Tanto tuonò che Draghi cadde

Nessuno se lo aspettava. Nemmeno chi scrive. Ma Mario Draghi ora se ne va a casa e gli italiani se ne vanno con l'abbronzatura ai seggi. La catena di errori da fagiano. E lo stupore di chi ora, per fare lo spiritoso, si ritrova per strada

Franco Fiorito

Ulisse della Politica

Stavolta ho toppato. Alla grande. Fuorviato dalla stakanovista monotonia del Presidente Sergio Mattarella ero convinto, tanto da scriverlo la scorsa settimana, che anche questa crisi si sarebbe risolta a tarallucci e vino dopo interminabili balletti di consultazioni. (Leggi qui: L’apologia del campo largo e la Dragheide).

Invece no. Niente. All’improvviso il nostro presidentissimo ha riscoperto un antico e quasi in disuso ai tempi moderni istituto giuridico democratico: il voto.

Quelli che Draghi non lo volevano

Mario Draghi

Deve essere successo qualcosa di veramente importante però per giustificare un così repentino cambio di atteggiamento da parte di quasi tutti i Partiti di maggioranza nei confronti del tanto osannato Draghi. Evidentemente l’atteggiamento misto di ossequio e reverenza coltivato nel corso di questi anni nei confronti dell’ex banchiere centrale non era realmente sincero ma dettato da cause di opportunità.

Ne avevamo avuta qualche avvisaglia quando dato per sicuro successore di Mattarella alla presidenza della Repubblica era stato solennemente giubilato tra mille attestati di stima ma nessuno di consenso. Li si era già capito che la fiducia era solo una fiducia di facciata e necessità. Ma che realmente l’atteggiamento di Draghi era considerato solipsistico e sprezzante soprattutto nei confronti dei leader politici che lo sostenevano.

E se dapprima solo Conte aveva apertamente osato di mettersi su posizioni critiche nei confronti del Presidente del Consiglio, dopo il discorso tenuto al Senato anche chi, ob torto collo, sopportava tanta saccenza, dopo una così palese profusione di manifesta superiorità ed arroganza, ha ritenuto superati i limiti della decenza. Ed ha proceduto a rispondere picche alla richiesta di Draghi se fossero pronti a rinnovare il patto istituzionale.

Indelicatezza parlamentare

L’intervento in Senato

D’altronde un Presidente del Consiglio neanche eletto che si presenta davanti al Parlamento dicendo che non era li per rispetto dello stesso ma solo degli italiani che lo avevano incaricato di una specie di investitura diretta non ha certo dato prova di delicatezza parlamentare. Stante anche il fatto che un paio di raccolte firme fatte dal Pd tra i suoi sindaci e alcune sparute manifestazioni di funzionari, risulta difficile definirle come una azione di forte sostegno popolare. Ma semmai il contrario.

Ma Draghi deve aver creduto veramente a tale foga popolare presentandosi altezzoso sprezzante e quasi ricattatorio. Come a dire tanto ci sono solo io non avete altra scelta: dovrete scusarvi con me e pregarmi in ginocchio di tornare. Una specie di sindrome del Marchese del Grillo che lo ha colpito nel momento peggiore possibile. Perché forse per inesperienza non ha calcolato che ormai il limite delle pensioni era arrivato e che anche il governo aveva esaurito la propria spinta. Anzi in autunno si sarebbero attese leggi terribili per il consenso come quella sulla Concorrenza, sul Catasto e soprattutto tutte le misure sulla crisi economica ormai galoppante.

Ecco questo mi permette di tornare su un argomento che discussi in passato quando tutti osannando Draghi lo definivano il miglior presidente possibile. Certamente uno bravo.

L’eterogenesi delle fonti

Su questo concetto di bravura ebbi a discutere perché per una specie di eterogenesi delle fonti di giudizio la presupposta bravura di Draghi era promanata dai giudizi entusiastici che ne davano l’Europa ed altri stati sovrani europei. Meno gli italiani stessi a partire da Cossiga che ne diede in passato definizioni ben poco edificanti.

