Se Gorbaciov ti accompagna per tutta la carriera

L'insolito parallelo. Tra la carriera di un giovane cronista appassionato di politica. E quella del Segretario Generale del Pcus che rivoluzionò l'Urss. ma la storia ha sempre due facce. Come le medaglie

Andrea Apruzzese

Inter sidera versor

La Storia dirà se sia stato o meno un grande statista. In politica estera forse si, in quella economica interna forse meno. Mikhail Gorbaciov è morto e con lui muore, comunque, una parte di quella Storia.

Una certezza: fu una figura chiave per la fine della Guerra fredda, l’abbattimento della Cortina di ferro, la fine del Patto di Varsavia, la conclusione dell’iconografia di una Urss “vecchia, brutta e cattiva”. Dove i dissidenti si mandavano al confino, dove i generali avevano il dito sul pulsante nucleare, dove i carri armati si mandavano a “pacificare” l’Afghanistan o gli Stati satelliti un po’ irrequieti. Dove il sistema era retto dalla gerontocrazia rappresentata dagli ultimi leader ultra settantenni degli anni ’70, primi anni ’80, Breznev, Andropov, Cernenko. Morivano a distanza di pochi mesi, forse un anno, l’uno dall’altro.

Poi arrivò Gorbaciov, anzi Gorby

Mikhail Gorbaciov e Ronald Reagan al summit di Reykjavik (Foto © Ronald Reagan Library)

Avevo quasi 18 anni, nel marzo 1985, quando quel nome apparve su tutte le cronache: Mikhail Gorbaciov eletto nuovo segretario generale (il GenSek) del Pcus, il Partito comunista dell’Unione sovietica.

Ero appassionato di politica estera, al tempo, dei rapporti Usa-Urss, spesso mediati da un’iconografia occidentale per cui i “russi” erano il pericolo, il male assoluto. Iconografia da cui i Partiti comunisti occidentali non prendevano le distanze ormai da tempo, lasciando l’URSS al suo destino. E, sempre a causa di quell’iconografia, avevamo paura.

I racconti della Bomba, in film pseudodocumentari come “The day after“; avevamo paura del Muro. Di divisioni che non rassicuravano abbastanza: “Loro stanno di la, ma noi stiamo in mezzo, saremmo i primi a essere coinvolti“. Al di qua del Muro, difendevamo l’effimera serenità colorata dei nostri anni ’80, dei Moncler, delle Timberland, dei Wrangler, di Burghy, del Malaguti Fifty. “Paninari” ci chiamavano, sottintendendo l’accusa di menefreghismo. Non era così. Di politica si parlava, ma soprattutto si menava, in quelle divisioni in blocchi.

Poi arrivò Gorby. Sulle prime sembrava diverso dagli altri solo per l’età. E un anno dopo la sua elezione, ancora era legato a vecchi schemi: esplose Chernobyl, non potevamo bere latte, non potevamo mangiare insalata e da di là, da dietro il muro, nessuna ammissione, nessuna spiegazione della gravità dell’accaduto.

Titolo

Foto: Pietro Naj-Oleari /EP

Giugno 1986: la mia maturità; portai Storia come prima materia; un commissario mi pose la domanda: «Secondo lei, la Guerra fredda è un periodo di pace?». Domanda insidiosa. «Per me la pace è assenza di qualsivoglia istinto bellicoso o di conquista o di prevaricazione di un sistema sull’altro. Questo periodo si basa solo sulla reciproca paura di un’altrettanto reciproca distruzione nucleare». Mi guardò. Non disse nulla per alcuni secondi. Poi, «Lei porta Greco come seconda materia? Professore, vogliamo passare ai classici?».

Qualche mese dopo, arrivarono i primi segnali da oltre il Muro: la liberazione di Andreji Sakharov. E giunsero le parole: glasnost, perestroika. Scrisse anche i libri, per spiegarle. Tradotti in tutte le lingue. La trasparenza, la ristrutturazione.

