Stoccaggio e logistica: ecco le occasioni del metano bio

La filiera del biometano? Il Piano nazionale di ripresa e resilienza le riserva un terzo dei fondi diretti a incrementare l'energia da fonti rinnovabili. Perché l'obiettivo Ue è la totale decarbonizzazione entro il 2050. E, come spiega l'esperto Francesco Franchi, i biodigestori sono un punto di partenza

Marco Barzelli

Veni, vidi, scripsi

A mettere il dito nella piaga ci ha pensato il vescovo di Anagni Lorenzo Loppa durante l’omelia in occasione della messa in onore di San Magno. Il contenuto è tanto di buon senso quanto chiaro. (Leggi qui Il vescovo non si nasconde: “Il bio metano è questione di sapienza”).

La Chiesa non gioca a nascondino, non cerca facile consenso come la politica: Papa Francesco ha dedicato un’intera enciclica ai temi dell’Ambiente. Tuonando: “Chi pecca contro la terra pecca contro Dio”. Non ha mai annacquato il ragionamento Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone e presidente di Commissione nella Conferenza dei Vescovi Italiani. (Leggi qui Il vescovo Spreafico: «La nostra Terra dei Fuochi qui in Ciociaria» e prima ancora La sfida di Spreafico: «Prima della messa chiedo i dati sulla differenziata»).

La risposta di Draghi

Lorenzo Loppa (Foto: Filippo Rondinara)

A cinque anni di distanza dalla presa di posizione del Papa è arrivato il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr): lì ci sono 30 milioni di euro, piccolo ma emblematico investimento, destinati alla consapevolezza dei temi e delle sfide ambientali. Che «rappresentano un presupposto essenziale per affrontare con successo la transizione ecologica». Ovvero la seconda delle sei missioni del Recovery plan: la fondamentale rivoluzione verde in cui verranno investiti quasi 60 dei 191.5 miliardi di euro derivanti dalla Recovery and resilience facility, fulcro del Next generation Eu. Perché i principali obiettivi del Green deal europeo devono essere chiari a tutti: per fronteggiare i cambiamenti climatici in corso e raggiungere la totale decarbonizzazione (Net zero) nel 2050, bisogna ridurre le emissioni di gas a effetto serra, raggiungere una quota del 32% di energia rinnovabile e migliorare del 32.5% l’efficienza energetica entro il 2030.

Come incrementare la quota di energia prodotta da fonti di energia rinnovabile? Anche e soprattutto con lo sviluppo del biometano: al quale sono riservati due dei 5.9 miliardi stanziati per il generale ambito di intervento.

Come accentua, chiamato in causa da Alessioporcu.it, uno dei massimi esperti nel campo dell’energia: il fiorentino Francesco Franchi, già presidente di Assogasliquidi, l’associazione di Federchimica che rappresenta il comparto della produzione e della distribuzione dei gas liquefatti. Nonché a capo di Liquid Gas Europe: l’associazione europea dell’industria del Gpl. E, per gli amanti del calcio, figlio del celebre dirigente sportivo Artemio.   

Pnrr: 2 miliardi a favore del biometano

Un impianto per la produzione di biometano

A cosa si deve tanta attenzione? Perché così tante risorse a favore del biometano? È presto detto: puntare su un gas al cento per cento rinnovabile, ottenuto dal recupero energetico di biomasse come la Forsu (Frazione organica dei rifiuti solidi urbani), «è strategico per il potenziamento di un’economia circolare basata sul riutilizzo – recita il Pnrr – ed è un elemento rilevante per il raggiungimento dei target di decarbonizzazione europei».

In altre parole: realizzare un biodigestore è strategico per trasformare il problema dei rifiuti in una risorsa economica. Ed è rilevante per azzerare gradualmente l’utilizzo di fonti di energia da combustibili fossili quali petrolio, gas e carbone.

