Regionali, il centrodestra scopre di non avere il candidato

Il centrodestra scopre di non avere il candidato per le Regionali. Il dibattito è aperto. Si fa largo l'ipotesi Rampelli. Sgarbi rompe gli indugi e Tajani approva. A sinistra Zingaretti prende le redini del discorso Regionali dagli studi di Lucia Annunziata. Rimprovera Conte e gli errori tattici "Ma continuerò a cercarlo". Il confronto di Verdi e sinistra. Le soluzioni di Foschi e Bonafoni: Primarie per legittimare il candidato

Carlo Alberto Guderian

già corrispondente a Mosca e Berlino Est

Se Atene piange, Sparta non ride. Se il centrosinistra è alle prese con le fibrillazioni per la candidatura di Alessio D’Amato come Governatore del Lazio, il centrodestra scopre di essere nella stessa situazione: non ha un accordo blindato sul nome del suo candidato.

A scandire la giornata politica sono stati due momenti. Il primo è la dichiarazione del sottosegretario Vittorio Sgarbi con cui si comprende che non è affatto chiusa la partita tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia sulle Regionali. Il secondo è l’intervista di Nicola Zingaretti a Lucia Annunziata negli studi di Mezzora in più su Rai Tre. Con un richiamo duro alla realtà per il suo Pd ma anche per centristi e cunquestelle.

Il nome è Rampelli

Vittorio Sgarbi (Foto: Alessia Mastropietro © Imagoeconomica)

A gettare il sasso nello stagno del centrodestra è in mattinata il sottosegretario alla Cultura e fondatore del movimento Rinascimento. Vittorio Sgarbi detta alle agenzie di stampa: «La candidatura di Fabio Rampelli per il centrodestra alle elezioni regionali del Lazio è la migliore che la coalizione possa mettere in campo. Per questa ragione Rinascimento la sosterrà e presenterà una lista a suo sostegno».

Significa una serie di cose. La prima: non è vero ciò che viene sostenuto da quasi due mesi, il candidato unitario del centrodestra non c’è. La seconda: la partita interna è ancora aperta. La terza: è una partita tutta interna a Fratelli d’Italia ma potrebbe allargarsi se si arrivasse ad uno stallo tra le componenti.

La conferma arriva a stretto giro. Per bocca del ministro degli Esteri Antonio Tajani. È una sostanziale apertura. Dice: «Rampelli è un protagonista della politica della mia regione, del Lazio: il centrodestra sarà unito e troveremo il candidato o la candidata più forte. Rampelli ha detto di essere disponibile, è un nome di prestigio, si vedrà non c’è stata nessuna trattativa, prendo atto della sua disponibilità». E se non fosse chiaro aggiunge che su Rampelli «non c’è nessun accordo. Dobbiamo vincere, quindi dobbiamo trovare la figura più idonea a raggiungere l’obiettivo».

Anche qui i segnali sono evidenti. Tajani ammette che il nome è ancora da trovare. E che non c’è ancora un accordo.

Se per Agatha Christietre indizi fanno una prova” ecco il terzo elemento. Lo fornisce il consigliere regionale uscente della Lega Giuseppe Cangemi. «Non si perda altro tempo: il centrodestra indichi subito il suo candidato per le prossime elezioni regionali nel Lazio. Il centrosinistra è imploso, spaccato, in evidente difficoltà. Non vengano concessi vantaggi. Serve subito un nome autorevole con cui andare a vincere, uniti, nel Lazio».

Non c’è bisogno di altro. È chiaro che a domenica sera il centrodestra non ha il none del candidato per la Regione Lazio.

 Zingaretti benedice D’Amato ma…

Nicola Zingaretti negli studi di Lucia Annunziata

Nel caos del centrodestra è ancora una volta Nicola Zingaretti a prendere in mano la situazione del Lazio. Lo aveva fatto la a metà settimana con il suo commiato dal Tempio di Adriano. Torna a prendere le redini del dibattito dagli studi di Mezzora in più ospite di Lucia Annunziata. (leggi qui: Zingaretti: «Le dimissioni domani, ho servito la Costituzione»)

Sgombra il campo. Non è vero che abbia dubbi sulla candidatura di Alessio D’Amato, l’uomo che per dieci anni ha voluto al suo fianco affidandogli il nervo scoperto della Sanità laziale. I dubbi semmai sono sul campo troppo ristretto. «Ho fiducia in Alessio D’Amato da dieci anni. È un ottimo candidato per vincere. Gli chiedo di sforzarsi per allargare l’alleanza, altrimenti rischiamo».

Svela cosa si sono detti quando è stato chiaro che l’ago della bilancia andasse verso il suo assessore. «Ad Alessio ho detto ‘sei un ottimo candidato per correre. Ma adesso devi essere tu il protagonista di un’apertura alle forze democratiche di sinistra e associative». 

