Top e Flop, i protagonisti del giorno: martedì 17 maggio 2022

I fatti ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa è accaduto in questo martedì 17 maggio 2022 e cosa ci attende nelle prossime ore

I fatti ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa è accaduto in questo martedì 17 maggio 2022 e cosa ci attende nelle prossime ore

TOP

ROBERTO GUALTIERI

Sordo alle polemiche, cieco ai tentativi di distrarlo con fantasmagoriche proposte alternative, il sindaco di Roma è stato tutt’altro che muto. Ha parlato è ribadito con ogni possibile chiarezza che Roma avrà il suo termovalorizzatore con cui sbarazzarsi dei rifiuti, produrre acqua calda ed energia elettrica: come in tutte le grandi città europee.

Il termovalorizzatore sarà attivo negli ultimi mesi del 2025. Sento un fortissimo consenso dei cittadini verso un piano che pone rimedio a una situazione unica al mondo, quella di una Capitale che non ha alcuna struttura per lo smaltimento dei rifiuti e quindi spende e inquina tantissimo”. Lo ha detto ai microfoni di ‘The Breakfast Club’ su Radio Capital, non solo ribadendo l’impegno per l’opera ma fissando anche la data.

E visto che c’era ha toccato anche un altro nervo scoperto. “I cinghiali sono anche una conseguenza del fatto che per anni Roma è stata molto sporca (…). La peste suina ridurrà il numero dei cinghiali, poi ci saranno anche le misure di abbattimento. Sarà l’ultimo anno con i cinghiali a Roma“. 

Inutile girarci attorno: rifiuti e cinghiali sono l’eredità più evidente che gli ha lasciato l’amministrazione a 5 Stelle della sindaca Virginia Raggi. Ed il sindaco Roberto Gualtieri dimostra un pragmatismo da anni sconosciuto a Roma nell’affrontare i problemi. Consapevole che il MoVimento è uno degli alleati strategici del suo Partito sia alle prossime Regionali che alle Politiche. E che le sue scelte potrebbero alterare i rapporti. Con le sue scelte di chiarezza sta tracciando una rotta anche per il Pd, se vorrà comprenderla.

Roberto Caesar Gualtieri

SANDRO PETROLATI

(Foto: Imagoeconomica)

La pressione sui Pronto Soccorso, sull’intero Sistema dell’Emergenza, non potrà cessare a breve. A breve è necessario ‘ripopolare’ gli ospedali, di posti letto e di personale. A breve occorre dare dignità al lavoro degli operatori riconoscendo un tangibile e stabile incremento economico“. E sunto, cardine e chiave di volta sta tutto là, in quello stringato “a breve”.

Ci avevano detto per mesi che la maledizione del Covid avrebbe incentivato ancor più la “renaissance” della Sanità italiana e ci avevano spiegato in tutte le salse con quali conti quel Leviatano sarebbe diventato un ghepardo. Invece, con il Covid mezzo debellato, ci siamo trovati con le file di ambulanze davanti ai reparti di emergenza e con i pazienti in attesa per giorni di cure, accatastati nei corridoi come panni dismessi. Un esempio tutto nostro ma che è paradigma della situazione nazionale? Allo Spaziani di Frosinone la salita in curva a gradiente destrorso che dà sull’ingresso del Pronto Soccorso è perennemente occupata da ambulanze in attesa di non si sa cosa e alcuni pazienti attendono medici ed esami in barella per giorni.

Sandro Petrolati l’ha detta tutta e l’ha detta bene nella sua veste di coordinatore della Commissione Emergenza Urgenza Anaao Assomed. L’ha detta in una lettera aperta indirizzata al ministro della Salute Roberto Speranza. Il sunto è: “Vuoi che i sanitari siano di più e più motivati? Li dovete pagare meglio, così quelli che ci sono lavoreranno meglio e quelli che mancano arriveranno”. Tutto questo per far cessare le “disumane condizioni in cui versano i Pronto Soccorso di tutta Italia, disumane per i pazienti e per gli operatori”.

Perché le cose nel Paese stanno ormai così: la Sanità sta crashando sotto i nostri occhi e la colonnina di mercurio del termometro di civiltà dell’Italia non è mai stata così in basso su uno dei quattro cardini da cui la civiltà si misura: giustizia, scuola, sanità e accesso al lavoro. Petrolati ha anche spiegato che già nel 2021 era partito un allarme, con tanto di “decalogo” per ovviare al problema. Ma poi la situazione “si è ulteriormente aggravata e proprio quando si stava allentando la pressione del Covid sugli ospedali. Così come quella del Sistema 118, che è in condizioni di estrema criticità perché paga non solo le gravissime carenze di personale, ma anche assetti organizzativi frammentati e spesso ‘improbabili’. A testimoniare che il problema è antico. Questo sta portando al gesto estremo degli operatori: dimettersi“.

