Top e Flop, i protagonisti del giorno: martedì 22 novembre 2022

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire, attraverso di loro e quanto hanno fatto, cosa ci attende nella giornata di martedì 22 novembre 2022

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire, attraverso di loro e quanto hanno fatto, cosa ci attende nella giornata di martedì 22 novembre 2022.

TOP

MASSIMO RUSPANDINI

Massimo Ruspandini (Foto © Stefano Strani)

È riuscito ad uscire dall’angolo. Nel quale lo avevano infilato i numeri. Perché al di là del 30% assegnato dai più recenti sondaggi, Fratelli d’Italia in concreto può vantare solo due sindaci in provincia di Frosinone. E sono i sindaci (ed i consiglieri comunali) a determinare il peso politico per la designazione del candidato presidente della Provincia.

L’onorevole Massimo Ruspandini, coordinatore provinciale del Partito di Giorgia Meloni, una via per essere competitivo alle Provinciali del 18 dicembre l’aveva individuata. Passava per la moltitudine di civici che governano i Comuni ciociari e per un sindaco come Giuseppe Sacco di Roccasecca, ideale punto di caduta anche per una parte del centrosinistra.

Si è ritrovato all’angolo politico in virtù della strategia messa in campo dalla Lega, che lanciando il sindaco civico di Frosinone Riccardo Mastrangeli ha tagliato fuori FdI. E dalla parte del Pd contraria ad un equilibrio costruito dall’attuale gruppo dirigente: che passava per la condivisione del civico Giuseppe Sacco.

Massimo Ruspandini è uscito dall’angolo sfruttando quella che è la caratteristica del suo Partito: la compattezza intorno al progetto. Ha fatto quadrato insieme ai sindaci Roberto Caligiore (Cecano) e Lucio Fiordalisio (Patrica), al deputato Paolo Pulciani.

Ha fatto leva sull’asse con Forza Italia, sulla forza dei civici, sulla trasversalità di Giuseppe Sacco, al quale anche una serie di sindaci civici del centrosinistra ha confermato l’appoggio. Elementi grazie ai quali è riuscito ad imporre un tavolo alla Lega di Nicola Ottaviani: che potrà decidere di lavorare per una sintesi oppure di difendere la candidatura Mastrangeli.

Due i possibili punti di caduta: un’intesa sul sindaco di Frosinone oppure la scelta di andare alla conta scommettendo su Sacco. In entrambi i casi, Massimo Ruspandini ha evitato di subire la strategia degli alleati ed ha spezzato l’assedio. E qualunque risultato dovesse ottenere, non sarà per lui una sconfitta politica.

In pista.

RICCARDO MASTRANGELI

Foto © Filippo Rondinara

Un tavolo del centrodestra nelle prossime ore metterà in discussione la sua candidatura a presidente della Provincia di Frosinone. Da quel tavolo, Riccardo Mastrangeli si alzerà o con l’appoggio anche di Fratelli d’Italia e Forza Italia oppure ritirando la propria candidatura per convergere su un nome ritenuto più unitario, come aveva detto dal primo minuto.

Sul piano politico è lecita la domanda: “Se doveva sedersi al tavolo, perché non farlo da subito?”. La fuga in avanti compiuta dal sindaco di Frosinone è un capolavoro di strategia ed il tavolo che si riunirà entro le prossime ventiquattrore ne è una conseguenza.

Se la Lega di Nicola Ottaviani si fosse seduta al tavolo puntando il nome di Riccardo Mastrangeli avrebbe incassato un no fermo e motivato: con l’8% dei voti non si può pretendere di avere nelle stesse mani Capoluogo e Provincia. Sedendosi adesso a quel tavolo, la Lega può rivendicare la lunga lista di sindaci che ha già detto si al suo candidato. Nelle ultime ore si sono aggiunti anche Torrice, Santopadre, Viticuso e Vallemaio.

Può reclamare la conferma della candidatura proprio per quella posizione di forza costruita nel frattempo e che nessuno può negare. Se dovesse rinunciare, lo farebbe da una posizione vincente e nel nome dell’unità della coalizione, intestandosi il sacrificio e l’eventuale successo.

Comunque la metti è una mossa che è stata vincente.

Scacco in tre mosse.

FLOP

ANNA MARIA BERNINI

Annamaria Bernini (Foto: Sergio Oliverio © Imagoeconomica)

Guai a chi osasse continuare in loop con la manfrina dei pregiudizi su Anna Maria Bernini. Chiariamolo subito e non per quella cosa famosa dell’accusatio etc etc, ma semplicemente perché la ministra dell’Università e della Ricerca, come quasi tutti i forzisti di rango massimo, porta le stimmate di opportunità accresciuta tipiche e dei satrapi del Cav su ad Arcore.

