Solo una rovesciata può sbloccare la partita (di V. Macioce)

Le consultazioni del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Viste come una metafora del calcio. Come solo una grande penna sa raccontare. Quella di Vittorio Macioce

Vittorio Macioce

Il Giornale - Caporedattore

Il Colle in questi giorni è un’area di rigore affollata, dove non passa nulla e la palla rotola nel fango dei veti incrociati, di passaggi che si perdono nel nulla, senza sbocchi, senza corridoi e si fa fatica a immaginare un futuro prossimo.

Prima o poi un governo si farà, ma per ora la parola d’ordine è lasciar passare il tempo.

Catenaccio e fuorigioco in difesa, melina per chi deve fare il gioco. Che fare? Non ci sono corsie libere sulla fascia, i cross non arrivano, il dribbling si arena sul terreno impantanato, il portiere non esce dai pali e non c’è orizzonte per un pallonetto. Non ci sono numeri per una bordata da fuori.

In questi casi ci si affida all’inatteso, qualcosa fuori dagli schemi, un gesto di coraggio, forza, tempismo, acrobazia, tecnica e fortuna.

Forse per uscire dallo stallo serve una rovesciata, come quella di Cristiano Ronaldo contro la Juventus. La rovesciata come gesto solitario e improvviso, il sottosopra che ribalta il quadro. Ora Mattarella non assomiglia al numero sette dei Galacticos. Non si sa quanto stia bene in bianco e non sembra un tipo sfacciato, che si prende con forza quello che vuole.

Il presidente continua a affidarsi alle trame possibili sul terreno di gioco, magari spera in un’apertura a sinistra con un controtraversone al centro, in una zona d’ombra tra Salvini e Di Maio. Il primo non gradisce e il secondo ci sta pensando troppo.

Al centro però ci vorrebbe un bomber, come quelli di una volta, uno con il volto e i polpacci di Bonimba, al secolo Roberto Boninsegna, come quel 2 maggio del 1971 a San Siro contro il Foggia, con Facchetti che scende sulla sinistra e lui che si alza in orizzontale come una statua di Fidia che prende vita. Solo che lì non c’erano difensori ad arpionarlo. Era una rovesciata da prima repubblica.

Allora bisogna affidarsi alla fantasia, una rovesciata da fuga per la vittoria, come quella di un Pelé hollywoodiano, alto verso i cieli ma al rallentatore.

C’è la rovesciata furba e malandrina come quella di Silvio Piola nel ’39, con un colpo di mano all’altezza del ginocchio e gli avversari non potevano che essere gli inglesi, sempre dannati nel calcio da una mano di Dio.

C’è quella plastica, da immortali, santificata sugli album delle figurine Panini, con il profilo di Carlo Parola in maglia bianconera, contro la Fiorentina il 15 gennaio 1950. È stata pubblicata in 200 milioni di copie con didascalie in greco e cirillico, arabo e giapponese.

Le rovesciate sono infinite e non basta il tempo per citarle tutte. Ci sono quelle di Rooney, Ibrahimovic, Djorkaeff, Ronaldinho o van Basten. C’è quella di Ramón Unzaga, che nel mondo ha battezzato quell’acrobazia come la «cilena».

Ma quella che forse serve a Mattarella è quella che davvero non ti aspetti. La rovesciata qualunque e provinciale di Pasquale Luiso, il toro di Sora, con la maglia del Piacenza contro il Milan di Maldini, Costacurta e Sebastiano Rossi. Era un giorno di dicembre del ’96.

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