Settimia ed il dovere di non dimenticare quel 16 ottobre 1943

Il 16 ottobre 1943 è uno dei giorni di dolore scritti nella storia d'Italia. Settimia Spizzichino è una delle poche ad averla potuta raccontare. Per invocare amore dagli uomini e perdono da Dio

Elisa Ferazzoli
Elisa Ferazzoli

Giornalista in fase di definizione

“Ci sono cose che tutti vogliono dimenticare. Ma io no. Io della mia vita voglio ricordare tutto, anche quella terribile esperienza che si chiama Auschwitz: due anni in Polonia (e in Germania), due inverni, e in Polonia l’inverno è inverno sul serio, è un assassino.., anche se non è stato il freddo la cosa peggiore.”

La lotta di Settimia Spizzichino per la sopravvivenza inizia il 16 ottobre di 75 anni fa. È il 1943. È un’alba fredda di autunno. I nazisti consegnano un bigliettino dattiloscritto a tutti gli ebrei del Ghetto di Roma; l’ordine è quello di essere pronti in 20 minuti, portare cibo per 8 giorni, soldi e preziosi; tutti, malati e neonati compresi, perché nel campo ci sarà un’infermeria. È così che recita quel foglio. 1024 fra uomini donne e bambini (oltre 200) vengono prelevati dalle proprie case e raccolti in uno spiazzo poco più in là del Portico d’Ottavia attorno ai resti del Teatro Marcello. Due giorni dopo, dalla stazione Tiburtina, diciotto vagoni piombati si dirigono verso il campo di concentramento di Auschwitz in Polonia. Di loro, nessun bambino, quindici uomini e una sola donna, Settimia Spizzichino, faranno ritorno.

“Quarantotto eravamo, e sono uscita viva soltanto io. Molte di loro le ho viste morire, di altre so che fine hanno fatto … E a queste persone io devo il ricordo: devo ricordare per raccontare anche la loro storia. L’ho giurato quando sono tornata a casa; e questo mio proposito si è rafforzato in tutti questi anni, specialmente ogni volta che qualcuno osa dire che tutto ciò non è mai accaduto, che non è vero.”

 

Una vita trascorsa nelle scuole a raccontare la sua prigionia, la lotta per il cibo, i mesi trascorsi a fare da cavia per il tifo e la scabbia, la lunga “Marcia della morte” che la condusse fino al campo di concentramento di Bergen Belsen. Oggi di lei restano la sue testimonianze come il libro: Settimia Spizzichino: il dovere della memoria”. E resta la promessa che una liceale fece vent’anni fa di fronte a quei numeri marchiati sul braccio.

Il 16 ottobre non sarebbe mai più stato un giorno come tanti. E quell’angolo della Roma antica, così appartato ed elegante con le sue rovine di un portico antico, sarebbe diventato per sempre un luogo in cui fermarsi, per meditare  e ricordare a quali tragedie vada incontro il genere umano quando la discriminazione prende il posto di valori come l’uguaglianza, la conoscenza e il rispetto della dignità umana.

Appesa al muro di via Portico D’Ottavia, una targa silenziosa ricorda i seimila italiani vittime dell’odio di razza; invoca dagli uomini amore e pace, da Dio perdono e speranza.