Scritto questo però una cosa va detta: la Bernini proprio non ci riesce, a venir fuori da quel lessico acconcio ed ammodo che dice le cose bene ma non dice altrettanto bene come quelle cose vadano fatte. La riprova è arrivata dall’impeccabile “lancio” che la ministra ha fatto in ordine al legame fra Pnrr e sviluppo della ricerca.

Impeccabile nell’enunciazione, zoppicante nella presa d’atto che lo stato dell’arte non abbisogna di massimi sistemi ma di piccole e costanti rivoluzioni mirate. La Bernini ha detto che bisogna “garantire alle nuove generazioni una prospettiva per costruire le loro vite” e che farlo in Italia “significa dar loro gli strumenti per affrontare la realtà”.

Per sostenere voi giovani, per rendere l’Italia più attrattiva a livello internazionale, dobbiamo dare sempre più forza e sempre più valore e valori al sistema dell’università e della ricerca. Questa è la missione su cui concentrare gli sforzi per l’attuazione del Pnrr. Che indica un percorso ambizioso per i prossimi anni, per la quantità ma soprattutto per la qualità della spesa impegnata”.

La Pira non l’avrebbe detta meglio, solo che La Pira poi avrebbe aggiunto le scuse per le aule affollate, i ricercatori pagati come fungaioli sloveni e per le baronie professorali. Ma La Pira era La Pira. E il Pnrr? Ecco, se la nuova università che sogna la Bernini fosse una cassaforte, il Pnrr sarebbe il flex.

E giù di etica nicomachea la Bernini ha detto “Il Pnrr non infatti è solo un grande programma di investimenti. È un mondo che cambia, è una nuova prospettiva, un cambiamento strutturale per l’Italia: riforme e investimenti, di cui rendere sempre più partecipi i nostri atenei”.

Insomma, tutto bellissimo, ma il grip? Dov’è la santa sincerità di un politico che prima di indicare il Paradiso spiega che si deve uscire dall’Infermo e che al massimo lui potrà portare la baracca in Purgatorio? La Bernini è troppo intelligente per non sapere che quello su cui sta seduta è il letto di un fachiro. Ma è troppo forzista per rinunciare all’approccio-spot. Ma lo capirà, a suo tempo e si spera in tempo lo capirà.

Torni al prossimo appello.

ELDA TURCO BULGHERINI

Elda Turco Bulgherini (Foto: Paolo Lo Debole © Imagoeconomica)

Intervista che fai, marittimista che trovi. Un po’ come con il covid quando siamo andati a stanare ogni virologo del pianeta. Perché “il parere dell’esperto” in Italia è secondo solo all’”autunno caldo dei sindacati”. E a volte quei marittimisti li trovi acidi ma onesti, però in una combo in cui l’acidità dell’enunciazione toglie un po’ di onestà intellettuale alla stessa.

Elda Turco Bulgherini è già ordinario di diritto della navigazione nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma Tor Vergata. Da qualche giorno la stanno interpellando anche le bocciofile per spuntare qualche informazione legale su una cosa di cui l’italiano medio è a secco. Già, perché con 8mila chilometri di coste ed una tradizione marinara millenaria noi italiani ne sappiamo di più di strade che di mare. E anche quelli più studiati considerano il Diritto della Navigazione come una specie di editto di Rotari.

La professoressa Bulgherini ha detto in ordine alla questione migranti che “i porti sono luoghi dove le navi che intendono attraccare sono sottoposte alla giurisdizione dello Stato costiero”.

Poi l’ha spiegata meglio, in purezza di norma. “Se Ocean Viking fosse attraccata in Italia la competenza di eventuali contestazioni legate alla sua mancata autorizzazione Imo di ‘nave di ricerca e salvataggio’ o altro sarebbe spettata allo Stato italiano. Questo, in base al principio del Port State Control, riguardante i necessari controlli che lo Stato deve effettuare nei confronti delle navi che entrano e stazionano nei suoi porti. Lo impongono la normativa interna, della Ue, la normativa dell’Imo (International Maritime Organization – Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di sicurezza marittima) e quella internazionale“.

Insomma, latinorum da Mare Nostrum a parte, la polpa è che in acque italiane comanda l’Italia ed è cosa sacrosanta. Tuttavia quel sottile tono quasi di “ricusazione” della vernice europeista ed europea che l’intera faccenda dovrebbe comunque avere non è passato sotto tono. E l’impressione che ne è emersa, anche a contare la indiscutibili skill accademiche della professoressa, è che quelle cose lei non le abbia enunciate, ma le abbia “dette”. E dette con piacere.

Inattaccabile con fumus.

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