Salsiccia e pecora al sugo: quando c’era la Festa de L’Unità

Amarcord. La festa de L'Unità quando era fatta tutta di volontariato e serviva per finanziare il Partito. Tutti si mettevano a disposizione e si giocavano le ferie per aiutare a realizzarla. I profumi di grigliata, baccalà e pecora al sugo. Oggi invece si discute della carta dei vini

Corrado Trento

Ciociaria Editoriale Oggi

Si scrive staccato: la Festa de L’ Unità. Perché fu concepita dal Partito Comunista Italiano per finanziare l’ organo di stampa ufficiale. L’ Unità appunto.

Eravamo nell’ immediato dopoguerra. Ma per decenni l’appuntamento ha scandito la vita, non solo la passione politica, dei leader nazionali, dei dirigenti e dei militanti locali.

Perché salutarsi da “compagni” e “compagne” era molto di più che il riconoscimento di un’ identità storica e culturale. La parola chiave era “condivisione” : non soltanto sulle strategie del Partito, ma pure su giornate e nottate indimenticabili passate a cantare, ad ascoltare musica, a mangiare insieme.

 

Le ferie per il Partito

Anche in provincia di Frosinone la Festa ha segnato epoche e momenti. Poi ad un certo punto la situazione è cambiata: la svolta della Bolognina, il passaggio dal Pci al Pds, poi i Ds e infine il Pd. L’ appuntamento è rimasto, ma lo spirito è cambiato.

Francesco De Angelis è stato l’ ultimo segretario provinciale del Pci e il primo del Pds. Era il 1989 e Achille Occhetto chiudeva un’esperienza per aprirne un’altra. In lacrime.

Racconta De Angelis: «La partecipazione e la passione quando c’era il Pci erano straordinarie. I volontari rinunciavano alle ferie per lavorare gratuitamente alla Festa de L’Unità. Mia madre a Ripi preparava i “ fini fini”, piatto forte dell’appuntamento insieme alle leggendarie penne all’ arrabbiata. Senza dimenticare le salsicce, l’abbacchio e il baccalà.

Diciamo che quella “griglia” non c’è più perché quella militanza politica affondava le proprie radici nei valori, negli ideali e in un’aggregazione che non si è più vista dopo.

Oggi si è perso molto, non dobbiamo avere paura di riconoscerlo. Non c’è più quel Paese, non ci sono più quelle piazze. Allora era tutto fantastico: dal servizio d’ ordine ai comizi. E poi si restava a cantare fino alle cinque del mattino: con la chitarra e con un’allegria contagiosa.

Il ricordo più bello è quello legato all’intervento di Achille Occhetto a Ceccano, nel 1989. Avevamo appena chiuso l’esperienza del Partito Comunista, ma la determinazione ad andare avanti era totale. Mi vengono i brividi a ripensarci oggi».

 

Festa e confronto

Correva l’ anno 1962 quando Ermisio Mazzocchi sottoscriveva la sua prima tessera del Partito Comunista Italiano. Nel 1972 diventò funzionario ed è stato testimone e protagonista di tutte le tappe, nazionali e locali.

Argomenta: «La Festa de L’Unità ha rappresentato innanzitutto una straordinaria operazione di autofinanziamento del Partito. In un contesto di aggregazione sociale irripetibile. Però bisogna anche aggiungere che in quei momenti si approfondiva la linea politica del Partito ad ogni livello, da quello nazionale a quello comunale.

L’identità politica era il carburante della rappresentanza e gli obiettivi erano chiari. La Dc era l’avversario, ma il nostro punto di riferimento era costantemente quello della giustizia sociale. Parliamo degli anni del compromesso storico, della grande intesa tra Enrico Berlinguer e Aldo Moro».

Dichiara poi Mazzocchi: «Non dimenticherei, però, le tradizioni enogastronomiche, con i volontari che si trasformavano in massaie. La verità è che l’intero corpo del Partito partecipava all’ evento.

I ricordi più importanti? Entrambi datati 1976. Il primo a Filettino: mai vista una partecipazione così massiccia. Il secondo a San Donato, perché si festeggiava con temporaneamente l’anniversario della fondazione del Partito Comunista Italiano. Per quanto riguarda l’attualità, intanto è importante che la tradizione continui a rinnovarsi. La verità è che il mondo è cambiato. Non mi riferisco soltanto alla politica italiana o al nostro partito. Però se c’è un filo vero che unisce il Pci, il Pds, i Ds e il Pd, quello è proprio la Festa de L’Unità».

