Top e Flop, i protagonisti del giorno: martedì 27 settembre 2022

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire, attraverso di loro e quanto hanno fatto, cosa ci attende nella giornata di martedì 27 settembre 2022

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire, attraverso di loro e quanto hanno fatto, cosa ci attende nella giornata di martedì 27 settembre 2022

TOP

GIORGIA MELONI

Giorgia Meloni (Foto: Carlo Lannutti © Imagoeconomica)

Il messaggio è breve e chiaro. Arriva sulle chat di senatori, deputati e dirigenti di ogni livello quando le urne sono ancora calde ed i risultati sono provvisori. Ma la loro sostanza è evidente. In quel messaggio la premier in pectore Giorgia Meloni invia il primo ordine di scuderia della nuova era: niente festeggiamenti, nessuna foto di bottiglie stappate e brindisi, assoluta compostezza e riserbo.

Il segnale che vuole mandare è «la situazione del Paese e degli italiani è talmente difficile che dobbiamo essere responsabili e seri». Inizia lei a dare il buon esempio. Potrebbe aprire la cassa di champagne buono, accendere i fuochi d’artificio rimasti in cantina per undici anni cioè da quando Silvio Berlusconi ha ammainato la bandiera di un governo di centrodestra da palazzo Chigi sotto il peso dello spread per farsi sostituire dal banchiere Mario Monti. Invece no. Giorgia Meloni non lo fa.

Nemmeno un proclama. Neanche la dichiarazione di clemenza che ogni vincitore riserva agli sconfitti invitandoli a stare al loro posto “con un’opposizione vigilante”. Esce di casa solo per portare la figlia a scuola e poi per un’ora di palestra dove scaricare la tensione. per una seduta di allenamento in palestra per «abbassare un po’ la tensione».

Con la vittoria ha acquisito anche un’altra certezza: buona parte del mondo ora sta aspettando un suo passo falso, un banalissimo inciampo, un semplice congiuntivo sbagliato per dare il via alle scariche di fucileria.

Se discontinuità ha promesso allora sia su tutta la linea e su tutti i fronti. Zero proclami, zero caroselli, testa bassa e lavorare. Tanto il pretesto per attaccarla verrà trovato.

Lei è Giorgia.

ADRIANO LAMPAZZI

Adriano Lampazzi

Per un mese ha portato la croce senza cantare. In silenzio ha sopportato le accuse di ogni genere. Secondo le quali è stato lui ad innescare la discussione finita sui giornali di tutto il mondo: quella culminata nel chiassoso dopocena di Frosinone dove l’allora capo di gabinetto del sindaco di Roma Roberto Gualtieri pretendeva scuse in ginocchio minacciando di sparare impugnando un ombrello. Perché le cronache dei presenti assicurano che sia stato il sindaco di Giuliano di Roma Adriano Lampazzi a dire che il rigore nel derby Roma – Lazio c’era, accendendo una miccia che ha generato una deflagrazione ancora in corso. (Leggi qui: La Verità nelle chat: cosa è successo davvero nella cena a Frosinone).

La sua risposta l’ha data domenica. Quando i suoi concittadini sono andati alle urne ed hanno votato per il rinnovo di Camera e Senato. A Giuliano di Roma il Partito Democratico ha registrato il 36,01%: una delle percentuali più alte in tutto il Lazio e tra le prime in Italia.

Adriano Lampazzi ha voluto che a rispondere fossero i suoi concittadini: quelli che lo conoscono e lo hanno eletto sindaco; quelli che lo giudicano ogni giorno per il lavoro che svolge, che lo vedono andare sui terreni dove ha messo l’azienda agricola. E che fossero loro a dire se lui sia un attaccabrighe che fa richieste indecenti oppure un sindaco degno ancora della loro fiducia.

Una volta chiusi i seggi, finito lo spoglio, trasmessi in Prefettura i dati ufficiali, il sindaco Lampazzi è andato a dormire. Senza rilasciare una dichiarazione, senza affiggere post su Facebook. Non si è messo a cantare: ma ha smesso di portare la croce.

Orgoglio giulianese.