Il resto della ricetta? Oltre all’agro-voltaico – perché il settore agricolo produce il 10% dei gas serra europei – e altri impianti innovativi come i sistemi a moto ondoso, l’ultimo terzo dei quasi 6 miliardi è finalizzato alla promozione delle comunità energetiche e dell’auto-consumo. (Leggi qui Comunità energetiche: la Ciociaria vuole essere della partita).

Biometano in Ciociaria: pro e contro

Foto: © Can Stock Photo / bruesw

Ma la Ciociaria, da Frosinone e Anagni fino alle meno citate Ferentino e Patrica, vuole essere protagonista anche e soprattutto nella partita di cartello della transizione eco-energetica: quella del biometano.

La realizzazione di impianti privati a biogas, però, continua a spaccare il pubblico accorso sugli spalti. Secondo alcune associazioni aumenterebbe l’inquinamento e il rischio sanitario.

Di contro, non riscontrando evidenze scientifiche né proposte alternative, c’è chi li vede come “no a prescindere” allo sviluppo territoriale sostenibile. (Leggi qui “Ora vi racconto come il bio metano ha cambiato il mio Comune”, qui I “no” a prescindere che non vanno proprio giù a Nino Polito e anche qui «Sviluppo frenato dagli oppositori a tutti i costi: basta»).

Cosa prevede il Piano nazionale

Impianto di biogas Foto © Riccardo Squillantini / Imagoeconomica

In cosa saranno investiti i due miliardi? In cinque misure. Tra cui il supporto alla realizzazione di nuovi biodigestori: un contributo pari al 40% dell’investimento totale. Non tralasciando affatto, però, riconversione ed efficientamento degli impianti a biogas agricoli: sempre a favore di una parziale se non totale produzione di biometano per i trasporti il settore terziario e la climatizzazione degli ambienti.

E visto che il digestato – il residuo del processo di biodigestione – può essere utilizzato come fertilizzante di qualità in agricoltura, si punta a ridurre l’uso di fertilizzanti sintetici e alla creazione di appositi poli consortili. A ruota la promozione dell’utilizzo dei veicoli a biometano e la riduzione delle emissioni degli impianti agricoli di piccola scala non direttamente finanziabili.

Il risultato? Lo prospetta il Recovery plan: «Sarà possibile incrementare la potenza di biometano da riconversione da destinare al greening della rete gas pari a circa 2,3-2,5 miliardi di metri cubi».

Stoccaggio e liquefazione

Un distributore di biometano

Come verrebbe movimentato e stoccato? Se resta in uno stato di gas compresso, può essere immesso in condotta e immagazzinato in grandi serbatoi, o in alternativa imbombolato.

Ma se si sviluppa ancor di più la filiera, creando impianti per il processo di liquefazione e l’ottenimento di bio-gnl (il gas naturale liquefatto in versione bio), ne gioveranno ulteriormente l’ambiente nonché l’economia.

Perché verrebbero abbattute ancor di più le emissioni di anidride carbonica, quelle dell’autotrasporto, e si renderebbe sostenibile e oltremodo competitivo un comparto fiorente in provincia di Frosinone: quello della logistica. Come viene già nel Nord Italia, con tanto di ricaduta occupazionale. Parola di Francesco Franchi.

La filiera del biometano

Francesco Franchi (Foto: Paolo Cerroni / Imagoconomica)
Dott. Franchi, i tanto criticati biodigestori rappresentano pertanto un punto di partenza. Pensa che la Ciociaria sia pronta all’appuntamento con lo sviluppo della filiera del biometano?

«Il biometano potrà essere importantissimo anche in provincia di Frosinone per contribuire alla decarbonizzazione. Potrà essere certamente immesso nella Snam Rete Gas e utilizzato per i veicoli a metano. Se lavorato a -162° C (temperatura inferiore al punto di condensazione, ndr) in un liquefattore, inoltre, potrebbe diventare biocarburante per i mezzi pesanti. In tal caso, porterà immensi benefici all’ambiente. Il bio-gnl ha emissioni di Co2 davvero minime, comunque inferiori ai carburanti tradizionali, ed è assolutamente sostenibile in riferimento ai residui nell’aria. Evidentemente, in un concetto di economia circolare, non attrezzarsi per realizzare un biodigestore sarebbe un danno economico e ambientale perché si continuerebbe a dover gestire i rifiuti invece di trasformarli in una risorsa energetica».

