Salvini mette le cioce e conquista Veroli a colpi di selfie

FOTO: ROBERTO ADDESSE

Matteo Salvini conquista Veroli sotto la pioggia. Per un selfie, fila più lunga che al Louvre. E alla fine mette in ombra pure il candidato che doveva esaltare

Monia Lauroni
Monia Lauroni

Scrivere per descrivere

Alla fine è arrivato. Lui, Matteo don Diego della Lega che nella sua autobiografia racconta come patì la prima ingiustizia quando all’asilo gli rubarono il pupazzetto di Zorro. Lega Ernica ma con Roma amica e la Frosinone di Ottaviani in fregola da investitura. Signore e signori il Capitano ha messo le ciocie ed è qui.

Matteo Salvini a Veroli per sostenere il candidato sindaco Marco Bussagli dall’alto di un appeal mediatico così marcato che alla fine, solo a giocare di paradosso, l’effetto traino potrebbe non esserci stato. Cose che accadono quando lo sponsor deborda e si mangia evento e tizio che doveva gasare.

Gli step delle scarrozzate di Salvini nelle città sono come i copioni goldoniani: atti, attori e situazioni sono fissi, ingessati da un fintotontismo micidiale. Proprio perché sottovalutato dalla “cultura alta”. Ma la morale cambia a seconda del teatro dove si va in scena.

Alla fine però chi batte le mani più forte è il popolo che conta più di tutti e a scoprirsi arbitro ci prende un gusto maledetto, specie se è popolo che vota. (leggi qui Salvini, nulla di nuovo: solita piazza piena)

Mandiamoli a casa

Mandiamoli a casa” è stato infatti il grido slogan più gettonato di Piazza Mazzoli a Veroli.

Freddo boia ma nessuno molla. Candidati, politici e gente proprio non se la sono voluta perdere, l’unica tappa provinciale di un tour che alla Veroli Viva di Marco Bussagli e al medagliere personale di Gianfranco Rufa serviva come il propellente all’Apollo 13.

A preludiare l’arrivo del Capitano in una piazza Mazzoli uggiosa, a tratti martellata dalla pioggia ma mugghiante, piena e costellata di ombrelli, anche la musica di Bob Marley. Giusto nei giorni in cui Salvini dichiara guerra alla cannabis light a Veroli lo annunciano con Marley. E se non è un ossimoro questo allora ci resta mister Magoo nell’olimpica di tiro al piattello.

Che il padrone di casa fosse lui, Gianfranco Rufa, senatur e ciociaro più tessitore di Cavour, si è capito subito. Dai discorsi? No, dalla mise: felpone della Lega ma con la scritta Veroli e spolvero dei grandi apparecchiatori. Giovedì prossimo porterà anche il ministro Marco Bussetti in Ciociaria e Mino Raiola ormai gli spiccia casa.

Comizio bagnato…

Ma se Rufa prepara la mensa e Salvini è il piatto forte, il festeggiato è lui: Marco Bussagli. Il candidato sindaco prende il microfono e la butta un po’ in caciara per scaldare l’ambiente: “Comizio bagnato, comizio fortunato” e alla via così.

Poi snocciola il programma, diligente e infervorato al contempo, Salvini è nell’aria: peggio che nella canzone di Marcella. E lo gasa: affondo polemico sull’inadeguatezza dell’apparato di accoglienza per il ministro dell’Interno (che però era lì in veste politica).

Veroli e l’Europa, Veroli unita e senza discrimini fra le frazioni, Veroli che crea lavoro, Veroli che viaggia comoda, che ha una funivia per Pizzo Deta e che si gestisce di nuovo la sua acqua. Applausi di ordinanza e tutto lo charme casereccio di un candidato onesto ed erudito, ma che a tratti pare soccombere alle logiche che “contengono” e fagocitano la sua avventura politica.

Nicola sequestrato

Logiche che prendono la forma del capoccione di Nicola Ottaviani, l’osservato speciale più speciale dai tempi di Pallone quando era socialista.

