Se io fossi calcio … è amore folle (di E. Ferazzoli)

Il calcio è amore folle. Come quello mostrato dal tifo giallozzurro l'altro giorno. Come quello mostrato dai milanisti allo Stirpe. Nulla a che vedere con San Siro. Come...

Elisa Ferazzoli
Elisa Ferazzoli

Giornalista in fase di definizione

Se fossi un colore sarei il giallo e l’azzurro insieme. Sarei quegli 11 uomini in calzoncini, irriconoscibili nei panni di chi sembra improvvisamente avere tutte le carte in regola per provare a centrare l’obiettivo salvezza.

Ma se fossi nero sarei Koulibaly. Eppure Koulibaly non vorrei mai esserlo. Perché vorrebbe dire dovermi confrontare ogni giorno della mia vita con un giudizio preconcetto che prescinde da qualsiasi cosa io abbia potuto fare, dire o diventare. Perché passerei una vita intera a tentare di emanciparmi dal giudizio ignorante e razzista che il colore della mia pelle determina. Perché mi sentirei frustrato, umiliato e impotente. E non è detto che per un campione come Koulibaly sia scontato, facile e privo di conseguenze riuscire ad ignorare il giudizio inutile di molti imbecilli. Sarebbe bello e significativo che in queste occasioni i giocatori di entrambe le squadre smettessero di giocare. Si riprendessero la palla e se ne tornassero negli spogliatoi senza aspettare la decisione dell’arbitro. E tutti gli altri a casa. A meditare.

Perché il tifo è un’altra cosa.  

Se fossi tifo sarei lo Stirpe visto ieri. Una cordata giallazzurra con qualche pizzico di rossonero in Tribuna. Perché sentirsi libero di indossare i propri colori da ospite – in un settore di fede mista come può esserlo la Tribuna Centrale – e sentirsi allo stesso tempo “al sicuro” è un segno di civiltà e di rispetto nonché motivo di orgoglio per questa terra e per la sua gente.

Se fossi il tifo ospite sarei quello rossonero visto e udito ieri. Compatti e instancabili. Probabilmente i migliori visti quest’anno.

Al contrario, morti, feriti e coltelli non hanno nulla a che vedere col tifo, che si tratti o meno di tifo ultras. Perché esistono ultras dal comportamento ineccepibile e tifosi pronti a scatenarsi in risse feroci e viceversa. E lo “spettacolo” indecente andato in scena nei dintorni di San Siro prima della gara è qualcosa che ha a che fare solo ed esclusivamente con chi trova nel calcio il pretesto per comportamenti violenti.

Perché il calcio è un’altra cosa. 

Se fossi calcio sarei Paolo Ghiglione. Migliore fra i migliori. Lucido e pericoloso nelle conclusioni a rete, propositivo, semplicemente pronto a dire la sua dopo mesi di panchina.

Sarei Lorenzo Ariaudo. Padrone indiscusso del reparto difensivo, guida carismatica di un Frosinone ritrovato. Nonostante sia stato a lungo escluso dalla formazione titolare. Un ruolo che ha saputo guadagnarsi con la pazienza e l’umiltà che lo contraddistinguono.

Sarei Andrea Pinamonti e la sua foga giovanile di giocare e di far bene. Un piglio che ha poco a che fare con i vezzi altezzosi delle star e che proprio per questo lo candida a diventare una promessa e una scommessa del calcio italiano.

Sarei Raman Chibsah con la sua corsa instancabile, la sua fisicità imprescindibile per il centrocampo e con tutti i suoi limiti tecnici. Perché è da chi prova ripetutamente a superare i propri limiti che arrivano spesso gli esempi migliori.

Sarei Lorenzo Crisetig. Un giocatore che fino alla gara col Milan è stato difficile “leggere” ed apprezzare.

Sarei l’esultanza scomposta, vera e solitaria di Marco Sportiello.

Perché il calcio è tutto qui.

È un amore folle per dei perfetti sconosciuti che indossano i tuoi colori. È una squadra disposta a sbagliare, a ricominciare da capo, a mettersi in discussione, a provarci nonostante tutto. È sentirsi un po’ derubati dal Var per il goal annullato a Ciano. Che se ogni arbitro dovesse ridiscutere le decisioni prese su falli commessi a centrocampo guardandoli al rallenty probabilmente deciderebbe di cambiare mestiere.

È accettare il risultato e pensare che andrà meglio la prossima volta.

E’ vederli giocare e scoprirli diversi. È non sentirsi condannati da quei 10 punti e dal penultimo posto perché la partita da giocare è ancora lunga.

È credere fermamente che il meglio di questo Frosinone debba ancora venire.