Con Conte non è finita

Nicola Zingaretti

Con Giuseppe Conte l’altro giorno è stato netto. Niente sconti durante il suo testamento politico da Piazza di Pietra. Ferma restando quella convinzione, la linea del dialogo è ancora aperta. «Dovremo arrivare con un buon candidato (e ce l’abbiamo) una bella alleanza e buoni contenuti. Sbaglia chi si sottrae a questa sfida. Io non so cosa ha in mente Giuseppe Conte ma nei prossimi giorni continuerò a cercarlo».

La linea però è fredda. Non viene utilizzata ormai da giorni. E proprio l’atteggiamento di Conte ha favorito l’accelerazione degli eventi in favore di Alessio D’Amato. «Non abbiamo avuto occasione di parlare in queste settimane, ma non per cattiveria o disinteresse. Io non ho deciso il mio successore perché siamo in democrazia non in monarchia. Ho detto ‘unità, unità, unità’, non sono stato ascoltato ma continuerò a battermi».

Mette tutti di fronte alla realtà: a palazzo Chigi c’è un governo di destra centro, a guidare il Governo ed il Senato ci sono due autorevoli figure della destra nazionale «e allora dico a Conte e Calenda ‘Possibile che non capiate che bisogna voltare pagina? Non volete fare i campi larghi? Va bene, ma la prima cosa che si augura un Governo di destra è dividere le opposizioni. Così la maggioranza è più forte».

Stiamo distruggendo la maggioranza nel Lazio

Nicola Zingaretti a Mezzora in più

Un’altra doccia di realpolitik Nicola Zingaretti la impone quando mette Calenda e Conte di fronte alla rottura del Modello Lazio che lui ha costruito pezzo dopo pezzo: la più grande alleanza progressista in Italia dai tempi dell’Ulivo. «La destra gioca a palla con noi. E dopo avere detto ‘È uno scandalo La Russa’, ‘È uno scandalo Fontana’, ‘È uno scandalo la Meloni’ loro hanno vinto le elezioni. Noi distruggiamo l’alleanza nel Lazio che con me era maggioranza il 25 settembre. Così rendiamo più difficile la vittoria».

Non c’è dubbio sul movente di quel delitto politico. Lo scopo è far perdere il Pd nel Lazio facendolo precipitare in una crisi interna senza fine. Sperando di arrivare ad una spaccatura per prendersi poi i pezzi più grossi e guidare il dibattito politico. «Conte ha sbagliato, perché ha fatto pesare la politica nazionale nelle vicende dei territori. Come pure Calenda che ha sempre questo piglio di dire che l’unità la si fa attorno a lui».

Ad un certo punto della trasmissione esce il Nicola Zingaretti Segretario del Partito. È come un’entità rimasta dentro che ogni tanto non riesce a contenere. In una frase descrive quello che da anni sta accadendo: «Questa idea, per cui siccome c’è una linea nazionale dobbiamo distruggere tutto nei territori, è una follia figlia della cultura dei Partiti personali, che non hanno quasi mai al centro l’interesse delle persone».

Il patto c’era

Nicola Zingaretti conferma quanto aveva anticipato Alessioporcu.it nelle settimane scorse: l’alleanza bis per andare alle elezioni tutti uniti con il Modello Lazio c’era. È stata sgretolata per gli interessi nazionali. (Leggi qui: Regionali, il patto c’è da sabato: ma non si può dire).

Dice l’ex Governatore «Tutta l’alleanza che sosteneva la mia Giunta era unita per andare avanti a livello Regionale. È accaduta un’ingerenza della politica nazionale sulle vicende locali, dove l’interesse specifico del bene comune è minore perché vincono problemi che attengono al passato. Basta con questa danza immobile, perché governa la destra».

Emerge la rabbia. Più forte della delusione. I fatti dicono che il centrosinistra un’alleanza nel Lazio l’aveva. Compatta al punto di essere pronta ad andare unita alle elezioni con cui indicare il nuovo Governatore. I livelli regionali erano tutti d’accordo. «Critico il fatto che qui non si tratta di costruire un’alleanza, ne hanno distrutta una che il 25 settembre ha raccolto il 49,5% dei consensi. Ed il motivo è uno solo: un’ingerenza della politica nazionale sulla politica regionale e dei territori». Il riferimento è ai numeri messi in fila subito dopo il voto di settembre dal Segretario Regionale Bruno Astorre: sono i dati delle elezioni politiche riferite al Senato dove si votava su base regionale. (Leggi qui: Lazio, diplomazie al lavoro tra Pd e M5S).

