Se le stalle si chiudono dopo la fuga dei buoi (di C. Trento)

Tutti sapevano che le centrali operative del 118 di Frosinone e Latina dovevano essere accorpate. Lo si sapeva da oltre un anno. Ora tutti corrono a chiudere la stalla. Stessa situazione della tariffa Saf: l'iter per l'aumento è partito 3 anni fa. Intanto la politica si fa a carte bollate: un fallimento. Come il taglio dei vitalizi

Corrado Trento

Ciociaria Editoriale Oggi

Se alla fine l’impatto è minimo, se davvero, come sostiene il capogruppo regionale del Pd Mauro Buschini, cambia soltanto il posto dove si risponde al telefono (che comunque non è cosa da poco), allora perché non è stata scelta la sede di Frosinone? Perché ha prevalso, ancora una volta, Latina? (leggi qui Il 118 resta a Frosinone: a Latina ci va solo il telefono)

Sulla questione dell’accorpamento delle sedi operative del 118 di Frosinone e Latina adesso si stanno mobilitando tutti. Ma la realtà è che il Piano di riorganizzazione, riqualificazione e sviluppo del servizio sanitario regionale (2016-2018) era noto da tempo. E in ogni caso la Regione Lazio ha adottato un apposito decreto presidenziale il 22 febbraio 2017.

Al punto 11.1 di quel decreto, quello riguardante la parte dedicata alle reti di emergenza, si parla espressamente di «accorpamento in un’unica centrale delle attuali centrali operative 118 di Latina e Frosinone». Specificando: «Indicatore: realizzazione centrale unica di Latina-Frosinone. Risultati attesi: adozione di atto amministrativo. Tempistica: giugno 2018».

Sul punto l’allora consigliere regionale Mario Abbruzzese presentò un’interrogazione. Oggi l’argomento è tornato di attualità e c’è un diluvio di prese di posizione. Ad ogni livello. Ma ancora una volta sono tardive, perché le decisioni sono state prese prima e ampiamente pubblicizzate.

Perciò la sensazione di una campagna elettorale perenne è forte.

Fra l’altro non è neppure vero che contano i numeri ed i parametri tecnici che di solito premiano i contesti più grandi. Come Latina.

Tra Rieti e Viterbo l’accorpamento dell’organizzazione delle centrali operative del 118 ha visto scegliere Rieti. Segno che alla fine contano pure altre cose e che la classe dirigente politica, legittimamente, gioca un ruolo ed esercita una funzione.

Ecco perché chiudere le stalle dopo che i buoi sono scappati è un’operazione dal fiato corto. Le “battaglie”vanno fatte nelle sedi e nei tempi opportuni.

Il 118 è un servizio essenziale per il territorio ed è impossibile pensare che davvero nulla potrà mutare. I cambiamenti in realtà ci saranno. Punto e a capo.

 

Sulla tariffa Saf il primo atto è di tre anni fa

Una determina regionale dell’ottobre 2015 (numero G12097) affronta tra gli altri il tema della tariffa dei rifiuti.

Testuale:

«… disporre che al fine di ricomprendere gli oneri straordinari di cui all’ordinanza Z006 del 1/7/2010, la rivalutazione Istat sulla discarica dal 25/7/2007 a far data dal 1/1/2015, i maggiori costi per il ritiro, trasporto e recupero del Cdr/Css, la società Saf dovrà presentare, entro 60 giorni dalla notifica della presente, nuova proposta di tariffa sulla base dei dati consuntivi 2014 che sarà applicata dal 1/1/2015».

Questo per dire che il tema odierno affonda le radici anche in quel provvedimento.

Probabilmente la seduta dell’assemblea dei soci del 20 luglio verrà posticipata ai primi di agosto. Per dare più tempo ai sindaci di trovare una soluzione sul tema del conguaglio tariffario 2015, 2016 e 2017. Perché sono tutti consapevoli che la mancata approvazione del bilancio porterebbe alla messa in liquidazione.

Uno scenario certo non ideale per i Comuni (per usare un eufemismo). (leggi qui Saf, lo spettro del liquidatore si agita sui sindaci)

Ma al di là di questo, il punto è che anche la questione tariffaria si inserisce in un percorso lungo, fatto di atti, provvedimenti, marce indietro e improvvise accelerazioni.

Note però. Mentre molti politici sembrano colpiti dalla sindrome dello “smemorato di Collegno”.

 

Le carte bollate e il fallimento della politica

Al Comune di Frosinone stagione estiva incandescente. E non soltanto per fattori climatici. Esposti in Procura e alla Corte dei Conti, querele per diffamazione, altre ancora annunciate.

Comunque la si veda, quando scocca l’ora delle carte bollate significa che la politica abdica alla sua funzione più importante, quella del confronto. Significa che non si ha nulla da dire o che non si vuole dire più nulla.

D’altronde basta riflettere sul ruolo del consiglio comunale, sempre più marginale nel dibattito sulle grandi scelte.

Perché un’operazione importante come la riqualificazione dell’area ex Permaflex non diventa argomento di consiglio comunale, considerando pure che bisognerà decidere su un cambio di destinazione d’uso (da industriale a commerciale) e su opere viarie compensative che potrebbero cambiare il volto della viabilità cittadina?

E perché non si convoca mai una seduta consiliare per discutere e avanzare delle proposte concrete per abbattere i livelli delle polveri sottili?

Sono due esempi che però danno il senso di un distacco di quella che è la massima assemblea elettiva di un Comune da problematiche fondamentali. Forse decisive.

 

Il taglio dei vitalizi e l’effetto mediatico anti- Casta

Ha iniziato la Camera, ora bisognerà vedere quello che farà il Senato. Ma intanto anche la Regione Lazio studia una riforma in tal senso.

Annunciati ricorsi e class action su vari punti: la diversità di trattamento tra deputati e senatori, la retroattività, i profili di costituzionalità, i diritti acquisiti. La battaglia è appena cominciata e durerà molto.

I Cinque Stelle hanno brindato in piazza, mettendo l’accento su un primo esempio concreto di lotta ai privilegi. In tanti hanno risposto che, ammesso che fossero privilegi, quelle disposizioni erano contenute in testi normativi.

Ma il taglio dei vitalizi serve a mettere a posto i conti dello Stato? Assolutamente no.

Si potrebbe obiettare, però, che a volte servono degli esempi forti per aprire la strada ad altri interventi. Vedremo quello che succederà. Intanto però è evidente che in questo Paese cavalcare l’antipolitica produce consenso, sia elettorale che nei sondaggi.

In questo modo diventa impopolare perfino cercare di sostenere una tesi diversa. E cioè che, fermo restando che oggi certe situazioni appaiono come dei privilegi “fuori tempo”, bisognerebbe pure giudicare l’azione politica dai risultati che produce.

Perché se alla fine ci fossero delle opere vere di rilancio forte di un territorio, allora forse perfino le indennità di funzione potrebbero apparire meno “insopportabili” per un popolo sovrano che odia la Casta.

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