FLOP

GERMANO CAPERNA e ANTONELLO ANTONELLIS

Germano Caperna con Matteo Renzi

La politica deve andare oltre le indoli caratteriali. Non escludo nulla, neanche un dialogo con il centrodestra, senza preclusioni“: la domanda, infida ma legittima, è del direttore Alessio Porcu nel corso dello Speciale Elezioni andato in onda su Teleuniverso. Ed il paradosso di raffronto è il caso Cassino. Dove chi ha vinto non ha skill in Consiglio. O Frosinone: dove i terzopolisti limonano con i Fratelli d’Italia nella stessa giunta comunale. (Leggi qui: Metà dei voti a Partiti che non sono in Comune).

Chi ha dato la risposta però è stato tanto chiaro da essere vagamente dirompente, anche se in scala: “Se lei mi chiede se alle regionali Germano Caperna dialogherebbe anche con il centrodestra io dico di sì. E poi, spinto verso l’orlo del baratro aggiunge la chiosa cauta ma formale: “Se si chiede al membro della cabina di regia di Italia Viva regionale se è possibile un dialogo con il centrodestra per la Pisana qui sono molto più cauto“.

E in questo caso Germano Caperna ha risposto come risponde chi sa già che una cosa è possibile: “Vedremo“. Nonostante oggi il suo Partito governi con Zingaretti. Cosa significa se un renziano di ferro che aveva tenuto buono Renzi sul caso Ruberti dà al Pd un benservito come uomo? E cosa significa se quello stesso renziano non esclude un mezzo avviso di sfratto ai dem come politico inquadrato in gerarchia?

Antonello Antonellis

Semplicemente che il voto politico nazionale è già alle spalle per i gargarismi di analisi e che la campagna elettorale per la Pisana è cominciata. E che Germano Caperna sarà della partita. Ed ha cominciato a far di conto guardandosi intorno. Molto intorno. Consapevole che se mancherà anche un solo alleato alla coalizione del Modello Lazio la vittoria e la regione andranno automaticamente al centrodestra.

In scia è andato subito dopo, dagli stessi studi, il Segretario provinciale di Azione Antonello Antonellis. Spingendosi oltre. E criticando l’attuale governo di centrosinistra in Regione Lazio: dicendo che “per comprendere la situazione basta andare in un Pronto Soccorso o prendere un treno”. Inutile ricordargli che il suo Partito è a pieno titolo nell’alleanza di governo regionale.

Dimmi da che parte stai.

LUIGI DI MAIO

Luigi Di Maio (Foto: Alessia Mastropietro © Imagoeconomica)

La cifra vera della sua sconfitta l’ha data la batosta nella sua Campania che gli è arrivata dall’ex ministro Sergio Costa, uomo-grimaldello dei Cinque Stelle.

Un provato ma ancora sulfureo Enrico Mentana l’aveva chiamata “per chi suona la Campania“, quella sfida fra big che vedeva impegnata anche Mara Carfagna.

Nella terra su cui avrebbe dovuto avere più grip Luigi Di Maio ha perso, non ci sono perifrasi. Così come non ci sono perifrasi nel dire che l’esperimento di Impegno Civico ha mancato il suo primo appuntamento elettorale, di certo il più importante: è fuori dal Parlamento con un leader fuori dai giochi.

Va da sé che Di Maio ha perso in una doppia veste: come transfuga del M5s premiato invece dalle urne sul Reddito di Cittadinanza e dal ritrovato leaderismo di Giuseppe Conte. Poi ha perso come membro di una coalizione che non ha tirato. Ma il dato alert è più netto: da ministro degli Esteri uscente Di Maio non entra in Parlamento ed Impegno Civico ha totalizzato un inconsistente under 1% che nei dati bigi del centrosinistra diventa come la particella di sodio nel famoso spot.

Dal collegio di Fuorigrotta è arrivato dunque il canto del cigno di un modo di fare politica che non ha pagato: quello che porta ogni pezzo da 90 a coltivare il sogno di continuare ad esserlo anche fuori dal contesto che quel calibro glielo aveva certificato.

Dire che adesso Di Maio dovrà riflettere è pleonastico, lo è perché prima di riflettere c’è bisogno di piangere e Conte-mplare il successo degli altri. Quelli che non hai saputo intuire tu.

Lacrime napulitane.

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