Silenzio, parla l’eretica: “Qui nessuno prende ordini”

Sara Battisti spiega la scelta di sostenere Claudio Mancini alla segreteria regionale: “Il partito non è un esercito e non ci sono logiche da caserma”. Il rapporto paritario con Francesco De Angelis, che invece è schierato con Astorre. Durissima critica al metodo delle primarie. Poi la rivendicazione di uno spazio autonomo: “A Frosinone non prevalgano le scelte delle componenti nazionali”.

Parla a suocera perché nuora intenda. Rivendicando posizioni impopolari all’interno del Pd e partendo dal fatto che le logiche non possono essere quelle di una caserma. Sara Battisti, consigliere regionale, sa benissimo che la sua scelta di sostenere Claudio Mancini per la segreteria regionale ha creato malumori in Pensare Democratico, la componente di Francesco De Angelis, tutta schierata invece con Bruno Astorre.

 

Perché a Sara è stato concesso quello che ad altri invece non è stato permesso? Più di qualcuno se lo è chiesto e lo ha chiesto. A bassa voce però, perché il dissenso esplicito è diventato merce rara nel dibattito politico all’interno del Partiti.

La risposta è che Sara Battisti con Matteo Orfini sta dall’inizio e con De Angelis ha un confronto alla pari.

 

Sostiene Claudio Mancini «perché credo che il Pd regionale abbia bisogno di un segretario che conosca nella sua interezza il territorio e abbia la capacità di unire e non dividere». Lo scrive in un lungo e articolato post.

Nel quale aggiunge: «Come nella stessa dichiarazione avvenuta pubblicamente durante un’assemblea partecipata di Pensare Democratico, ho annunciato il mio pieno sostegno a Nicola Zingaretti, perché persuasa che vi sia bisogno di una discontinuità con il passato, di una critica profonda che aiuti a ritrovare le ragioni della sconfitta per rimettere il Pd al centro del dibattito politico».

 

Ma Sara Battisti va oltre e critica il metodo delle primarie. Così: «Continuo a ritenere, ad esempio, che le primarie per selezionare i gruppi dirigenti nazionali e regionali siano un errore. In primis perché permettono a chi non è iscritto al Pd, a chi non aderisce idealmente al Pd, a chi non vota Pd di eleggere il segretario del Pd. Un paradosso! Poi perché sono personalmente stanca di un partito verticistico, costruito sulle correnti, animato solo dal dibattito interno. Forse dopo il 4 marzo avremmo potuto mettere mano subito allo statuto, modificarlo per ridare dignità alle fasi congressuali che non dovrebbero servire a “santificare un leader”, a rafforzare questa o quella corrente ma a dare un profilo identitario ad una comunità».

Un tentativo, quando ne ha avuto la possibilità, lo ha fatto. «Da dirigente dei Giovani Democratici mi sono battuta affinché i congressi si tenessero a partire dal basso, con tesi congressuali, emendabili. Così fu. Mi piacerebbe aprire questo dibattito nel partito e spero si possa fare dopo questa stagione congressuale, magari per modificare anche la norma che prevede che il segretario del Pd sia automaticamente anche il candidato premier». 

 

Ma ecco il passaggio centrale del ragionamento. Afferma la Battisti: «Il partito non è un esercito. Non ci sono generali e truppe. È una comunità. Una comunità all’interno della quale ci si confronta democraticamente. E allora mi chiedo: per quale ragione lo stupore se un compagno, un dirigente, un riferimento istituzionale scelgono un’opzione in campo piuttosto che un’altra, durante una fase congressuale?!».

Il sasso è lanciato nello stagno. Rompendo la patina di conformismo che poco alla volta ha iniziato ad avvolgere il partito Democratico. Ed incartarlo intorno a sé stesso anziché alla collettività che si candida a rappresentare. «Lo dico perché in questi anni, nella provincia di Frosinone, la furia di affermare dentro al Pd il peso e la forza delle componenti e dei riferimenti che le guidavano, ci ha portato ad una lacerazione continua di cui gli effetti sono il peso della responsabilità di avere registrato diverse sconfitte elettorali e una perdita di energie che avremmo potuto impiegare per il bene collettivo. Così ci siamo impegnati a mettere da parte queste cattive pratiche e a costruire un partito quanto più unito e rappresentativo possibile. Pensare Democratico ad esempio, è nata con questo spirito».

 

La visione che propone Sara Battisti è fuori da quell’incartarsi. Un tentativo di costruire un Pd moderno ma tenendo ben salde le radici del passato. Lo mette in chiaro quando spiega cosa rappresenta per lei la scelta di stare in Pensare Democratico. E come le la interpreta.

La vede come «Un’area di pensiero politico, alla quale affidare questo compito principale: ricostruire le sedi di dialogo, pensare al bene del Pd nella sua interezza, alle problematiche che affliggono il nostro territorio. Con questo spirito insieme a tanti militanti, dirigenti, amministratori, con una rinnovata consapevolezza, insieme a Francesco De Angelis e Mauro Buschini, ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti: tocca a noi questo lavoro. In questi anni abbiamo affrontato congressi lasciando ad ognuno la libertà di scelta, abbiamo costruito sedi di confronto nella quali un pensiero o un ragionamento non hanno prevaricato altri, abbiamo ripristinato una regola fondamentale: siamo un partito appunto, non una caserma».

 

Sta tutta qui la diversità. La scelta non ortodossa. La possibilità di avere un pensiero divergente senza essere deviazionista. «Proprio per questo, alcuni di noi hanno sostenuto Renzi altri Orlando, nell’ultima corsa alla segreteria nazionale. Rispetto ad alcune scelte che hanno riguardato il partito provinciale, abbiamo espresso pubblicamente o durante le riunioni degli organismi dirigenti, idee e opinioni differenti, nella risoluzione delle questioni che riguardano i cittadini, è capitato di avere immaginato processi o progetti diversi».

 

Ha avuto un senso? Per Sara Battisti si. Ed anche più di un risultato. «Tutto questo è servito a placare le “guerre interne”, a tornare a vincere in alcuni comuni, a far crescere una nuova classe dirigente, a rieleggere Antonio Pompeo presidente della Provincia, un sindaco del Pd, un dirigente del Pd, all’indomani della più grande sconfitta politica del partito, quella del 4 marzo».

 

Conclude: «E allora diciamoci che siamo teste pensanti. Che nessuno prende ordini di scuderia, che non prevalgono le componenti nazionali sulle nostre scelte ma il Pd di Frosinone».

Un manifesto per una svolta nei Dem provinciali.

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