«Quella notte in cui Scalia mi disse che lasciava la politica»

La rivelazione di quell'ultimo incontro prima dell'addio. Scalia mi chiese di vederci e mi annunciò che avrebbe lasciato la politica attiva. L'amarezza e la percezione di un Pd non più in sintonia con il Paese. I successi, le rotture, le alleanze. Sempre nel massimo rispetto

Per anni sono stati rappresentati come avversari, l’uno con la schiena rivolta verso l’altro, impegnati a progettare trappole nelle quali far cadere il rivale. Non erano questi i rapporti tra Francesco Scalia e Francesco De Angelis, fondatori del Partito Democratico nel Lazio: il primo era presidente regionale della Margherita e presidente della Provincia di Frosinone, il secondo era assessore regionale e componente della Direzione regionale dei Democratici di Sinistra, schierato con Massimo D’Alema.

I due Franceschi

Per anni si sono affrontati, confrontati, alleati e poi separati. «Ma sempre nel massimo rispetto e lealtà» sottolinea oggi Francesco De Angelis, rivelando un particolare inedito. «Prima di compiere il passo indietro dalla politica due anni fa, io e Francesco Scalia abbiamo avuto un lungo incontro» . Finora nessuno lo aveva mai saputo, nemmeno i collaboratori più stretti ne erano a conoscenza.

È il marzo del 2018, le macerie del Partito Democratico sono ancora calde: la gestione di Matteo Renzi lo ha portato a schiantarsi a tutta velocità alle elezioni. Che hanno rivelato un dettaglio minuscolo ma fondamentale: il Pd del 40% era costruito in fretta e senza cemento, né ideologico né di altro tipo. Ed alla prima scossa politica è finito in briciole.

Sotto a quelle macerie del 2018 ci sono anche Francesco De Angelis e Francesco Scalia, mandati al massacro dalle rispettive correnti. Collocati in lista in una posizione che ne permetteva l’elezione solo in caso di vittoria del Centrosinistra. Nessuna collocazione blindata per loro. Nonostante Francesco Scalia fosse il segretario della strategica Commissione Industria al Senato e fosse tra i pochi in quella Legislatura capaci di scrivere un testo di legge. E Francesco De Angelis fosse un ex assessore regionale ed ex deputato a Bruxelles, con una componente dai numeri impressionanti. Il Pd di Renzi li mise a fare i portatori di acqua per eleggere altri.

Matteo Renzi e Francesco Scalia

La disciplina di Partito impose a tutti e due di portare fino in fondo la loro missione. Poi Francesco Scalia ritirò le scartoffie da Palazzo Madama, salutò impiegati ed uscieri, aprì l’armadio e tirò fuori le sue due toghe: una da avvocato cassazionista luminare nel diritto energetico, l’altra da docente universitario. Congedandosi dalla politica.

«Prima del passo indietro io ho avuto un lungo incontro con Scalia» è la rivelazione di Francesco De Angelis durante la puntata di Faccia a Faccia diVenerdì su Teleuniverso.

Il racconto va avanti senza interruzioni. «Lui mi ha telefonato, prima di annunciare il suo ritiro. Mi ha chiesto di vederci». Francesco De Angelis fa una pausa e scava più a fondo nei suoi ricordi: «Ci siamo incontrati. È stata una bella chiacchierata: franca, leale. Mi ha spiegato le ragioni dell’addio che stava per annunciare a tutti e del quale, in quel momento, nessuno sapeva».

Per lui c’è lo sgomento nel vedere lo storico rivale e leale alleato andare via: De Angelis capisce che è la fine degli equilibri che hanno governato il centrosinistra in provincia di Frosinone per venticinque anni, un pezzo di orizzonte che collassa. «Io provato anche a convincerlo a ripensarci . Gli ho detto: “Ma no France’, perché…? Assolutamente non devi…”».

Un’altra pausa. Ed altri ricordi tenuti in fondo che per la prima volta ribollono fuori: «Devo dire, in tutta onestà: io lo voglio in campo. E lo volevo in campo all’epoca». È la confessione più spontanea, la meno attesa.

Francesco De Angelis a ‘Faccia a Faccia diVenerdì’

«Mi ha spiegato le ragioni di quella scelta. Mi ha detto che per lui si è chiusa una fase. Ha dato tanto alla politica, rinunciando a molto. Francesco aveva capito già da tempo che il Pd non stava più in sintonia con il Paese». La delusione per quella candidatura senza possibilità di riuscita è stato il colpo finale. Se il Pd non è riconoscente verso i suoi uomini migliori, perché devono essere loro ad esserlo verso Matteo Renzi? Ecco allora la scelta di Scalia «la scelta di fare altro, la professione. Con un impegno ed una disponibilità a dare una mano, un contributo, quando serve. Mi disse “Quando serve, voi mi chiamate e io ci sono”.

Fa un respiro profondo prima di raccontare l’addio. «Mi ha detto: “Tu continua, perché tu devi continuare, Abbiamo bisogno di te. Devi rappresentare il punto di unità e di garanzia per tutto il Partito Democratico”. Quello tra me e Scalia è stato un rapporto lungo, durato tanti anni, tra due leader veri, lo dico io».

Gli manca. L’avversario ha lasciato il vuoto. L’alleato con il quale costruire alleanze non c’è più. «Francesco Scalia è un pezzo della mia storia, con lui ho condiviso tanti momenti, ci siamo divisi ma sempre con grande rispetto. Da fuori si è letta che una diatriba, un conflitto permanente tra ‘i due Franceschi’. Ma non è mai stato così: tra me e lui c’è sempre stato rispetto e abbiamo sempre lavorato insieme. Questa è una provincia dove il voto va al centrodestra con più facilità. E se per vent’anni abbiamo fatto vincere il centrosinistra alle Politiche, alle Regionali, alle Provinciali, alle Europee è stato perché Francesco & Francesco, pur con idee diverse, hanno saputo costruire una proposta, un progetto politico capace di vincere, largo e inclusivo».

Oggi è faticoso pure convocare un Congresso.