Cinque candidati, tre uomini e due donne o viceversa: cosa cambia nel Lazio. E perché

Ecco cosa cambierà con la nuova legge elettorale in via di approvazione nel Lazio. La mossa improvvisa di Nicola Zingaretti e le possibili chiavi di lettura

Cinque candidati nella provincia di Frosinone, altrettanti nella provincia di Latina. E poi tre candidati a Viterbo e due a Rieti. Il resto, il grosso come sempre, a Roma. Tre uomini e due donne (in Ciociaria e nel Pontino), due uomini e una donna nella Tuscia, uno e uno nel Reatino. O viceversa, purché nessuno dei due generi superi il limite del 40%. Due preferenze, se si vogliono votare un uomo ed una donna inseriti nella stessa lista; altrimenti una sola preferenza, ad un uomo o ad una donna. Quattro eletti o al massimo cinque a Frosinone ed a Latina. Possibilità di fare voto disgiunto: presidente di uno schieramento e consigliere di un altro. E nessun candidato che entra per direttissima, senza voti, insieme al candidato presidente che viene eletto: niente scudi, niente pretoriani a fare la guardia, nessuna pattuglia a difendere dall’invadenza dei Partiti e della Politica. Benvenuti nell’Abbuzzesellum 1.0, la legge elettorale scritta da Mario Abbruzzese che tra poco verrà approvata dalla Regione Lazio e con la quale eleggeremo il prossimo governatore.

 

La prossima legge elettorale del Lazio sarà questa. Non per merito di Abbruzzese (che l’ha scritta). Ma di Nicola Zingaretti. Che ad un certo punto si è sentito sazio a sufficienza di un dibattito nel quale i grillini parlavano di «mediazioni inaccettabili», di Forza Italia che pontificava su «dieci poltrone da mettere in distribuzione» e si dichiarava «pronta all’ostruzionismo». Alle quattro del pomeriggio il governatore chiede la parola e dice (tra le righe): volete tanto fare i riformatori quando invece state tutti aggrappati alla legge attuale? Va bene vi accontento: togliamo il listino e adesso vediamo.

Spinge la sfida fino al punto di non ritorno. Perché la verità dei fatti é che il listino bloccato con i dieci nomi capaci di garantire la governabilità a qualsiasi presidente non lo vuole togliere nessuno. Non lo tolse Renata Polverini (presidente del Consiglio regnante Mario Abbruzzese) che in quel momento era a capo di una maggioranza (con un’opposizione nelle stesse condizioni) annichilita dagli scandali  e dagli arresti. Cancellò per decreto 20 posti nel Consiglio riducendolo da 70 ai 50 attuali e nessuno osò fiatare. Ma il listino non lo toccò.

L’altro giorno Nicola Zingaretti ha avvertito tutti: state giocando con il fuoco. Gli ha ricordato che l’attuale legge elettorale, scritta dal centrodestra, ha funzionato benissimo ed ha garantito la governabilità. Ha consentito al Lazio di governare un cratere profondo 10 miliardi di debiti: accumulati nei decenni, nascosti sotto al tappeto (Francesco  Storace arrivò ad approvare il bilancio della Regione escludendo i conti delle Asl, così evitò di prendere atto della voragine, passando il buco al successore Piero Marrazzo).

 

E allora, se il gioco è a chi si traveste di più da riformatore, si aprano le danze: nel pomeriggio Nicola Zingaretti è stato più grillino di Barillari e dell’intera compagnia stellata messa insieme, ha sorpassato a destra Cangemi e pattuglia azzurra. Via il listino.

 

Prima conseguenza? Adesso ogni provincia eleggerà un consigliere regionale in più con le preferenze (prima, uno per provincia entrava nel listino). La differenza è di sostanza: immaginiamo (tanto per fare un esempio, usiamo i risultati di questa Consiliatura) Mario Abbruzzese che sta all’opposizione insieme ad Antonello Iannarilli (primo dei non eletti in Forza Italia). O Mauro Buschini che sta in Consiglio insieme a quel mastino esperiamo di Peppino Moretti . Per chi conosce i soggetti non c’è bisogno di aggiungere altro. Per chi non li conosce e sufficiente riferire la frase pronunciata dal colonnello del Kgb che salutava il suo omologo della Cia la notte in cui crollava il Muro a Berlino: «Vi faremo la cosa peggiore: vi lasceremo senza un nemico». Già, in questo modo l’avversario ce l’hai dentro casa.

 

Tutto il resto, in primis il “consiglio interamente eletto dai cittadini” sono fesserie di circostanza. Quello che c’è da capire è il vero motivo per cui un politico non di primo pelo, come è Nicola Zingaretti, abbia giocato questa carta. Perché raccontata così come l’abbiamo vista in questi giorni rischia di passare per quello che al fine di fare dispetto alla moglie si privò dei gioielli di famiglia. O, peggio ancora, per il Saddam che incendiò i pozzi prima dell’ultima votazione.

Voleva abolire il listino? Gli bastava togliere il freno a mano che per tre mesi ha impedito l’approvazione della legge. Non voleva toglierlo? I numeri per tenerlo li aveva. Non voleva passare per quello che ci ha ripensato? I tempi del ‘chi ci ripensa è becco‘ sono finiti a Piazzale Loreto, questo è un altro mondo. Non voleva passare per quello che impone una riforma? Chi vince governa e chi sta all’opposizione strilla, perché i primi hanno il mandato pieno della maggioranza popolare ed i secondi no.

 

Allora perché lo ha fatto? Perché Nicola Zingaretti è un politico assimilabile a nessun altro in circolazione: spariglia, reinventa, rinnova e manda in soffitta tutto ciò che c’era stato prima di lui. Forse, semplicemente, Nicola Zingaretti ha deciso di fare fino in fondo Nicola Zingaretti, realizzando anche l’ultimo punto del suo programma: l’abolizione del listino. Anche perché la legge elettorale che passerà l’ha messa a punto Mario Abbruzzese: ciò di più simile ai Democristiani d’un tempo, pragmatici e con il senso delle istituzioni. Quelli con i quali i Compagni dai quali si è formato Zingaretti, senza che mai si ne trovassero le impronte digitali né dei primi né dei secondi, hanno fatto le leggi più durature nel Paese.

 

 

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