«Tajani ha detto le stesse le stesse cose di Togliatti»: la difesa di Pennacchi

L'autore di 'Canale Mussolini', difende Tajani e le sue dichiarazioni sul fascismo. "Ha detto le stesse cose di Togliatti e Pertini". E "dietro il neoantifascismo di maniera c'è la negazione del consenso di massa al fascismo"

«Per Tajani non ho mai avuta nessunissima simpatia politica e non lo voterei neanche sotto tortura, anche perchè è un monarchico e fosse per lui al Quirinale tornerebbero i Savoia, insomma quanto di più lontano da me ma sul piano umano, in questa occasione, mi fa anche pena. In fondo non ha detto niente di più di quanto dissero a suo tempo Sandro Pertini e, nelle lezioni sul fascismo del ’35, Palmiro Togliatti».

Lo scrittore Antonio Pennacchi, autore fra l’altro, di ‘Canale Mussolini e ‘Il fasciocomunista‘, che ha mandato da poco nelle librerie con Mondadori ‘Il delitto di Agora. Una nuvola rossa‘, commenta così, con Giannandrea Carreri dell’Adnkronos, le affermazioni, e le scuse, del presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani in materia di fascismo.

«Chi ha criticato Tajani ritiene forse di essere più antifascista di Sandro Pertini e Palmiro Togliatti? È il segno che non si capisce più nulla. La verità è che queste sono polemiche che stanno sulla luna, non è possibile ‘in natura’ che in un regime che dura vent’anni ci siano solo aspetti negativi. Lo dice anche Mao Tse-tung nel ‘Libretto rosso‘ che non c’è niente di totalmente benigno o maligno – prosegue Pennacchi – e poi Antonio Tajani, in effetti, ha confermato un complessivo giudizio negativo del fascismo, una dittatura anche violenta e brutale culminata nelle leggi raziali, nel delirio di onnipotenza, in guerre di aggressione maligne per il fatto di essere state dichiarate e perchè sono state perse».

«La materia la spiega bene Franco Cardini nel suo libro dello scorso anno ‘Neofascismo e neoantifascismo‘. Per me l’antifascimo di maniera è due volte negativo, perchè nasconde il vero e perchè così facendo provoca nei giovani una reazione che li può portare a diventare fascisti se, crescendo, scoprono che il fascismo alcune cose positive le aveva fatte, come le bonifiche. Mai mentire ai ragazzini, figuriamoci ai popoli», scandisce Pennacchi.

«Dietro il neoantifascismo di maniera si nasconde un nodo storico, quello della questione del consenso di massa al fascismo, della volontà di negare il consenso di massa al fascismo, come se fosse stata la dittatura di una minoranza su una maggioranza. La verità storica è un’altra – sostiene lo scrittore – fu si una dittatura ma di una larga maggioranza del popolo su minoranze del popolo».

«Secondo gli storici ‘patentati’ il consenso di massa comincia a declinare nel 1938 con le leggi razziali ma non è così, gli ebrei in Italia erano una minima minoranza e alla stragrande maggioranza degli italiani non fregava niente di loro; il crollo del consenso arriva con le guerre o meglio con le sconfitte e soprattutto con i bombardamenti del 1943. Fino ad allora il consenso era di massa e non era stato costruito con la macchina della propaganda, come scrisse Philip Cannistraro in ‘La fabbrica del consenso‘. Già negli anni dal 1932 al 1935 si era ai massimi del consenso al fascismo ma il Minculpop, l’uso del cinema a fini di propaganda, entrano in campo solo nel 1934-35».

«Il fascismo è arrivato al potere con la forza, la violenza ma anche con un consenso di massa in reazione al ‘biennio rosso’; poi il potere lo ha conservato perchè negli anni successivi i fascisti, per quanto reazionari, hanno dato risposte concrete ai bisogni concreti delle masse su modernizzazione, lavoro, risanamento del territorio e altro. Se vuoi prevenire insorgenze fasciste oggi – conclude Pennacchi – serve anzitutto un’analisi corretta del passato».

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