Iniziarono i colloqui con gli USA, i trattati di riduzione delle armi, la paura che si affievoliva e dava luogo alla nuova speranza della “casa comune europea“. Ma quando mai un leader sovietico lo aveva detto? Poi, il ritiro dall’Afghanistan, i primi Paesi del Patto di Varsavia che uscivano e l’URSS non gli inviava i carri armati. E l’incontro con il Papa polacco. Il primo leader sovietico che varcava l’arco delle campane. Eravamo di fronte alla storia.

Il ticchettio impazzito delle telescriventi

Foto: Spicules

Il 1989: giovane cronista di “Ore 12” a Roma, sempre agli Esteri. Mi stavo occupando in quelle ore dei tormenti dei Paesi dell’Est Europa. Scocca il 9 novembre. Non c’era internet, non c’era il web, non avevamo computer. Ma Olivetti e telescriventi. Che ticchettavano impazzite. Il mio caporedattore sale le scale di corsa, poco dopo le 18: «Molla tutto, è crollato il Muro. Il pezzo lo scrivi te». Avevo 22 anni e migliaia di fogli di agenzie sulla scrivania, che mi venivano vomitati in continuazione. Dichiarazioni dei leader mondiali, soprattutto.

Con cosa attacco una notizia così? Con cosa?“. È l’incubo di ogni giornalista. La chiamano: sindrome da foglio bianco. E rischi di rimanerci bloccato perché nessuna idea per cominciare un articolo ti sembra efficace, tutto ti appare banale di fronte alla dimensione dell’accaduto.

Poi, l’occhio cadde su una dei tanti dispacci dell’agenzia Ansa. Una testimonianza, diretta, vera, di un Berlinese dell’Est: «Ho fermato un taxi a Est, gli ho detto “Portami a Ovest”, e lui mi ci ha portato». Eccolo, l’attacco, il senso della Storia per la vita delle persone comuni, altro che Egon Krenz o George Bush (padre). Scelsi così, giusto o sbagliato che sarebbe stato, in quegli istanti concitati. Il Muro era crollato. Il Muro era aperto. L’URSS era nuda.

La Storia ha due facce

Foto: VCU Libraries, James Branch Cabell Library, Special Collections & Archives

Fu forse l’ultimo successo di Gorby. Che pure ne aveva avuti tanti in politica estera, riportando i blocchi a parlarsi. Il tracollo fu nella politica interna. Perché la Storia spesso ha due facce come le medaglie. E ciò che per noi era la pace, per l’altra parte del mondo era la fine dell’Impero ed il crollo della potenza societica.

Gorbaciov voleva innovare un sistema ormai incancrenito. Avrebbe voluto salvare le basi di qualcosa che non era più modificabile, una struttura cresciuta e radicata in 70 anni in un impero che andava dall’Europa al Pacifico, dall’Artico alle steppe dell’Asia, con, agli angoli estremi distanti dal potere centrale, funzionari indipendenti tramutatisi in piccoli centri di potere.

Gorby ondeggiò, tra riforme che riteneva necessarie, e un conservatorismo teso a non inquietare più di tanto quel sistema. Finì come la Storia raccontò: il golpe d’agosto, l’innalzarsi della figura di Boris Eltsin, la nascita della Comunità degli Stati indipendenti e lo svuotamento di nazioni dell’URSS. A dicembre del 1991, Gorby si ritrovò presidente di una scatola vuota. Il giorno del Natale occidentale, il discorso, le dimissioni, la bandiera rossa ammainata dalla cupola del Cremlino. Gorby consegnato a una stanca pensione, che ne avrebbe in parte offuscato il mito.

Il sogno di intervistarlo

Mikhail Gorbaciov nel 2010 (Foto: Mitya Aleshkovskiy)

Avevo un sogno, come giornalista: intervistarlo. Uno di quei sogni da giovane cronista che pensa di scrivere la Storia. Chiedergli dove avesse sbagliato, se tornando indietro avrebbe rifatto tutto allo stesso modo o cambiato qualcosa.

Chiedergli di Privolnoe, di Raissa, del Gorby uomo prima che politico, di quello che – da uomini un tempo su posizioni contrapposte – si erano detti a quattr’occhi con il Papa polacco.

Mi avrebbe risposto? E lo avrebbe fatto sinceramente? Non lo so. 

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