E il Pnrr? Quello in agenda ha tutto, inclusa la parolona “resilienza” che sul caso di specie ha un’accezione mesta: servirà per rinforzare la sanità di territorio. Con un ma che Petrolati mette bene in evidenza: “Il rinforzo del Territorio ha bisogno di tempo, ha bisogno di creare spesso strutture e risorse partendo da zero“. Tradotto: con i proclami sburoni e con le faccende faraoniche che verranno domani noi oggi ci facciamo la birra, il problema è qua ed ora, non nel 2025.

Da qui l’appello ad iniziare subito dall’incentivo economico serio, tangibile e tale da tenere un medico o un infermiere attaccati non solo alla loro mission, ma alla speranza che essa produca effetti. E che nessun paziente italiano resti più a sanguinare su una sedia per ore a chiedersi se non era meglio restare a casa e sperare nella buona sorte invece che in una buona diagnosi.

Poche chiacchiere.

FLOP

GIUSEPPE CONTE

Giuseppe Conte e Beppe Grillo (Foto: Paolo Cerroni / Imagoeconomica)

È riuscito a logorare la pazienza anche ad uno che fu capace di limitarsi ad una smorfia nel passare il campanello simbolo del Presidente del Consiglio dei Ministri al Segretario del suo Partito che l’aveva di fresco accoltellato alla schiena dopo avergli giurato ‘Enrico stai sereno‘. Giuseppe Conte invece è peggio del mal di pancia poco prima di andare al banchetto della festa, il parente che ti citofona la domenica mentre stai stravaccato sul divano e combatti la battaglia per la vita contro l’abbacchio che si è messo di traverso nello stomaco. Ed il premier più improbabile nella storia recente è riuscito nell’impresa di far stancare anche quell’Enrico Letta che fino ad oggi è stato il più convinto sostenitore del dialogo.

Nel corso della Direzione del Partito Democratico ieri ha scelto di rinunciare a difendere le incomprensibili giravolte politiche di un ‘alleato’ che oramai viene sopportato sempre più a fatica dentro il Pd. Di più: Enrico Letta non solo non l’ha difeso ma ha fatto registrare a futura memoria nel verbale i suoi dubbi sul comportamento del M5S.

Per usare il vocabolario lettiano, sul rapporto con Conte è emersa più volte la parola ‘fatica‘: il Pd fa fatica a ragionare con chi cerca costantemente di tenere il piede in due scarpe, tenendosi i vantaggi del Governo ed accarezzando la pancia dell’opposizione. Per sottolineare che il Pd è un’altra cosa ha detto “Noi andiamo dritti sui nostri temi”.

Insopportabile.

SALVINI E BERLUSCONI

Silvio Berlusconi, Matteo Salvini © Imagoeconomica, Stefano Carofei

Doveva essere la celebrazione dell’unità ritrovata, come sempre è opportuno far credere nel periodo in cui si avvicinano le elezioni. Invece è stata la sagra dell’ipocrisia, nella quale la sola Giorgia Meloni ha brillato per coerenza e schiettezza. Lo ha fatto dicendo in faccia, ai suoi interlocutori Silvio Berlusconi e Matteo Salvini che quel vertice di ieri mattina ad Arcore era quello che era: facciata e nulla di più.

Sono i fatti a parlare. Il centrodestra va unito alle Comunali di Frosinone solo per l’abilità diplomatica del candidato sindaco uscente Riccardo Mastrangeli e per lo spirito di sacrificio del coordinatore FdI Fabio Tagliaferri; mentre a Viterbo si andrà allo scontro corpo a corpo. E se non bastasse il centrodestra va diviso a Verona, Parma, Viterbo, Catanzaro e Messina: non proprio paesini. La dimensione della presa in giro sta anche nel fatto che il vertice non ha toccato il tema delle elezioni siciliane. Avrebbero rischiato la zuffa sul posto.

 Berlusconi ha provato a buttarla in caciara, con il suo solito ‘Sono ragazzi…’ e sostenendo che le divisioni sono frutto anche “di contrapposizioni locali” ed assicurando che ai ballottaggi “si troverà l’accordo”.

Giorgia Meloni ha dimostrato ancora una volta di essere quella che nel gruppo possiede più attributi. Ha detto: “L’unità non va solo declamata, ma costruita nei fatti. Restano ancora diversi nodi aperti. A partire dalla non ancora ufficializzata ricandidatura del presidente Musumeci in Sicilia. La disponibilità di Berlusconi si è fermata di fronte alla richiesta di Salvini di ritardare l’annuncio”.

Se ci fossero ancora dubbi, c’è la risposta di Salvini: “Il No a Musumeci non è quello della Lega ma quello dei siciliani”.

L’incontro delle beffe.

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