Roma padrona e la provincia sempre più debole

STEFANO DI SCANNO

per L’INCHIESTA QUOTIDIANO

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I teatrini della politica si assomigliano tutti: la strategia della bugia tenta di cambiare il corso della storia della verità. Doveva esserci un palcoscenico diverso, senza furbi depistaggi e auto assoluzioni. Invece l’avvilimento per un Paese che non trova lo spunto per voltare pagina davvero, diventa il sottofondo malinconico del palco disadorno di un comico che doveva salvarci dal malaffare e non fa più ridere da un pezzo.

A differenza del presidente del Consiglio che, suo malgrado, è divertente non poco quando ripete la gag della ripresa economica. Roma padrona, e a tratti ladrona e mafiosa, resta immutabile pure per acqua e rifiuti: con Acea e Ama ci rifila l’immondizia ed incassa le bollette di tutti, facendo utili a nostro carico.

Luigi Di Maio ha pure tentato di spiegare che i pentastellati si son messi contro le lobby di Acea e Ama – Cerroni. Ma non pare proprio. I romani – Raggi non fa eccezione – se ne fregano di lasciare senz’acqua per giorni, intere aree della periferia del “loro impero”, di insozzare ulteriormente zone già degradate delle province.

La multiutility ha tremato in Borsa solo il giorno dell’elezione della attuale sindaca, ma poi s’è subito ristabilita la tranquillità di una capitale incorreggibile. Nelle mani di poteri forti intrecciati con le ramificazioni ancor più profonde di una politica decadente e priva di rigore morale, che succhia il denaro di tutti per trasferirlo nelle proprie tasche e in quelle di parenti e amici. Clientelismo sfrenato e miasmi di corruzione promanano dal granito e dal rosso antico dei suoi marmi e delle sue forme da struggimento.

Roma è così. Anche vista dalla Regione Lazio, dove i consiglieri della capitale non si preoccupano lontanamente di quel che accade al di là del diametro che cinge l’Urbe fra Ciampino e la Tomba di Nerone. Tutto serve a pompare sangue nel cuore pulsante del fannullismo e del privilegio assurti a sistema di gestione della cosa pubblica: ora si scopre che le aziende ospedaliere della capitale nel 2015 hanno appesantito di molto il deficit sanitario, mentre in province come quella di Frosinone le strutture pubbliche sono state sfasciate e private di servizi essenziali in nome dell’esigenza di far quadrare i conti: perfino le sacche del sangue scarseggiano dalle nostre parti.

Il risultato è che la sbandierata uscita dal commissariamento non appare più dietro l’angolo e, soprattutto, che la pubblicizzata riduzione dell’aliquota Irpef da primato nazionale, diventa un’impresa ardua da realizzare.

Anche se, ieri a Frosinone, il governatore ha mostrato ottimismo affermando che il disavanzo è sotto controllo. Ma il risultato consolidato è che non si lesina al centro e si taglia in periferia. E’ la tattica zingarettiana tipica, mischiata ad una buona dose di controinformazione pubblicitaria e non solo. A proposito, in consiglio regionale in settimana s’è discusso di una legge per sostenere l’editoria in crisi. Strano che per le inserzioni istituzionali della Regione Lazio non si operi come il buon padre di famiglia che divide equamente risorse fra tutti i componenti. Invece gli spazi promozionali appaiono sempre sugli stessi giornali. Tranne che sul nostro, notoriamente e doverosamente critico con i manovratori del potere (Zingaretti incluso).

Questa vicenda dei media – che manco i Cinquestelle hanno compreso a fondo – assomiglia ad uno di quei giganteschi gorghi che le navi scoprono in mare aperto, tali da ingoiare posti di lavoro e testate, dopo aver screditato l’informazione ed aver sperperato in troppi casi denaro pubblico. Siamo arrivati al punto estremo in cui si legge perfino che le disgrazie di una cooperativa di giornalisti e poligrafici che edita un giornale nulla avrebbero a che vedere con la testata di quello stesso giornale. Come se le storie dei giornalisti e dei dipendenti vari di un quotidiano fossero una faccenda separata rispetto al logo, che avrebbe un valore a prescindere dall’opera intellettuale di chi dà sostanza e cuore ad un organo di informazione. Se questa è la tesi, allora non si può che concludere che il filo rosso che collega la decadenza italiana di questo periodo è essenzialmente quello della menzogna, utile a salvare gli interessi dell’intera classe dirigente (politici e non politici).

Una cosa che con il concetto di verità e con quello di libertà fa a cazzotti. Soprattutto svela le motivazioni dell’attacco totale all’informazione abituata a presidiare il campo del sapere ed a controllare quello del potere.

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