Dunque si è scambiata la bravura per il giudizio altrui. E ci si sarebbe dovuto domandare da principio se l’entusiastico giudizio di istituzioni e Stati che hanno obiettivi diversi dai nostri e soprattutto interessi nazionali diversi dai nostri avrebbe potuto coincidere con le esigenze invece nazionali italiane.

Infatti poi tutta questa bravura non si è appalesata e diciamolo chiaramente la famosa agenda Draghi si è rivelata alla fine un’agendina molto scarna. E quasi invisibile come quella rossa scomparsa a Borsellino.

Insomma è sembrata una scena del tipo non siete capaci a farmi cadere perché io sono Super Mario Draghi e voi non siete un cacchio. E invece paffete il nostro supereroe è finito col deretano a terra.

E non se l’aspettava proprio. Lo si è capito nel discorso successivo alla Camera quando al posto della saccenza e spocchia ha mostrato un mezzo pianterello da coccodrillo rinnovando ma modificando la battuta (humor molto british e poco latino) di qualche giorno prima sul cuore dei banchieri centrali.

Campagna canicolare

Il saluto alla Camera

È così che d’improvviso invece di parlare di cose di governo siamo piombati in una improvvisa disorganizzata ed estiva campagna elettorale. Una novità di questa stagione. La campagna canicolare visti i caldi in corso.

Per “facilitarla” hanno messo la raccolta di firme per le liste a ottantamila in modo da escludere i Partiti più piccoli e meno organizzati ed in questi giorni tutti i dirigenti di Partito si affannano in mutandoni sotto l’ombrellone a raccomandare a tutti di iniziare la raccolta firme pena esclusione liste.

La novità vera è che dopo anni di covid, guerra, crisi economica, Draghi Europa Europa Draghi sono riapparsi come un epifania gli uomini e le donne politici italiani.

Giorgia Meloni la più gettonata essendo il Partito più in crescita. Sono ripartiti i documentari sul fascismo le leggi razziali e il duce che metteva incinta le donne con lo sguardo. L’obiettivo è lei.

Matteo Salvini è riapparso contornato da Madonne di tutti i tipi. C’è chi giura che siano tutte quelle che ha invocato Mattarella alla notizia della mancata fiducia.

Silvio Berlusconi è partito in quarta con mille euro di pensione minima ed un milione di alberi. C’è chi si chiede se il milione di alberi che ha sostituito quello di posti di lavoro non sia un escamotage per poi lanciare una idea alla Cetto Laqualunque tipo “un forestale per ogni albero” per così risolvere la disoccupazione. In fondo entrambe sono esperti di pilu, punti di contatto nei programmi ci sono.

Il colpo del fagiano

Giuseppe Conte

Enrico Letta ha esalato un respiro non riuscendo poi a proferire parola per la nota idiosincrasia alle competizioni elettorali. Ma ha già sentito i morsi dei capicorrente ai polpacci ed i presagi non sono dei migliori

Il più fagiano è stato Giuseppe Conte che dopo il coraggioso gesto di non votare la fiducia certo che qualcuno sarebbe andato a riprenderlo tipo quelli che nelle risse dicono “reggetemi reggetemi sennò faccio un macelloha invece tirato un colpo a vuoto senza nessuno che lo andasse a fermare.

Su questo si sono inseriti i Partiti di centrodestra che visto lo spazio hanno dato il colpo ferale al Governo dopo che Conte lo aveva servito su un piatto d’argento. È come se porti la ragazza più bella alla festa ma poi se ne va a casa col tuo miglior amico. Infatti il povero Conte ancora balbetta cose incomprensibili e c’è voluto solo qualche strillo di Grillo per riportarlo alla svegliezza. Per lui è prevista a breve la pubblica impalazione e si preconizza il ritorno del duo Alessandro Di Battista – Virginia Raggi che, ritengono,  non abbia ancora fatto abbastanza danni.

