È per loro che arriva ogni anno Natale. Per tornare indietro da un incubo ed entrare in un sogno (di R. Cacciami)

Il dramma della mamma volata via nel Tevere all'alba. È solo un frammento dell'incubo che ogni donna attraversa durante la gravidanza. Ecco perché arriva Natale.

Rita Cacciami
Rita Cacciami

Vice direttore L'Inchiesta Quotidiano

Un giorno di Natale con un sole così primaverile ed un’aria pulita dal vento non lo ricordavo da tanto. L’ho interpretato come un segno. Un messaggio per tutti noi, distratti dalle corse agli ultimi regali. Alla spesa da mettere in frigo. Ai piatti da colmare senza neanche pensare troppo a chi quel cibo avrebbe dovuto gustarlo. Con amore. Perché il cibo nutre l’anima. E non solo l’epa. Quando è frutto di sensazioni positive. E il Natale da sempre è fascino. Candore. Calore.

Poi però ho pensato alla natività. E il pensiero è andato a Pina, la mamma che è volata via nel Tevere all’alba. Prima ancora che nascesse Gesù, portando via con sé due piccoli angioletti. Si è detto tanto di questa mamma, che uno dei tre gemelli lo aveva già perso. E tanto si dovrebbe dire ancora, senza giudicare. Per aiutare altre madri a non finire così. Donne che per mesi, spesso per anni cercano una maternità che non arriva. Sottoponendosi a cure che logorano. Che rendono difficile il sonno. Disturbato da un pensiero fisso. Stringere il proprio figlio a sé. Sano. Dopo averlo custodito in quel grembo che cresce e alimenta la vita. Fino al momento del parto, che però a volte arriva non al termine stabilito. Ma molto prima.

In sala parto si va come le altre. Ma alla piccola che urla la propria presenza al mondo si può dare solo una fugace occhiata. Una carezza e via. Le cure l’aspettano. Parte l’ambulanza con lei dentro. Per correre in un ospedale più attrezzato. Si resta. Sole. Nel letto accanto c’è un’altra mamma. Poche ore dopo le portano il neonato. E’ bellissimo, lei e il compagno lo stringono, lo toccano. Si baciano.

Tu sei lì che fingi di leggere un libro. Non hai nessun piccolo da stringere a te. Dovrai aspettare che ti dimettano. Ma solo per vederlo. Non certo per poterlo portare a casa. Dove ci sono culla, pupazzi e stanzetta che l’aspettano. Non provi invidia. Solo tanta malinconia. E uno struggente desiderio di abbracciare quel fagottino che neanche ricordi. Non sai di che colore ha gli occhi. E già solo per questo ti senti in colpa. Chissà cosa hai sbagliato, ti ripeti giorno e notte.

Per diverso tempo dovrai sottostare agli orari di un altro reparto. Indossare camice, mascherina e copri scarpe e poi percorrere quei metri che ti separano da lei. Toccarla infilando le mani dentro gli oblò. Accarezzarla e vederla così minuta. Così fragile. Quando uscirete finalmente insieme sembrerà un batuffolo che sta in una mano. E i piedini della tuta che penzolano. Non era previsto che andasse così. Ma è viva. E’ sana. In pochi mesi recupererà il suo peso. E morderà la vita con una grinta che altri non hanno.

Ma questo non succede a tutti i prematuri. E chissà quante Pina esistono. Colme di dubbi. In cerca di un senso da dare alle cose che si fa fatica ad accettare. E’ per loro che arriva ogni anno Natale. Per farle tornare indietro da un incubo e proiettarle in un sogno. Tutto da costruire. Difficile. Ma pur sempre un sogno.