Poi conclude «Io critico una classe politica che non capisce che prima degli interessi di Partito c’è il bene comune dei cittadini». Infine l’avviso ai naviganti del ‘Campo largo’ e in particolare del Movimento 5 Stelle: «Nessuno, in caso di vittoria del centrodestra mi venisse a dire che sono scandalizzati dall’elezione di La Russa. Il problema siamo noi, che rischiamo di dare alla destra la quarta figura monocratica malgrado siamo maggioranza nel Lazio. In questo senso stanno commettendo un grande errore quelli del Movimento 5 Stelle». 

Bettini ripropone le Primarie

Goffredo Bettini. Foto © Imagoeconomica

Il problema per molti è il modo in cui si è arrivati alla designazione di Alessio D’Amato. Senza un dibattito, senza una votazione della Direzione. Che si riunirà martedì per confrontarsi sull’annuncio fatto dal Segretario Regionale Bruno Astorre dopo un confronto con il Segretario nazionale Enrico Letta ed il sindaco di Roma Roberto Gualtieri.

Sul tema è intervenuto Goffredo Bettini, l’ideologo della sinistra Pd. Risponde ad una domanda sulle Regionali nel Lazio durante il suo intervento a Radio24 nella trasmissione “Il caffè della domenica“. Dice: «Si potevano fare le primarie, alle quali D’Amato aveva tantissime possibilità di vincere. Calenda ha fatto dei danni forti al Pd e alla prospettiva unitaria del centrosinistra. Per fortuna in questo caso non era mio compito decidere. Ora ci sarà l’organismo regionale che discuterà e ratificherà questa decisione».

Nemmeno lui sapeva della designazione di D’Amato. E nemmeno lui risparmia le critiche a Giuseppe Conte nonostante lo abbia sempre stimato. Conferma che se la situazione è precipitata, molto lo si deve alle posizioni assunte dal leader del M5S «La decisione di sostenere come Pd Alessio D’Amato, e soprattutto con questo schieramento politico, l’ho appresa dalle agenzie» ha spiegato Bettini. «Stimo D’Amato, è bravo ed è un buon candidato. Conte non ha aiutato. Quando si vuole un processo unitario non si pongono delle condizioni inderogabili. Però l’esito poteva essere diverso, magari con lo stesso candidato ma con diverso schieramento politico».

Foschi: D’Amato non è un’imposizione

Enzo Foschi

Il problema è il metodo, non l’uomo. Ma resta il problema. Al punto che deve intervenire il vice segretario Pd del Lazio Enzo Foschi. Partecipa ad un’iniziativa di Articolo Uno in vista delle Regionali. E da lì dice «Alessio D’Amato non è il candidato imposto a tutti, ma legittimamente è il candidato che il Pd offre alla coalizione. Lo strumento più giusto per decidere sono le primarie. Io sono per farle e le primarie devono vivere della diversità della coalizione“.

A sinistra non digeriscono il fatto che sul nome di Alessio D’Amato ci sia il peso di Azione e di Carlo Calenda. È come se il candidato lo avesse imposto lui e non un dibattito. Enzo Foschi ribadisce che l’assessore alla Sanità è il candidato che il Pd ‘offre’ alla coalizione, a quel punto si possono «fare le primarie, che devono vivere della diversità della coalizione. Quindi ci possono essere altre candidature che portano altri punti di vista. Ma non è possibile che le primarie siano considerate buone se il Pd si divide in 50 e sono cattive se il Pd candida una figura sola».

È la risposta al Segretario regionale di Sinistra Italiana Massimo Cervellini. Che un attimo prima aveva chiuso la porta alle Primarie per indicare il candidato alle Regionali. «Non pensiate che la lista Verdi-Sinistra si infili in Primarie dove tutto il Pd voterà Alessio D’Amato. Io non mi ci metto perché sono una persona onesta e so che l’esito delle primarie poi va accettato. Non chiedete a me o ai compagni di Sinistra Italiana di andare sul profilo politico del candidato di Carlo Calenda».

Foschi ricorda alla sinistra di avere già accettato le primarie col candidato unico del Pd: era Roberto Gualtieri. Ed oggi sono in Giunta a Roma con lui. Ha evidenziato che D’Amato può piacere o no ma non è Letizia Moratti e non ha mai avuto a che fare con la destra. Semmai con la sinistra «e non mi vergognerei a chiamarlo compagno».

Bonafoni: primarie per ricomporre

Le primarie sono utili anche a giudizio di Marta Bonafoni, capogruppo della civica di Zingaretti. Dice basta ai tatticismi e spazio alle primarie «per uscire dal “vicolo cieco” e stretto dell’alleanza Pd-Terzo Polo e costruirne un’altra allargata alla sinistra e, magari, al Movimento 5 Stelle».

Indica la sua linea, in occasione dell’evento organizzato da Articolo Uno. Una prospettiva che, anche se non lo ha detto apertamente, non prevede il ticket con Alessio D’Amato, ipotesi riconducibile alla categoria del “tatticismo” ma, appunto, le primarie.

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