Sex1 / Se a scuola il sesso è tabù

Più facile parlare di sesso a scuola cinquant'anni fa. Come insegna ciò che è accaduto a Latina.

Andrea Apruzzese

Inter sidera versor

Nel giornalismo vige una regola: non si parla delle proprie esperienze, tutto deve essere sempre oggettivo e mai soggettivo. Ma stavolta, un paragone va fatto. E per farlo voglio portare anche una mia esperienza personale.

Accade che, ancora una volta, il tema della sessualità viene rimosso dalla scuola pubblica. E accade in una società dove il tema è sempre più urgente e necessario affrontare, anche in virtù delle evoluzioni tecnologiche che rendono sempre più facile condividere pensieri, parole, immagini. Anche in tema sessuale, con termini ormai entrati nel dialogo quotidiano, come il sexting. E tu, genitore, spieghi ai figli che le pulsioni sono la cosa più normale del mondo ma che devono essere indirizzate e che la sessualità e le proprie prime esperienze è giusto che rientrino in un quadro di affettività, e che, per prima cosa, le persone, l’altrui affettività, la fiducia che viene riposta in te, la sensibilità, i sentimenti e la fisicità dell’altro, si rispettano, sempre e comunque. In ogni aspetto. Ed è sacrosanto affrontarlo anche a scuola.

Niente sesso siamo… a Latina

Ma a Latina, la città nuova, la città giovane, la città delle future generazioni, un incontro per parlare di sessualità e affettività, organizzato in un liceo scientifico viene annullato, forse rinviato. La Rete degli studenti medi denuncia: «Colpa di alcuni genitori e di alcuni professori».

Avrebbero dovuto prendervi parte sessuologhe, e anche influencer come la modella Giorgia Soleri, che della battaglia per la conoscenza della vulvodinia ha fatto una scelta di vita, e sarebbe stato affrontato anche il tema Lgbt. Un incontro per parlare a tutto tondo, e di cui i ragazzi evidentemente sentono necessità. Con ogni probabilità sarà riprogrammato, ma intanto il danno è fatto, ancora una volta ai danni della sessualità nella scuola pubblica.

I ragazzi hanno bisogno di parlare di sessualità e affettività. Hanno bisogno di capire perché improvvisamente gli ormoni esplodono e che questa esplosione la devono guidare. Hanno bisogno di domandare, di confrontarsi, perché all’inizio di questa esplosione non si comprende subito che cosa stia avvenendo e come gestirlo («Vai a fare sport e canalizza le energie», si diceva un tempo. Tradotto: così ti stanchi e non ci pensi) e ne hanno bisogno ancora di più alla luce di episodi di cronaca che denunciano come questo confronto sia urgente.

Paura del sesso

Ma, ancora una volta, sembra che la parola «sesso» terrorizzi la scuola pubblica, e soprattutto alcuni genitori, gettandoli nell’angoscia di doversi rendere conto che i propri teneri virgulti stanno crescendo.

«Sesso!». Paura, eh? Ammazza, che terrore. Un’angoscia che è meglio rigettare, rifiutare, mettendo la testa sotto la sabbia e creando piuttosto disastri spesso irrecuperabili. “Sessualità? Mio figlio? Ma se è ancora un neonato!“. Con buona pace di Sigmund Freud, che ha dimostrato come le pulsioni sessuali siano presenti fin dalla più tenera età.

I miei, invece, e parlo di tutta la famiglia, questi temi li hanno sempre affrontati. E vengo pure da una scuola privata cattolica, che non nominerò. Una scuola romana, in cui ho vissuto tutto il mio percorso, dalla prima elementare alla maturità. Un istituto, talmente privato e talmente cattolico, che, quando io ero in seconda media, nel 1979-80, organizzò corsi di educazione sessuale, condotti da esperti dell’Istituto italiano di microcitemia.

A noi ragazzi di 12 anni fu concesso di conoscere tutto, di domandare di tutto, di confrontarci su tutto: di ovuli e spermatozoi, di profilattici e di pillola anticoncezionale, delle pulsioni, dei desideri, dell’anatomia, del processo di concepimento. E – soprattutto – dell’affettività.

Battaglia di progresso

I protagonisti del Massacro

Era “quella” scuola cattolica. Quella, che era stata frequentata anche da chi, nel 1975, compì il massacro del Circeo: stupri, violenze e un omicidio, per cui pagarono due dei tre assassini, mentre uno di loro riuscì a fuggire dalla Giustizia italiana (lui no, non veniva da quella scuola cattolica, ma da un liceo pubblico). Quando i fatti avvennero, io ero in terza elementare. Ne sarei venuto a conoscenza anni dopo.

Quella scuola cattolica, quando io ero alle elementari, era solo maschile. Poi, nel 1979, la scelta di aprirla anche alle ragazze. Fu allora che l’istituzione scolastica – privata e cattolica – decise di organizzare dei corsi di educazione sessuale. Il motivo ufficiale del perché decisero così, non lo rammento. Ma lo posso immaginare: improvvisamente avrebbe fatto irruzione in quelle mura, fedeli ad antichi dogmi (ma non rigide come rappresentante in un noto romanzo Premio Strega 2016), la freschezza e la novità dell’universo femminile, del quale tutti noi ragazzi eravamo, all’epoca estremamente curiosi.

Così, non è difficile immaginare che si decise di preparare l’epocale passaggio. In una parola, di prevenire. E so che i genitori di allora, genitori nati negli anni Trenta o negli anni Quaranta, furono i primi ad esserne entusiasti.

L’educazione sessuale è una battaglia sociale, di civiltà, progresso, e soprattutto di salute, fisica, emotiva e affettiva, delle future generazioni. A distanza di quasi 50 anni, però, la scuola pubblica non sembra altrettanto pronta. 

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