La progettazione dei biodigestori, dunque, dovrebbe andare di pari passo con quella degli impianti di stoccaggio e di liquefazione…

«Certo. È chiaro che, se c’è l’intenzione di utilizzare il biometano per l’autotrazione, bisogna realizzare al contempo tutto il resto. D’altronde, la transizione energetica del trasporto pesante sarà fondamentale. La provincia di Frosinone è una provincia importante nella pianificazione e organizzazione dei trasporti. È il punto più importante nel centro Italia nello smistamento delle merci. Avere camion e furgoni a bio-gnl sarebbe un contributo significativo alla decarbonizzazione del nostro Paese entro il 2030. Che, non va dimenticato, è un obbligo imposto dall’Unione europea».

E oltre al fondamentale aspetto ambientale, al netto dei timori per la salute pubblica, c’è ovviamente la questione economica. Cosa si sente di dire a riguardo?

«Considerando anche la produzione e l’utilizzo del compost per l’agricoltura, si coglie appieno il senso dell’economia circolare. Nulla si distrugge, ma tutto si riutilizza in maniera assolutamente sostenibile e sicuro per l’uomo e per l’ambiente. Avendone anche dei vantaggi economici, visto che i Comuni spendono un sacco di soldi per conferire i rifiuti nelle varie discariche. Anche in provincia di Frosinone si potrebbe creare davvero un percorso economico virtuoso».

Ambiente, salute, economia

Medici di Famiglia per l’Ambiente

Per l’associazione Medici di famiglia per l’ambiente, tra gli altri, il biodigestore è «un’industria insalubre di prima classe». E fa presente che soltanto quello di Frosinone tratterebbe 50 mila tonnellate di rifiuti all’anno, «un quantitativo enorme – lamentano – che supererebbe di gran lunga la produzione dell’intera provincia».

Franchi come giudica questa posizione?

«Mi viene in mente l’Austria, che importa rifiuti da tutta Europa per alimentare le proprie centrali e fornire energia e riscaldamento. È vero che si importano rifiuti da trattare, ma in maniera sostenibile. Non si va ad inquinare bensì a disinquinare. C’è tutto un mondo che sta andando in questa direzione. Si fa economia circolare e si crea lavoro, trasformando costi in ricavi nel rispetto dell’ambiente e della salute delle persone. È davvero difficile trovare motivi ostativi a un percorso così virtuoso. Chi è contrario dovrebbe nel caso proporre alternative, perché dire di no è facilissimo ma l’unica alternativa al biodigestore è la discarica. Rinunciare sarebbe una follia e un vantaggio per chi intraprenderà questo percorso. Perché il mondo è energivoro e oggi questo è il modo più sostenibile per produrre l’energia pulita di cui ha bisogno».

È innegabile, d’altro canto, che i biodigestori abbiano un basso impatto ambientale paragonabile a qualsiasi industria all’avanguardia. Progettarli nella Valle del Sacco, attanagliata tra gli altri dall’inquinamento atmosferico, può scatenare facilmente proteste. A fronte della produzione delle famigerate polveri sottili, però, bisognerebbe considerare un risparmio annuo di decine di migliaia di tonnellate di anidride carbonica e petrolio…

«Certo. Ed è sempre doveroso dire e ribadire che le polveri vengono generate principalmente dalla combustione di biomasse quali legna e pellet. Quello, sì, che è devastante per la salute dei cittadini e il pianeta che ci ospita. Al contrario dei camini e delle stufe presenti in casa, gli impianti industriali hanno catalizzatori e filtri anti-particolato, sono costantemente manutenuti e vengono periodicamente controllati dagli enti preposti. Oggi è veramente folle combattere l’industria e, di conseguenza, fare anche la guerra contro i biodigestori».  

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