I sindaci parlano di S.Vittore ma non ne capiscono molto

Il dibattito su San Vittore del Lazio tiene volutamente nascosti alcuni elementi. E molti sindaci non ci fanno una bella figura dimostrando di non conoscerli. Soprattutto mentre Nocione è ancora lì con i suoi veleni

Nella località Nocione di Cassino per anni sono state seppellite in modo abusivo tonnellate di rifiuti pericolosi. Tra loro anche rifiuti sanitari, bidoni su bidoni di sostanze chimiche tossiche, micidiali per l’ambiente e la salute.

Tra i primi a scavare quei terreni c’era il capitano dei carabinieri Giuseppe Pinca, ufficiale vecchio stampo: tutto concretezza ed alamari. Comandava il Nucleo Operativo Radiomobile dell’Arma di Frosinone: quello che all’epoca, nel linguaggio comune, veniva chiamato La Speciale, perché i suoi uomini quasi mai indossavano la divisa, non avevano i modi garbati dei carabinieri, anzi il più delle volte non li distinguevi molto dei ‘cattivi‘.

Emblematico fu lo scambio di battute tra Tonino Casinelli ed Edoardo Palmesi, a quei tempi fotografi di Cronaca de Il Tempo ed Il Messaggero, avvezzi a comprendere al volo ogni genere di tragedia umana e scattare prima di pensare. Appostati di fronte alla caserma La Rocca del comando provinciale di Frosinone, assistettero all’arresto di 14 trafficanti di droga: che arrivavano alla spicciolata, tutti saldamente abbrancati da due carabinieri che li tenevano ognuno per un braccio. Alla fine gli ultimi li trascinarono da Roma gli uomini del capitano Pinca che erano andati letteralmente a buttarli giù dal letto all’alba. Vestiti con jeans logori, barbe lunghe di giorni d’appostamenti, espressioni non proprio socievoli. I due fotografi vedendoli arrivare non compresero subito che si trattasse di carabinieri in borghese. Perplessi commentarono: “Ma questi che fanno: sono venuti a costituirsi da soli?’”

I clan a Nocione

La Guardia di Finanza a Nocione

Abituato a muoversi tra rapinatori, sfruttatori, trafficanti e ricattatori, il capitano Pinca fu tra i primi a comprendere la portata dei reati ambientali. Alla collaborazione tra i suoi investigatori di Frosinone e quelli del Nucleo Operativo Ecologico si devono le prime inchieste in materia ambientale sul territorio della provincia.

Accertarono che a Nocione ad interrare i rifiuti era stata la criminalità organizzata, lucrando sullo smaltimento illecito. Periferia della Terra dei Fuochi. Dove però, a differenza del Casertano, in Ciociaria la gente parlava, denunciava, riferiva, fotografava. Troppo pericolosa la Ciociaria. Con il compiacente e prezzolato silenzio di alcuni complici del posto, i clan ritiravano i rifiuti industriali al Nord. E invece di trattarli e incenerirli li seppellivano sotto i campi coltivati e le case coloniche, in prossimità del Fiume Rapido.

Perché non siamo la Terra dei Fuochi

Non siamo diventati la periferia della Terra dei Fuochi per il coraggio di alcuni uomini dimenticati. Uomini con una visione, capaci di assumersi le loro responsabilità.

Oggi è il 14 febbraio, in questo stesso giorno del 1993 Il Messaggero titolava: “Consiglio provinciale / L’assessore denuncia: “Sporchi interessi attorno alle discariche” Perplessità di Caré sulla proposta del gruppo democristiano di localizzare due impianti di smaltimento anche a Ferentino e Roccasecca. Contraria a questa ipotesi la maggioranza di sinistra.

Non siamo periferia della Terra dei Fuochi perché ci fu una classe dirigente che seppe organizzare un ciclo dei rifiuti alla luce del sole, nel pieno della legalità, coinvolgendo Comuni e Provincia anziché delegare alle ditte. Dietro alle quali – si scoprì poi – spesso agivano i criminali.

