Regionali, il patto c’è da sabato: ma non si può dire

C'è l'intesa tra i Partiti del Modello Lazio. Le basi sono state gettate sabato scorso nel corso di un vertice. Ma non si può dire. Perché la Regione Lazio è ostaggio del livello nazionale. Il perimetro Lombardi. La conferma Bonafoni. La soluzione delle Primarie: ma tra poco non c'è più tempo. E Zingaretti conferma le date di Alessioporcu.it

Carlo Alberto Guderian

già corrispondente a Mosca e Berlino Est

L’accordo c’è da sabato scorso ma non si può dire. La Regione Lazio è un ostaggio della politica nazionale: i mediatori locali hanno raggiunto l’intesa. Ma sono i warlord i signori della politica nazionale a non dare il via libera. Per alcuni di loro il Lazio è merce di scambio e per altri è vittima sacrificale: se il centrosinistra perde le elezioni nella Regione di Roma sono certi che sarà il Pd a pagare tutto il prezzo.

C’è l’accordo già da cinque giorni ma non si può dire ad alta voce. A costruire la sintesi sono stati il Segretario Regionale del Pd Bruno Astorre con il vice presidente della Regione Daniele Leodori e con loro tutti i generali sul campo di quell’alleanza unica in Italia che in questi anni ha governato il Lazio: dal M5S ad Italia Viva, dai Verdi a Sinistra Italiana, dai movimenti alle formazioni ambientaliste.

Il tempo dell’attesa

Roberta Lombardi e Nicola Zingaretti (Foto: Andrea Panegrossi © Imagoeconomica)

Senza la benedizione nazionale però non possono scendere in piazza e lanciare la sfida al centrodestra che ha conquistato a mani larghe il Paese. Non possono avviare la controffensiva raccontando dieci anni di governo della Regione: guidata fuori dalle paludi della bancarotta, disegnando un modello di Sanità diverso da quello delle macroaree di centrodestra, avviato riforme profonde.

Quella in atto sul piano nazionale non è una trattativa al rialzo. Ma una tattica di logoramento. Il telefono non è muto, come nei sequestri difficili. Ma squilla più volte al giorno: per dire cose in contrasto tra loro.

Perché i due assessori ed il capogruppo del M5S in Regione continuano a mandare chiari segnali di voler andare alle urne con la stessa alleanza che ha governato in questi anni. Ma poi Giuseppe Conte dice che vuole decidere il candidato. La capogruppo di Italia Viva è pronta a guidare le truppe renziane nel solco tracciato in questi anni con la Campo Ultralargo creato da Nicola Zingaretti e Daniele Leodori. Ma poi a Palazzo Madama Matteo Renzi punta l’artiglieria contro il Pd e non contro il Governo di destra. Le truppe di Carlo Calenda dialogano in Regione ma come ci si allontana dal perimetro della Pisana la puzza è la stessa avvertita il girono dopo il patto nazionale siglato con Enrico Letta.

L’impressione è che se lasciassero il Lazio agli stati maggiori regionali, il polo Progressista annuncerebbe l’accordo dopo poche ore.

I segnali del M5S

Roberta Lombardi con Loreto Marcelli. (Foto: Imagoeconomica, Stefano Carofei)

La posizione della leader del Movimento 5 Stelle Roberta Lombardi è chiara. Da sempre. Coerente con la sua storia e con il suo MoVimento. Per lei l’esperienza al fianco di Nicola Zingaretti è stata positiva e ci sono tutte le condizioni per ripeterla. Ma deve essere il Pd a proporre un progetto intorno al quale costruire il nuovo patto: esattamente come fece Zingaretti che non basò sui numeri l’alleanza.

E oltre al programma c’è un altro punto fermo: il candidato. Il M5S vuole un nome che sia di garanzia esattamente come lo è stato il governatore uscente. Sotto questo aspetto c’è il disco verde a Daniele Leodori: ma i pentastellati non vogliono essere coinvolti in uno scontro tra bande Dem. Le correnti del Pd trovassero una sintesi tra loro e facessero sapere.

Ma non è così semplice sotto il tetto a cinque stelle. C’è l’ala di Virginia Raggi che a Roma conta molto più di qualcosa. E con il Pd ha il dente avvelenato. E c’è Giuseppe Conte che sta usando il Lazio che arma di lento logoramento sul Pd. Il timore è che voglia mollarlo poi alla fine come fece Calenda a Letta.

 Roberta Lombardi difende il fortino del Lazio: “Bisogna ripartire dai territori, dove ognuno conosce il proprio interlocutore e sa cosa si può fare e cosa no. È certa la strada per l’alleanza passi dal livello regionale e comunale. Il nodo del termovalorizzatore che il sindaco Gualtieri ha deciso di realizzare a Roma mandando su tutte le furie i pentastellati? Non è quello l’ostacolo. Perché un punto di equilibrio è stato già raggiunto: Pd e M5S sono d’accordo sul fatto che alla Capitale servano impianti per eliminare i rifiuti; sulla tecnologia il dibattito è aperto.

Il dialogo che funziona

Valentina Corrado con Mauro Buschini

Nelle ore scorse, all’agenzia Dire l’assessore alla Transizione Ecologica della Giunta Zingaretti ha detto che si deve ragionare ” tenendo ben distinti i piani nazionale e regionale. Non so come si risolverà sul livello nazionale. So però che in molte Regioni e Comuni governiamo col centrosinistra e quello che mi arriva dai miei colleghi è che, pur nelle diversità, andiamo avanti in maniera proficua. Come abbiamo dimostrato anche nel Lazio“.

