Il terremoto che sta soffocando la stampa locale

STEFANO DI SCANNO

L’INCHIESTA QUOTIDIANO

Direttore Responsabile

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Nel Regno Unito ci sono ancora almeno dieci giornali a diffusione nazionale; in Italia possiamo contarne appena quattro con le stesse caratteristiche: Corriere, Repubblica, Sole 24 Ore e Gazzetta. A Londra come a Frosinone le entrate dal settore digitale non riescono a compensare il calo della pubblicità sui quotidiani di carta e le vendite nelle edicole. Per questo, nonostante l’era internet imperversi da più di vent’anni, gli editori si affannano a sostenere la diffusione e gli introiti da inserzionisti. Ma la battaglia è disperata.

La crisi della carta stampata è globale e bisogna sempre guardare a Stati Uniti e Gran Bretagna per comprendere cosa ci sta per accadere. La libertà di stampa e l’informazione indipendente sono beni preziosi per la democrazia ma li hanno inventati loro, gli anglosassoni. Grosse aziende editoriali Usa come Tribune e Gannett stanno abbandonando i loro quotidiani. Clay Shirky, esperto di innovazione digitale e di temi legati ai media, ha concluso con una generalizzazione da brividi: “Se sei un giornalista di un giornale di carta, il tuo lavoro è a rischio. Punto”.

Quindi a noi membri di cooperative editoriali di provincia, non resta che assistere, sperare che il crollo abbia una fine e rimediare come possibile. Oltretutto vivendo in un Paese ed in territori che non hanno certo mai brillato per numero di lettori e per estimatori sinceri della stampa senza padroni.

Con una concorrenza sleale sul web dove anche operatori professionali si dilettano a demolire in proprio i residui margini di informazione e di credibilità della carta stampata e dei quotidiani on line, di testate con personale regolarmente assunto e relativo peso fiscale ormai insostenibile.

In provincia di Frosinone la prima testata – Ciociaria Oggi – ha fatto ricorso ai contratti di solidarietà per superare il momento difficile; il quotidiano “La Provincia” è nel pieno di una vertenza che potrebbe concludersi con una riduzione di personale o quanto meno con una drastica riduzione degli stipendi; L’inchiesta-Quotidiano resiste grazie alle rinunce del personale e al miraggio dell’obiettivo dei contributi della Presidenza del Consiglio dei Ministri, di cui già godono le altre due testate.

La legge sull’editoria impone che i giornali – come nel nostro caso – vengano editi da giornalisti e poligrafici in cooperativa. Una norma comprensibile ma come fa una struttura societaria del genere a reggere ben 7- 8 anni (e noi siamo al sesto) senza supporti finanziari importanti?

In altre testate gli imprenditori di riferimento, utilizzando vecchie leggi che glielo consentivano, hanno acquistato la sola proprietà della testata provvedendo successivamente ad affittarla a cooperative di giornalisti. Queste, inevitabilmente, diventano in breve realtà a debito crescente e rischio fortissimo per tutti i fornitori e per i salari dei dipendenti prima di tutto. Nel nostro caso i giornalisti soci della coop sono anche proprietari della testata, ma la precarietà complessiva non cambia. Se ne avvantaggia “semplicemente” l’indipendenza della testata che non deve rispondere a nessun dominus. Ma a quale prezzo e per quanto tempo?

E’ evidente che il meccanismo non funziona, soprattutto a fronte di una crisi economica ed a cambiamenti di scenari che appaiono globali e radicali. Indietro non si tornerà. La stagione degli editori a spese dell’erario che hanno sperperato denaro per fare pressioni e azioni di lobby per fortuna è agli sgoccioli. Ma la tendenza dei residui imprenditori del settore è quella di svuotare le redazioni, per conservare le testate che vanno in edicola, e spingere verso una sorta di sfruttamento finale delle potenzialità di influenza sulla classe dirigente e sull’opinione pubblica. Non è questo il rimedio auspicabile per la libertà d’informazione, per i giornalisti e per la democrazia ad ogni livello.

La verità è che da tempo non si trovano più editori né puri e nemmeno spuri (gli ultimi in provincia sono stati Ciarrapico e Zeppieri). Nessuno degli imprenditori che oggi pure si ritengono impegnati nell’editoria si assume il rischio d’impresa che un tale sedicente ruolo comporta. Del resto i giornali non hanno mai fatto profitti ma, in questo periodo, sono solo fonte sicura di remissione di denaro.

Ammesso che si convenga sul fatto che il ruolo del giornalismo e dell’informazione di carta ed on line siano necessari alla vita dei paesi democratici, bisogna guardare ad una sostenibilità dei costi che preservi un rigore sempre maggiore dei contenuti. Al Philadelphia Daily News e Philly.com si stanno trasformando in una organizzazione no profit guidata da un consiglio composto da decani della scuola di giornalismo, accademici e dirigenti di fondazioni. Imprese solide, banche, organizzazioni pubbliche e private possono conferire donazioni che servano a sostenere il sistema informativo quale elemento fondamentale per la crescita di un territorio.

Altrimenti continuerà la pena di giornali locali sempre più poveri e scadenti, giornalisti scalcinati e a schiena curva dove anche l’ultimo degli inserzionisti si sente autorizzato a vestire i panni di Urbano Cairo.

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