Lo stabilimento Saf

La rivoluzione di quegli anni fu organizzare una società pubblica – chiamata Società Ambiente Frosinone – Saf – gestita con le regole dell’impresa privata. Ogni Comune si organizzava la raccolta con la ditta che voleva, tutte però dovevano portare i rifiuti a Colfelice nello stabilimento Saf per lavorarli e riciclare quanto si poteva (poco a quell’epoca e con cattivi odori che rendevano molto difficile vivere nella zona). Ciò che non si recuperava diventava Combustibile da Rifiuto ed andava ad alimentare il Termovalorizzatore di San Vittore del Lazio. Ciò che non si riciclava né diventava Cdr finiva in discarica a Roccasecca.

Non siamo diventati Terra dei Fuochi perché il giovane avvocato Francesco Scalia, diventato presidente della Provincia, non si impressionò davanti ai manichini con il suo nome che gli facevano trovare impiccati. Non si fece turbare dalle manifestazioni che dicevano di non realizzare quel ciclo: la storia dice oggi che quella gente manifestando stava facendo gli interessi dei clan e di chi voleva diventassimo un’altra Terra dei Fuochi.

Il caso San Vittore

In tutta la storia c’è un capitolo che grida allo scandalo. E vede protagonisti una serie di sindaci senza coraggio, spaventati davanti a cittadini sui quali qualcuno aveva soffiato il vento delle paure.

Il capitolo è quello che prevedeva la chiusura del cerchio. In pratica, allora come oggi, una volta che prendiamo i rifiuti, li lavoriamo a Colfelice, li trasformiamo in combustibile grazie al quale San Vittore produce megawatt di energia elettrica, nessuno ci paga quella benzina che portiamo a San Vittore ma siamo noi a dover pagare per farcela smaltire.

Francesco Scalia ai tempi della Provincia

La chiusura del cerchio proposta da Francesco Scalia era: una linea di San Vittore deve essere pubblica, noi ci smaltiamo il Cdr nostro e non vi paghiamo niente, voi vi tenete l’elettricità.

La gente iniziò a strillare, assediare di nuovo Provincia e San Vittore. Non per difendere Scalia, la sua proposta, l’abbattimento che ne sarebbe derivato sulle bollette dei rifiuti. La gente scese in piazza per impedire che si facesse la nuova linea scegliendo di pagare le bollette salatissime di oggi.

E ora tornano a parlare

Circa una settimana fa c’è stata una nuova riunione di sindaci sull’argomento San Vittore del Lazio. Nessuno di loro c’era all’epoca della costruzione: sono passati oltre vent’anni dai fatti. L’impressione però è che il livello di preparazione in materia ambientale sia alquanto limitato.

La storia, le inchieste dei carabinieri, ciò che è accaduto in questi vent’anni, hanno dimostrato che un termovalorizzazione è il nemico dei clan perché gli toglie il business della Terra dei Fuochi. È – se vogliamo dirlo in punta di norma ambientale – il pezzo finale del ciclo di recupero dei rifiuti attraverso la produzione di energia elettrica. Nessuno smaltimento in discarica e nessun interramento criminale ma produzione di energia elettrica per le nostre case, le nostre industrie, le nostre scuole. E se vogliamo dirla tutta, per ignoranza, migliaia di cittadini a Cassino pagano il conto del riscaldamento: non ascoltarono il rettore Paolo Vigo che sommessamente faceva notare come fosse possibile scaldare praticamente gratis le case dell’intera città impiegando una tecnologia già matura nel Nord Europa.

Il Palazzo di Giustizia di Cassino

Ignoranza a parte, la Storia, i carabinieri, la Procura della Repubblica, hanno stabilito più volte che l’impianto di San Vittore assicura, da quasi vent’anni, l’autosufficienza nella gestione del ciclo dei rifiuti nella Provincia di Frosinone: se non c’è “monnezza” abbandonata in strada è anche perché parte dei rifiuti non recuperabili prodotti dai ciociari vengono trasformati in energia elettrica.

La clausola ambientale

Qual è il prezzo ambientale che stiamo pagando per tutto questo? Quanto inquinamento ci stiamo respirando? Francesco Scalia ottenne, accogliendo le richieste della gente che manifestava, una clausola: l’impianto di San Vittore doveva essere costantemente monitorato ed i dati dovevano essere pubblici. Se ne sarebbe occupato un organo terzo. All’epoca si parlò dell’Università di Cassino.