Al Pd mette di fronte le proprie colpe. “Ho paura che ci siano state una somma di egoismi da parte della classe dirigente del Pd e valutazioni strategiche errate. Non so se l’avere abbracciato con furore questa agenda Draghi atlantista corrisponda alle ambizioni personali di qualcuno per un progetto di futuro segretario generale della Nato”.

Come avvenne all’epoca dell’intesa in Regione Lazio, Roberta Lombardi fa una distinzione tra Nicola Zingaretti con il livello regionale ed Enrico Letta con la Segreteria Nazionale. “Ho visto la pavidità di una segreteria nazionale attorno al suo segretario: anziché fargli notare l’errore strategico, ha preferito pensare alle ricandidature alle elezioni“.

Il programma prima dei nomi

Il vertice tra le forze progressiste si è tenuto sabato scorso. E lì Roberta Lombardi non è stata né tenera né accondiscendente. È stata lei a chiedere un approccio a rete sollecitando il Pd a rinunciare alla sua visione eliocentrica: il sole Dem al centro e gli altri a fare da satelliti.

Nessun nome. Anche su questo la posizione pentastellata è coerente. “Al momento non sono appassionata al tema del nome: prima voglio capire quali sono i temi imprescindibili su cui si costruisce l’alleanza, poi viene il ‘bomber’“. Prima i programmi, poi il nome del candidato presidente.

Perché è così importante? Durante la riunione di sabato ha fatto alcuni esempi lampanti. C’è un Governo nazionale che ha già cambiato il nome al ministero che si occupa di Transizione. E “la sicurezza energetica può venire anche dalle fonti fossili o dal nucleare di vecchia generazione senza però tenere conto della sicurezza legata all’impatto sull’ambiente e salute in base alle fonti energetiche utilizzate“. Insomma, si rischia di avere a Palazzo Chigi una visione diversa da quella che M5S e Pd hanno costruito nel Lazio con tutti gli altri alleati durante questi anni.

Roberta Lombardi chiede scelte di coraggio. Come nel caso dell’autostrada Roma -Latina che definisce “L’inceneritore delle strade“, nel senso che “è un progetto di 30 anni fa che ora non ha più senso: il concetto di mobilità era individuale e su gomma, avevi facilità di approvvigionamento petrolifero e poco importava dell’ambiente. Il mondo però è cambiato e bisogna pensare a una mobilità collettiva su ferro, sostenibile e necessaria“. Basta vedere cosa hanno deciso nelle ore scorse gli industriali dell’Automotive del Cassinate per capire quanto ha ragione. (leggi qui: Automotive, nasce il Cluster Cassino e sfida i poli nazionali).

Più difficile da smontare che da fare

Marta Bonafoni e Roberta Lombardi

Conferma l’adesione al progetto del Modello Lazio anche Marta Bonafoni. Lei rappresenta il mondo dei movimenti per i diritti. È lei a dire che Qui nel Lazio è più difficile smontare la coalizione che farla, perché stiamo già governando insieme“. Lo dice a margine dell’evento organizzato a Largo Venue, sulla Prenestina. Da lì chiede di proseguire e rilanciare il lavoro svolto in questi anni dalla coalizione guidata da Nicola Zingaretti.

Marta Bonafoni aveva dato la sua disponibilità a partecipare alle Primarie con cui individuare il candidato. E ora? “Se si faranno, parteciperò alle primarie“. Potrebbe essere la soluzione che legittima qualunque scelta: Daniele Leodori ha detto da mesi di essere pronto, la stessa cosa vale per l’assessore alla Sanità Alessio D’Amato. Il problema è che rischia di non esserci tempo. Perché Nicola Zingaretti ha ribadito che non intende rimanere in Regione Lazio un solo minuto in più del necessario. Ed il 5 febbraio è la data in cui con ogni probabilità si dovrà decidere tutto. Non nel centrosinistra. Ma in Regione: eleggendo il suo successore. (Leggi qui: Regionali, il vertice fissa le date: primi colpi tra i big)

La data delle dimissioni

Nicola Zingaretti (Foto: Andrea Panegrossi © Imagoeconomica)

Lo ha confermato questa mattina il deputato – governatore. “La data delle mie dimissioni da governatore? C’è un iter legislativo in corso in Aula, noi abbiamo un obiettivo“, che è quello di approvare il collegato di bilancio il 3 novembre. “Lo perseguiamo ma chiaramente dipende dal dibattito consiliare. Come abbiamo detto stiamo rispettando i patti, c’è un bellissimo collegato. Rappresenterà una svolta per la Capitale. Immediatamente dopo firmerò le dimissioni e si aprirà il percorso per andare al voto, che credibilmente potrebbe essere nella prima settimana di febbraio“.

Nicola Zingaretti lo ha detto a margine dell’inaugurazione di un parco fluviale a Roma. La Camera non gli ha ancora contestato l’incompatibilità tra le sue due cariche e questo gli consentirebbe di allungare i tempi: anche di un mese. Ma non intende farlo. Perché “Qui parliamo di rispettare un impegno politico preso con la maggioranza e l’opposizione. Io credo che avendo scelto l’opzione del parlamentare, sia giusto dare alla Regione un mese prima della scadenza naturale, la possibilità di avviare un percorso democratico che coinvolga le persone“.

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