Mi avevano sequestrato un paio di amici del Pd“: l’esordio ghignante rimette in gioco la scacchiera grossa. E giù con l’endorsement: “Con Marco, Veroli merita una svolta a destra“, e poi, dato che lui di destra lo era già prima di gennaio, spiega quale destra intende con un roboante e un po’ sconclusionato “la sposa importante sta arrivando” e ancora, invertendo i termini, “Matteo è uno di noi“. Poi incalza: “Per la questione dello spread Salvini sta subendo attacchi enormi. Dobbiamo vincere per dare una mano a Gianfranco Rufa“.

Parte poi lo spot della candidata alle europee Maria Veronica Rossi che introduce: Rufa che cita Cicerone cazziante Catilina e parla della Lega come di un genitore rigido con i figli e il coordinatore regionale Francesco Zicchieri. Quest’ultimo loda la famiglia tradizionale e, carpiando sul locale, se la prende con il sindaco Simone Cretaro sentenziando solenne che si pentirà di non aver concesso alla folla verolana il Palacoccia indoor. Poi, come in preda ad un’ossessione, ammonisce “un blog locale: si deve rassegnare la Lega è il cambiamento“. Chissà con chi ce l’aveva.

La macedonia fra temi nazionali cari a Salvini e argomenti locali necessari per Bussagli pare funzionare; la folla c’è e partecipa gagliardissima e semi zuppa.

Il Capitano con la felpa

Il tempo di far sciabordare via dal palco la fiumana d’acqua che la pioggia ha chiamato a raccolta e, come ai concerti quando il gruppo spalla molla le chitarre, le luci si fanno strobo nel buio pesto: fresco di firma dell’ennesima diffida anti immigrati e accompagnato dal Nessun Dorma, si materializza lui, il Capitano.

Parte lo show: sta lavorando al decreto Sicurezza Due, le forze dell’ordine dovranno essere pagate dalle squadre di calcio, la legittima difesa è santa e la riforma della Fornero è capestro.

Poi gioca sull’endiade maltempo-malaministra: “Questa non è pioggia, sono le lacrime della Fornero!“, e giù applausoni e cori da stadio.

All’improvviso cabra sul locale a piombo come il Piaggio P180 che lo scarrozza nei cieli e lo fa con il senso della scena che mai gli è mancato: si china, parla con un uomo della folla che gli dice di essere “vittima della legge” e promette come Ulisse alla mogliera: “Tornerò“.

Poi di nuovo in quota, come in un otto volante: “In Europa ci si va per cambiarla, ci stanno massacrando“. E poi tasse, video sorveglianza, tolleranza zero sulla droga e galera per gli spacciatori. E giù di pancia, come piace a lui e soprattutto come piace ai suoi: sbarchi calati del 90%, una donna deve avere il diritto di uscire quando vuole, religione e civiltà italiana da salvare e “quel cardinale là che paga le bollette…“.

Il Capitano ha tirato fuori dal guardaroba la divisa ernica, con la maglia su cui campeggia la scritta “Veroli“, perciò si guarda il petto, si ricorda che non è ancora a Campobasso ed esplode: “Voglio un applauso a chi in Ciociaria ci ha messo la faccia“.

Gloria locale

Gianfranco Rufa ci si riconosce ed ha sei orgasmi, Marco Bussagli è felice, Francesco Zicchieri gongola e Nicola Ottaviani si sbertuccia le gocce di pioggia dalla spalla e si fa due conti. La folla semplicemente esplode.

La fine è catartica, con Salvini che officia il (rischioso) rito del selfie chiedendo due cose: che lo si faccia all’asciutto e che gli aspiranti salgano, ovviamente e simbologicamente, da destra. Si forma una fila che Louvre scansati e parte “Un Mondo migliore” di Vasco. Perché poi alla fine è sempre così, i generali si fanno i conti e la truppa si fa il selfie.

Genuinamente, alla calca, dei conti non importa, importa solo che a Veroli sia arrivato uno che parla talmente come il popolo da dare quasi l’impressione di non averci studiato sere intere, per parlare come il popolo.

Bussagli, che invece come il popolo non ci parla e ha studiato proprio per parlare bene, un po’ si preoccupa, ma poi si rassicura e vede il sereno anche nel grigio di un maggio ottobrante che gli ha inzuppato la zazzera.

L’asso che ha calato oggi è di quelli che, di solito, pigliano tutto.