su un catorcio inaudito durante un temporale biblico. Compresi subito di non essere partita col piede giusto. 

Mentre riflettevo sulle mie condizioni, la stessa grassona di prima, quella che urlava, mi staccò come una salsiccia dal filo, dalle braccia della ragazza sorridente che era anche comoda, e mi portò in un’altra stanza. Anche lì, non era proprio come stare nel paese dei Balocchi. Intorno a me una serie di lettini con dentro tanti mocciosi piagnotti. “Si può avere un po’ di silenzio per favore? E che diamine!”. 

Nei giorni successivi la situazione migliorò sensibilmente ed ebbi l’intuizione che gran parte del mio benessere sarebbe passato attraverso le mie doti comunicative. Tentai d’affinarle fin da subito e con buoni risultati direi, corrispondevo l’ospitalità frignando poco o niente e cercando di rendermi gradita.

Avevo da subito imparato qualche trucchetto. Il segreto era saper piangere. Pianto breve e ad intervalli: avevo fame. Pianto con contorsione: avevo dolore al pancino. Pianto a bocca spalancata e con tanta forza da diventare rossa in viso: mi bruciava il sederino. Ci vollero parecchi giorni per far capire a quei testoni la differenza tra uno stile di pianto e l’altro, ma alla fine ci riuscii. 

Più il tempo passava, più intorno a me succedevano cose strane. Mi davano aeroplanini da mangiare o macchinine da far entrare nel garage. Intuii che bastava aprire la bocca e farci scomparire dentro tutta la strana roba che mi mettevano sotto il naso e tutti erano contenti. Capirai, per così poco!  

In realtà, non si stava poi così male. La ragazza sorridente stava sempre con me, iniziò a capirmi al volo ed io ricambiavo come potevo. Di fatto, non ho mai più sognato di nuotare in una piscina riscaldata. 

Ma a conti fatti, non posso che ringraziare la signora grassona, la pioggia biblica e quel catorcio inaudito che quel giorno scarrozzò me e la ragazza comoda e sorridente. 

Alla fine, il mondo è un gran bel posto per nascerci. E poi, tra tre mesi è di nuovo Natale.