Gigino lo statista

Luigi Di Maio

Ma la star è lui Gigino Di Maio. Lo statista. Un uomo, una corerenza. L’apritore di scatolette di tonno. L’abolitore di povertà. Che aveva con fare mefistofelico creato un nuovo gruppo parlamentare pochi giorni or sono fuoriuscendo dai Cinque Stelle con il preciso intento di non far cadere il Governo. Ma vista la sua bravura è esattamente quello che è successo.

Meriterebbe il Nobel per la politica ma purtroppo non esiste. Ma il suo volto estasiato mentre Draghi con potente maglio sferrava colpi a destra e manca al Parlamento ed alle forze di maggioranza resterà negli annali della storia. Purtroppo non ha mantenuto a lungo quella espressione gaudente visto che oggi con due mesi dovrebbe costruire un Partito dal nulla e presentarsi alle elezioni. Cosa che non farà andando a piangere dal Pd per un seggio e mollando tutti i fagiani che lo avevano seguito nella grande impresa.

Il premio Sfiga dell’Anno va inoltre a Carlo Calenda che all’improvviso si troverà nel Partito Renato Brunetta e Maria Stella Gelmini appena fuoriusciti da Forza Italia. Berlusconi li ha liquidati con un “riposino in pace” e ha fatto bene perché due che fanno bene i ministri ma non hanno forse manco il voto loro sono facili da trovare. Ma per fortuna altrettanto facili da perdere.

Ancora sotto confusione Matteo Renzi che sembra da giorni vada ripetendo solo la frase “first reaction shockrestando poi con la bocca aperta a culo di gallina e lo sguardo nel vuoto. Perché ancora non si capacita che dopo aver giubilato Conte a favore di Draghi adesso Draghi ha subito la stessa sorte per mano di Conte Berlusconi e Salvini insieme. Il suo peggior incubo.

E poi le Regionali ma non solo

Nicola Zingaretti

Ma le politiche non saranno le uniche elezioni all’orizzonte nel giro di pochi mesi. Avremo anche certamente le Regionali come conseguenza di Zingaretti candidato al Parlamento. Le Provinciali dove certamente si voterà per il presidente ed altrettanto per il consiglio da poco eletto. E poi le Comunali di primavera dove per la prematura dipartita del campo largo anche a livello nazionale ci si dovrà inventare un’altra formula per gli scienziati della politica.

Insomma dopo tante richieste di voto ne avremo a bizzeffe di competizioni elettorali. Si butteranno una marea di soldi perché invece di riunirle saranno ognuna in una data diversa e la mancanza di vere e sane campagne elettorali certamente alimenterà il frazionamento del voto. E forse anche la partecipazione.

Insomma un bilancio niente male per quello che era definito il governo dei migliori. Forse sarebbe meglio dire autodefinito.

Dimenticheremo

Mario Draghi

Scorderemo Draghi in un batti baleno più velocemente di Mario Monti ed altri simili. Resteranno di lui più che le imprese di governo le battute tipo “non ti vaccini ti ammali muori” che fecero battere il record di gesti apotropaici in Italia; oppure l’immarcescibile “volete la pace o il condizionatore” che nemmeno i motti mussoliniani riuscirebbero a scalfire.

Forse avrei dovuto raccontargli prima la storia di quando ragazzino ero a Scauri in villeggiatura con la famiglia. E ad uno che faceva il pesante dicendo mi avrebbe dato uno schiaffo dissi “non sei capace a farlo”. E quello giustamente mi diede una bella pizza. Poi lo riempii di botte. Ma da allora imparai a non fare mai più domande che prevedono una risposta che non possa piacerti. Tipo il “siete pronti” di Draghi in senato.

Che insieme alla massima aurea di non tornare mai a casa senza avvertire e non fare mai soprese alla propria donna senza annunciarsi restano immacolate come massime che ogni uomo dovrebbe seguire nella vita.

Lo scriverò presto a Draghi perché ora che è disoccupato potrebbe pure tornare a sorpresa a casa e due delusioni in così poco tempo gliele vogliamo risparmiare no?

Che il Governo dei migliori sia con voi. E con il vostro spirito. Andiamo in pace in campagna elettorale. Amen.

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