Top e Flop, i protagonisti del giorno: giovedì 16 giugno 2022

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende giovedì 16 giugno 2022

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende giovedì 16 giugno 2022.

TOP

MARCO BUCCI

Marco Bucci

Quando nelle società arrivano le grandi tragedie è molto difficile che al momento delle stesse chi è alla guida dei sistemi complessi che le contengono resti in arcione. E’ difficile per tutta una serie di motivi che non hanno nulla a che vedere con pregi o difetti di chi governa. Succede un po’ come quando dopo la morte di un nostro caro tendiamo tutti limbicamente ad evitare le circostanze precise in cui di quella morte abbiamo saputo.

Chi apprende della scomparsa di un padre, di un fratello, di una madre o di un amore mentre sta verniciando una ringhiera è difficile che al sentire quell’odore in futuro non provi un senso vago, sbagliato e giusto al contempo, di repulsione.

Ecco perché la vittoria a Genova del riconfermato sindaco Marco Bucci ha il sapore di una vittoria algebricamente al quadrato. Perché Bucci è stato il sindaco dello scempio del Polcevera, il primo cittadino sotto la cui governance il crollo del Ponte Morandi aveva segnato lo step emozionale definitivo di chi abita sotto la Lanterna.

Non era questione di colore politico, di appartenenza o di ricetta amministrativa, semplicemente Marco Bucci aveva tutti i titoli, anche a fare la tara alla ricostruzione speed del ponte, per diventare come quel cancello verniciato che sappiamo: se non ci fosse stato sarebbe stato meglio perché avrebbe significato superare materialmente quella parentesi buia con una nuova fisionomia.

Perciò il fatto che Bucci sia andato in deroga e in barba a questo meccanismo un po’ cretino ma tiranno dice due cose: che i genovesi si confermano gente pratica che sa rialzare la testa senza tregende postume e che Bucci ha governato talmente bene da far dimenticare che lui era quel Bucci là.

Quello che, ad una giornalista di Sky che durante una manifestazione a piazza De Ferrari sulla strage gli chiedeva non conoscendolo se fosse genovese, le aveva risposto con la frase del secolo: “Sono il sindaco, veda un po’ lei…”.

Sono di nuovo il sindaco, vedano un po’ loro…

ENZO SALERA

Due colpi in ventiquattrore. Il sindaco di cassino Enzo Salera ha incassato i complimenti non di circostanza dal Governatore del Lazio Nicola Zingaretti.

Zingaretti ha riconosciuto la caparbietà, la testardaggine ed il coraggio di un sindaco che non solo ha preso in carico un bene confiscato alla malavita nel pieno centro della città. Ma di quel bene, che era ostentazione del malaffare e dei suoi frutti, ostentato sotto gli occhi dell’intera città sulla via principale, l’ha trasformato in ciò che la mala teme di più: un luogo di cultura.

Perché ciò che temono di più i boss non è un colpo di P38 esploso alla schiena o in faccia, non è un carico di piombo esploso dalla 92S delle forze dell’ordine. Se la fanno sotto davanti alla gente che sa leggere e capire le frasi. Perché non abboccano ai loro ragionamenti, non si fanno abbindolare dalle loro tentazioni. Spezzano la catena del loro consenso criminale e soprattutto propongono un modello alternativo.

Salera ha ringraziato a suo modo il Governatore. Rispondendo: “Dal momento che oggi inauguriamo a Cassino il Palazzo della Cultura, e lo facciamo con la presenza del presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti che l’anno prossimo termina il suo mandato, che torni a farci visita quando avremo completato l’intero palazzo in veste di ministro della Cultura”.

A distanza di poche ore, il Consorzio Industriale ha firmato il via libera alla creazione della prima Gigafactory in Italia. Nascerà grazie al ruolo non secondario del Comune di Cassino, nella sua veste di socio dell’allora consorzio del Lazio Meridionale. Quel progetto creerà posti di lavoro d’eccellenza, innescherà una filiera di sviluppo, darà respiro per vent’anni all’indotto Stelantis. (Leggi qui: La firma c’è: nasce la GigaFactory di Fincantieri).

Ruvido ma efficiente.

FLOP

QUEI PRESIDENTI DI SEGGIO LA’

Foto: Saverio De Giglio © Imagoeconomica

Che nessuno si azzardi a bersi la panzana dei 50 presidenti di seggio che in Sicilia hanno disertato il ruolo per andare a vedere la partita del Palermo contro il Padova nei play off. Che nessuno lo faccia perché grazie a Dio se avessimo l’anello al naso sarebbe solo perché ci siamo dati una patetica botta di vita mettendoci il piercing della figlia adolescente.

E siccome qui nessuno è frescone appare evidente che 50 presidenti che tutti assieme danno forfait dalle elezioni amministrative e dai referendum sono molto di più e molto di peggio di una manica di tifosi pallonari irresponsabili da cui scremare profili penali. Qualcosa non quadra e questo qualcosa diventerà appannaggio di toghe, perciò non lo faremo diventare congettura di penne, non ci tocca, non ancora almeno.

Un dato però è certo: fra presunzioni di reato per voto di scambio, appuntamenti ortofrutticoli con mafiosi e presidenti evaporati in massa quello che ha offerto la città di Palermo in questa tornata amministrativa e referendaria è stato lo spettacolo più patetico degli ultimi 20 anni.

Spettacolo gramo e misero in un Paese che alle ronde guardone e sarcastiche delle altre nazioni ha sempre reagito piccato con i toni offesi e tromboni dell’amor patrio vilipeso. Ma stavolta no, stavolta se Der Spiegel ci sputtanerà con una copertina urticante ce la dovremo tenere, contare fino a dieci e riflettere. Riflettere sul fatto che forse la democrazia è più conquista da mantenere di quanto non sia diritto da scialare.

E magari pensare che fare in modo che in futuro nessuno abbia più motivo per ironizzare su di noi sarebbe meglio che fare barricata contro chi ad ironizzare magari un po’ di ragione ce l’aveva. Una ragione come quelle “ottime” cinquanta che altrettanti pubblici ufficiali hanno trovato per tradire gli elettori di Palermo, l’Italia intera e le faccende per cui i loro nonni sono morti.

Poco play, molto off.

MATTEO SALVINI

Matteo Salvini (Foto: Vincenzo Livieri / Imagoeconomica)

Tra poche ore a Palazzo Madama verrà approvata la Riforma Cartabia. Darà un primo colpo di pialla alla Giustizia come l’abbiamo conosciuta in epoca recente. È il fallimento della dottrina Salvini che aveva organizzato i referendum per fare la stessa riforma ma passando per la piazza. Gli italiani di buon senso lo hanno capito e non si sono prestati al giuoco.

Come un bimbo dispettoso, il Capitano (in palese assenza di truppe) ha detto No al ritiro dei suoi emendamenti. Nei fatti, riproponevano i quesiti del referendum. E poi si è indispettito sul voto segreto su uno degli emendamenti (quello sulla custodia). Se fosse stato approvato avrebbe determinato la caduta della Maggioranza.

Matteo Salvini non ha ancora capito che è proprio questo gioco di stare nella maggioranza ma comportarsi come da Partito dell’opposizione ad avere distrutto il suo tesoretto di consenso che aveva meritatamente accumulato. Se vuole far cadere Mario Draghi basta che lo dica. E ritiri i suoi ministri. Il rischio è che gli rispondano di no al grido di “Levategli la bottiglia di mojito, chiudetegli il Papeete”.

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