Le scissioni “social”. E la provincia marginale (di C. Trento)

La scissione di Matteo Renzi, via social, non ha ispirato lacrime in un territorio sempre più ai margini dell’importanza politica. Come dimostra l’assenza di candidature eleggibili, la presenza di quadri solo pontini, lo spostamento a Viterbo della convention di Tajani. Contiamo sempre meno

Corrado Trento

Ciociaria Editoriale Oggi

Verissimo, quella di Matteo Renzi è stata una scissione senza pathos e senza popolo. Neppure le scissioni sono più quelle di una volta. Oggi avvengono via social, attraverso i tweet e magari con una forte iniezione di messaggi WhatsApp.

Attenzione però all’equazione “senza popolo=senza voti”. Questo lo vedremo. Certamente non ci sono state le lacrime e le lacerazioni, umane oltre che politiche, che accompagnarono la scelta di Achille Occhetto di archiviare il Pci per dare vita al Pds. Quando tanti “compagni” piangevano e diversi altri seguirono Fausto Bertinotti e Armando Cossutta.

Matteo Renzi

Non ci sono state la commozione e la rabbia dei tanti che presero atto a Fiuggi che Gianfranco Fini aveva fondato Alleanza Nazionale, chiudendo la stagione del Movimento Sociale Italiano. Pure in quel caso in diversi seguirono Pino Rauti tenendo viva la Fiamma.

Eppure, proprio in quei momenti nascevano dei Partiti (Rifondazione e Fiamma) che negli anni successivi avrebbero creato non pochi problemi ai rispettivi schieramenti: Bertinotti fece cadere il governo dell’Ulivo di Romano Prodi, mentre Rauti determinò la sconfitta del centrodestra alle politiche del 1996. Costringendo Silvio Berlusconi alla celebre “traversata nel deserto”.

Certamente non stupiscono le modalità della scissione di Matteo Renzi: la freddezza fa parte della politica moderna, anche e soprattutto in termini di passioni, di emozioni, di lacrime versate per un ideale. Qualcuno ha detto che Enrico Berlinguer non avrebbe mai capito un’operazione del genere. Forse sarebbe più giusto dire che con Enrico Berlinguer non sarebbe mai successa una cosa del genere. Perché in quegli anni la politica veniva argomentata nelle sezioni e nelle piazze. Oggi è cambiato tutto. E ognuno è figlio del suo tempo. Renzi, esattamente come Salvini, è social, intelligente, rapido, spregiudicato, corsaro.

Quella Ciociaria che si adegua e che perde centralità
I big di Pensare Democratico con Zingaretti

Da queste parti con Matteo Renzi, in Italia Viva, vanno sicuramente Valentina Calcagni e Maria Spilabotte. Tanti fedelissimi dell’ex rottamatore hanno deciso di rimanere nel Pd: Luca Lotti, Andrea Marcucci, Lorenzo Guerini, Graziano Delrio. Fa parte della vita e, soprattutto, della politica italiana.

Eppure, il 30 aprile 2017 (non venti anni fa) in Ciociaria Matteo Renzi dominava le primarie con il 75,85% dei voti. Con Andrea Orlando (sostenuto da Nicola Zingaretti) al 14,61% e Michele Emiliano a quota 8,5%. Tutti i big erano schierati con Renzi: Francesco Scalia, Francesco De Angelis, Mauro Buschini, Antonio Pompeo, Sara Battisti, Nazzareno Pilozzi, Domenico Alfieri, Simone Costanzo.

Qualche mese, sempre alle primarie Dem, Nicola Zingaretti in Ciociaria ha toccato il record dei record. Oltre il 90%. Tutti con lui: De Angelis, Buschini, Battisti, Pompeo. Insomma, un Pd provinciale passato da renziano a zingarettiano nel giro di meno di due anni.

Vero che Pensare Democratico di De Angelie nel frattempo ha lasciato l’area di Orfini, posizionandosi in quella di Zingaretti. Il fenomeno però ha dimensioni nazionali. Questo per dire che perfino nel Partito delle “correnti”, alla fine la tendenza di andare in soccorso del vincitore è prevalente.

La convention annuale di Antonio Tajani

Diverso il discorso per quanto riguarda Forza Italia. Quest’anno l’Italia e l’Europa che vogliamo, la tre giorni di Antonio Tajani, non si è svolta a Fiuggi ma a Viterbo. Per carità, tutto normale. Ma per decenni Tajani ha detto che la Ciociaria era la sua roccaforte. Il punto vero è che in questi anni sono andati via in tantissimi da Forza Italia in Ciociaria: Antonello Iannarilli e Riccardo Mastrangeli sono stati tra i fondatori del Partito a livello locale nel 1994. Alfredo Pallone ha fatto la storia degli “azzurri” in Ciociaria. Mario Abbruzzese, Pasquale Ciacciarelli, Danilo Magliocchetti, Tommaso Ciccone fino a pochi mesi fa si erano battuti al congresso.

Nicola Ottaviani è il sindaco di Frosinone, Adriano Piacentini adesso forse rientrerà ma comunque è stato messo alla porta. Parliamo di persone che hanno sempre portato voti. Eppure, non c’è stato un solo tentativo vero di convincerli a restare. Con i fatti cioè. Un elemento sul quale Tajani dovrebbe riflettere non poco. O forse è proprio per questo che la location della tre giorni è stata spostata da Fiuggi a Viterbo.

Certo è che la Ciociaria ha perso centralità politica. Lo abbiamo visto il 4 marzo 2018, quando nel Pd i parlamentari uscenti hanno dovuto cedere il passo e accontentarsi di candidature non eleggibili fuori provincia. Lo vediamo adesso. In Forza Italia l’uomo forte nel Basso Lazio è Claudio Fazzone, che è della provincia di Latina. Mentre nella Lega i referenti veri sono Claudio Durigon e Francesco Zicchieri, pure loro di Latina. Nei Cinque Stelle certe dinamiche non esistono, passa tutto attraverso la piattaforma Rousseau.

C’era una volta il partito dei sindaci Ma ora sono soli
Il sindaco di Cassino Enzo Salera con il presidente del Parlamento Ue David Sassoli. Foto © Roberto Vettese

Diversi anni fa i sindaci venivano ritenuti un valore aggiunto per i Partiti e gli schieramenti. Poi è cambiato tutto e la “grande crisi” ha avuto, tra gli effetti, pure quello di una diminuzione drastica delle risorse per gli enti locali.

Oggi i sindaci sono rimasti in trincea, da soli però. Tanto è vero che in molti hanno scelto formule civiche più che politiche: Nicola Ottaviani (Frosinone), Antonio Pompeo (Ferentino), Enzo Salera (Cassino), Roberto De Donatis (Sora), Roberto Caligiore (Ceccano), Daniele Natalia (Anagni). Si potrebbe continuare.

Non perché non siano espressione di Partiti, ma perché nell’amministrazione del quotidiano sono costretti a fare i conti con i problemi della vita reale. Non con le formule magiche utilizzate per una crisi di governo, per una scissione, per un’alleanza con l’avversario storico. E questo è un ulteriore scollamento tra la società e la politica, tra la piazza e il palazzo.

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