Resa dei Conti in regione tra Pd e Cinque Stelle

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Nessuno lo dice apertamente, ma uno dei temi principali della riunione di domani della segreteria regionale del Partito Democratico sarà quello di come arginare sul nascere una possibile offensiva dei Cinque Stelle in vista delle elezioni regionali.

Il fatto che l’appuntamento sia calendarizzato per il 2018 non toglie nulla alla necessità di approntare subito una strategia. La vittoria a Roma dei pentastellati ha fatto scattare l’allarme rosso, anche perché è stata accompagnata da successi importanti in Comuni chiave dell’area dei Castelli romani. Inoltre, la freddezza della sindaca di Roma Virginia Raggi nei confronti di Nicola Zingaretti è lapalissiana.


C’è un altro elemento: la sconfitta di Piero Fassino a Torino, proprio contro la candidata dei Cinque Stelle, è stata letta dal Pd come la conferma che ormai i flussi elettorali prescindono dai risultati ottenuti da un’Amministrazione. I risultati dicono che c’è un’enorme fetta di elettorato, talmente grande da poter incidere, che il Pd ha trascurato e non ha raggiunto. Invece il Cinque Stelle si. E’ quel popolo della tastiera che non è mai entrato in una sezione di Partito né ci entrerà, non legge i giornali, si informa attraverso la timeline di Facebook. Lì il Partito Democratico non c’è mentre da tempo il M5S ha i suoi attivisti, pronti a leggere tutto ed a commentare, orientando e persuadendo. La segreteria regionale Pd esaminerà la questione.


Alla Regione Nicola Zingaretti ha vinto guidando una coalizione classica di centrosinistra e finora in giunta ha fatto pochi aggiustamenti. Adesso però è necessario capire immediatamente come impostare questi ultimi due anni di mandato. I punti caldi sono sempre gli stessi: sanità, trasporti, lavoro e sostegno alle imprese. Molto dipenderà dal risultato del referendum. Matteo Renzi sta valutando ogni mossa con cautela, ma nel caso di vittoria dei sì potrebbe provare un azzardo: elezioni anticipate sia alla Camera che alla Regione Lazio, per sfruttare l’onda lunga. Se invece dovessero prevalere i no, lo scenario potrebbe essere lo stesso, ma in quel caso sarebbe Beppe Grillo a premere sull’acceleratore.

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