Quella rivoluzione sui rifiuti che apre lo scontro nel centrosinistra in Regione

Lo scontro interno alla maggioranza in Regione Lazio. Per la rivoluzione degli Egato. Cosa sono. E quali rischi ci sono per le Province. Che fino ad oggi hanno lavorato i rifiuti di Roma. E gli hanno fatto da pattumiera.

C’è una rivoluzione nel sistema di gestione dei rifiuti del Lazio che sta scorrendo sotto traccia. Lontana dagli occhi dei cittadini. Ed è invece terreno di scontro nella politica regionale. Soprattutto nel centrosinistra che governa l’ente presieduto da Nicola Zingaretti.

Per decenni il tema l’immondizia che produciamo è stato affrontato (e lo è tutt’ora) in maniera duale: alla raccolta e allo spazzamento provvedono i Comuni (detentori del rifiuto urbano in virtù della privativa stabilita per legge, cioè possono gestirlo solo loro); possono gestirlo con il loro personale, più spesso lo fanno con una loro società in house, oppure affidando il servizio. Gli impianti per il trattamento, lo smaltimento e la termovalorizzazione sono invece nelle mani quasi esclusive dei privati che presentano istanze di autorizzazione in Regione; la quale decide se dare il via libera o meno e inoltre stabilisce le tariffe di ingresso (cosiddetta amministrata, cioè non a prezzi di mercato) nel caso degli impianti di trattamento e smaltimento del rifiuto indifferenziato.

Un meccanismo da cambiare

(Foto: Imagoeconomica / Livio Anticoli)

Un meccanismo che va cambiato, perché da molti anni il Testo Unico Ambientale (l’insieme delle leggi in materia di Ambiente) prevede che a regolare il settore siano delle autorità o enti gestori degli Ambiti Territoriali Ottimali (un gruppo di Comuni vicini tra loro, esattamente come accade con il servizio idrico).

Eccola dunque la rivoluzione che sta per arrivare nel Lazio: la nascita (tramite legge regionale) degli Egato, cioè gli enti di gestione degli ambiti . Che a loro volta sono stati delimitati geograficamente all’interno del Piano Regionale di Gestione dei rifiuti approvato ad agosto del 2020.

Gli ambiti nel Lazio sono 5 e corrispondono ai territori delle province e della Città Metropolitana di Roma. Proprio quest’ultima rappresenta il problema su cui da tempo è in corso un aspro confronto politico tra diversi pezzi della maggioranza (in particolare, ma non solo, consiglieri eletti a Roma e nella ex Provincia) e l’assessore ai Rifiuti, Massimiliano Valeriani.

Perché litigano

Massimiliano Valeriani. Foto Carlo Lannutti © Imagoeconomica

L’oggetto del contendere è la necessità che Roma Capitale costituisca un ambito a se stante, quindi con tariffe proprie e un sistema impiantistico tale da renderla autosufficiente nella chiusura del ciclo di gestione dei rifiuti. In pratica: impianti per la lavorazione dei rifiuti, siti per lo stoccaggio ed il trasferimento delle immondizie, discarica. Tutto tranne il termovalorizzatore visto che l’impianto di di San Vittore del Lazio viene considerato “hub regionale” nel piano rifiuti.

Questa previsione, secondo i tanti consiglieri di maggioranza contrari ad un ‘Egato Metropolitano‘, avrebbe quattro effetti.

Il primo riguarda le tariffe. Con un Ato unico tanti cittadini della ex provincia si ritroverebbero a pagare bollette più salate a causa dell’effetto trascinamento di Roma (a dispetto degli alti livelli di raccolta differenziata riscontrabili spesso fuori dalla Capitale), mentre spacchettarlo in territori omogenei eviterebbe questa conseguenza.

Poi, il servizio. Un grande ambito e un unico gestore (che non è scontato possa essere pubblico o solo pubblico) comporterebbero il rischio di lasciare per strada tanti lavoratori delle piccole realtà pubbliche della raccolta e dello spazzamento.

Il nodo degli impianti

Il biodigestore di Sant’Agata Bolognese

Il tema degli impianti. Con l’ato unico discariche e impianti di trattamento potrebbero essere localizzati dovunque per servire chiunque e quindi Roma potrebbe in teoria continuare a esportare i propri rifiuti, anche se il piano regionale (questa è la replica dell’assessore Valeriani) dispone che la Capitale si renda sufficiente sul trattamento e lo smaltimento dell’indifferenziato.

Ma siccome il piano non può essere altrettanto netto sulla frazione organica della differenziata (gli avanzi di cucina, le erbacce, le potature…) ecco che spunta il biodigestore da 120mila tonnellate a Civitavecchia (ben più del fabbisogno di quel comprensorio) autorizzato dalla Regione con conseguenti fortissime proteste dei consiglieri di quell’area e non solo.

Infine, anche gli esponenti politici delle altre Province sono interessati a impedire la costituzione di un grande Ato di Roma ed ex Provincia. Perché? Perché queste, in ossequio al principio di prossimità, continuerebbero a essere la prima possibilità di aiuto (in caso di emergenze) per Roma e la sua area metropolitana se ci fosse un’ulteriore suddivisione. Per fare un esempio: in caso di emergenza rifiuti a Roma (e finora la Capitale è stata sempre in emergenza) si potrà bussare alle province più prossime, praticamente tutte da Frosinone a Latina passando per Viterbo e Rieti. Così cambia poco o nulla.

Lo scontro in atto

Roberta Lombardi (Foto: Livio Anticoli / Imagoeconomica)

Esiste una bozza di testo legislativo unificato. È nato dalla sintesi di quanto proposto dal presidente della commissione Rifiuti, il verde Marco Cacciatore e dalla grillina Gaia Pernarella. Però non prevede espressamente la costituzione dell’Ato di Roma Capitale.

Nelle ore scorse l’assessore Massimiliano Valeriani e l’assessora alla Transizione ecologica Roberta Lombardi hanno incontrato la maggioranza. Qualche passo avanti è stato fatto, in particolare sul tema della raccolta e dello spazzamento,  con la previsione che l’ente di gestione possa fare più affidamenti sulla base di territori omogenei.

Il consigliere grillino Loreto Marcelli ha insistito sul fatto che Roma non debba più portare i suoi rifiuti in Ciociaria. Su questo ha ricevuto le rassicurazioni di Valeriani, secondo il quale proprio l’istituzione degli ambiti, sommati alla disposizione del piano regionale che prevede l’autonomia impiantistica di Roma per l’indifferenziato, impedirà che si ripeta l’export di questi anni.

Non è previsto

Foto © Angelo Fragliasso / Dreamstime

Tuttavia, sempre l’assessore ha ribadito che dal suo punto di vista l’Ato “indipendente” della Capitale non potrà vedere luce. Perché? Significherebbe dovere rimettere mano al piano rifiuti. Che, come detto, non lo prevede.

Sono diversi, quindi, i temi su cui va ancora trovata una convergenza politica tra giunta e tanti pezzi della maggioranza. Soprattutto la grandezza delle future installazioni industriali.

Sul punto Roberta Lombardi ha sottolineato che per quanto riguarda l’umido, tra impianti autorizzati e quelli in via di autorizzazione, il fabbisogno è molto più che soddisfatto (Roma a parte). Si è quindi espressa in favore della pianificazione di soluzioni impiantistiche di piccola taglia.

Insomma, c’è ancora tanta strada da fare per arrivare a un accordo. Il tavolo resta aperto ma il tempo disponibile non è molto. Il Ministero della Transizione ecologica ha già richiamato il Lazio a legiferare.

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