Anche grazie a quella clausola oggi nessuno studio, nessuna relazione, nessuna indagine rileva criticità ambientali per l’impianto di San Vittore del Lazio. Anzi è tra le installazioni che producono meno emissioni fra tutti gli inceneritori d’Italia. Possiede – grazie alla clausola Scalia – un sistema di controllo H24, “in continuo” come dicono i tecnici.

Il vero mostro ambientale

Eppure per una parte dei sindaci e della politica del Cassinate il termovalorizzatore è il “mostro ambientale”. Disarmanti le ragioni portate a sostegno del No all’ampliamento nei giorni scorsi. In particolare da una città come Cassino. Secondo la quale è No perché qualunque ampliamento porta ad un aumento della produzione e quindi a più emissioni nell’aria. Premesso che di motivazioni tecniche ne avrebbero potute individuare molte altre e ben più di sostanza, in base allo stesso principio nessuna nuova attività potrà essere impiantata a Cassino perché le nuove attività potenzialmente aumentano le emissioni nell’aria.

Chiacchiere senza una base mentre la discarica abusiva di Nocione è ignorata. (Leggi qui la situazione recente, ricostruita dall’onorevole Ilaria Fontana)

I rifiuti sono ancora lì sotto qualche metro di terra ad inoculare i loro veleni nel totale disinteresse, e l’inquinamento è certo, i danni sono provati, il disastro accertato.

Il sindaco Pierluigi Sanna mette il lucchetto a Colle Fagiolara

Eppure i numeri del Piano Rifiuti della Regione Lazio parlano chiaro: il termovalorizzatore brucia per il 75% rifiuti che vengono da Roma Capitale, perché lì non ci sono impianti, e quelli che c’erano (a Colleferro) sono stati chiusi, dismessi.

Ora tirano per la giacchetta il sindaco di San Vittore del Lazio Nadia Bucci, perché “scomunichi” l’impianto, perché inciti alla rivolta contro il “mostro”, perché ne impedisca il potenziamento quando è la Regione l’autorità competente ad autorizzare la quarta linea.

La attaccano per una competenza che non è la sua. È chiaro allora che chi attacca o non sia abbastanza documentato o lo stia facendo in mala fede.

La norma a 5 Stelle che incastra San Vittore

Il sindaco non è caduta nella trappola delle strumentalizzazioni. Ha fatto il suo lavoro di pubblico amministratore: ha chiesto alla Regione di verificare se il potenziamento dell’impianto è necessario o no.

E se è necessario perché si deve fare sempre a San Vittore? Per via di una norma voluta con convinzione dal Movimento 5 Stelle in Regione Lazio: ha detto No a nuovi termovalorizzatori. Quindi? Se è No ai nuovi significa che si devono potenziare quelli che già ci sono. (Noi lo avevamo scritto. Leggi qui M5S spiana la via alla nuova linea del termovalorizzatore di San Vittore. E leggi anche L’emendamento Porrello non fermerà i termovalorizzatori).

Devid Porrello (Foto: Imagoeconomica, Stefano Carofei)

Al sindaco non è bastato. Alla Regione ha chiesto se il progetto è conforme alle indicazioni del Piano di Gestione dei Rifiuti del Lazio, se tutte le normative ambientali sono rispettate, se non ci sono ricadute negative per l’ambiente e la salute dei cittadini. Con pacatezza, senza proclami, semplicemente seguendo le norme previste dal procedimento amministrativo.

La Regione valuterà e verificherà, e se tutto è in ordine autorizzerà: sono le regole del nostro ordinamento e delle nostre leggi e che un sindaco è obbligato a seguire scrupolosamente.

Ma, soprattutto, l’avvocato. Bucci, da sempre in prima linea con il suo collega Giuseppe Sacco di Roccasecca a difesa dell’Ambiente e del suo territorio, ha fatto una domanda che a Cassino nessuno si è posto. È semplice e basta avere il coraggio di farla nei posti giusti, invece di gridare per farsi sentire dai propri elettori. La domanda è: perché Roma non ha più impianti anche se ne ha disperato bisogno? 

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