 

Con l’asino per fare le tessere

Maurizio Cerroni, prima di diventare sindaco, è stato segretario della sezione del Pci di Ceccano, la roccaforte rossa della Ciociaria.

Dice: «La Festa de L’Unità ha insegnato a tutti noi due cose: si poteva fare del volontariato sociale straordinario ed era importante anche promuovere la cultura del territorio. Penso ai prodotti enogastronomici ma anche alla musica. Poi naturalmente la militanza politica è stata irripetibile.

Ricordo un episodio che ha fatto la storia: nel 1958 a Ceccano le sottoscrizioni della Festa de L’Unità si effettuavano andando in giro con degli asinelli. Casa per casa. Emozioni tramandate per generazioni. Così come non potrò mai dimenticare la partecipazione ad un appuntamento a Ceccano del grande Rino Gaetano. In un clima eccezionale.

Perché ad un certo punto si restava tutta la notte in piedi per cantare. E a quel punto la politica non c’ era più. Questa è stata la Festa de L’ Unità. Oggi è diverso naturalmente. Però è importante che l’ appuntamento sia rimasto»

 

Luciano Gatti: «Dalla mortadella alla carta dei vini»

di Corrado Trento

Sette gli appuntamenti di quest’ anno in Ciociaria. Già svolti quelli di Ausonia, Vallerotonda, San Donato Valcomino e Coreno Ausonio. Oggi inizia quello di Cassino, con un programma molto ricco. Venerdì si comincia a Frosinone, poi il 22 ad Esperia.

Negli anni ruggenti si arrivava a quaranta però.

Luciano Gatti non fa più parte del Pd, ma di Feste de L’Unità ne ha “vissute” tante. È stato segretario provinciale dei Ds dal 1999 al 2003. «Ma prima ancora ho ricoperto il ruolo di segretario della sezione del Pci nello stabilimento Fiat di Cassino», aggiunge con un certo orgoglio.

Ricorda Luciano Gatti: «La Festa serviva per verificare la salute politica del Partito, ad ogni livello: nazionale e comunale. In ogni singola sezione. A proposito: vogliamo mettere il termine sezione?

Ti accorgevi immediatamente di come sarebbe andata, sin dalla fase della sottoscrizione. Una forma di autofinanziamento irripetibile: gli sponsor erano pochi e comunque politicamente compatibili. Tutto passava dalla vendita dei giornali, delle coccarde, delle bandiere. E naturalmente dagli stand.

Fra l’altro la Festa era il momento nel quale funzionari e dirigenti riscuotevano almeno le spese della benzina. Davvero. Ogni cosa aveva un valore speciale. Ricordo che una volta riuscimmo a vendere in un’unica serata 800 copiedel giornale. Ricordo un confronto con l’attuale direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana per preparare un dibattito che lui avrebbe moderato.

Ma ho anche un ricordo amaro. Eravamo nel 1980 a Forca d’Acero, subito dopo la marcia dei 40.000. Non c’ era la solita partecipazione, eravamo smarriti. Ma rammento bene anche la gioia indescrivibile del 1992 a Cassino. Avevamo appena vinto le comunali in una città dominata per decenni dalla Democrazia Cristiana».

 

Il Partito imborghesito

Come si può sintetizzare il passaggio dal Pci al Pd dall’ osservatorio delle Feste de L’ Unità?

Spiega Gatti: «Dalle scelte enogastronomiche. Non scherzo. Diciamo la verità: l’elemento caratterizzante era anche quello degli odori. Penso al baccalà, alle salsicce, alle grigliate. Ma penso soprattutto a quell’odore di mortadella che letteralmente ci inebriava. Negli ultimi anni, invece, prima delle Feste, si discuteva sulla carta dei vini. Ecco, penso che su questo si debba riflettere non poco.

La forza del Partito Comunista Italiano stava nelle piazze, nel legame indissolubile con la società, nella rappresentanza dei lavoratori e degli operai. Oggi a quale fascia sociale si rivolge il Partito Democratico?»

 

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