Top e Flop, i protagonisti del giorno: mercoledì 23 novembre 2022

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire, attraverso di loro e quanto hanno fatto, cosa ci attende nella giornata di mercoledì 23 novembre 2022

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire, attraverso di loro e quanto hanno fatto, cosa ci attende nella giornata di mercoledì 23 novembre 2022.

TOP

VINCENZO DE LUCA

Vincenzo De Luca Foto: Marco Cremonesi © Imagoeconomica

Quelli che lo danno per (poco) papabile candidato alla segreteria del Pd sono quasi gli stessi che nel Pd aveva sempre tenuto a pascolo, ma fuori dal recinto con l’erba grassa.

Per l’ipotesi remota ma non cassata di Vincenzo De Luca ai vertici del Nazareno si stanno spendendo amministratori e governanti di seconda fascia di un Sud che ha due motivi per recriminare: quello funzionale e quello etico. Il primo è legato alla volontà di avere un Segretario che metta la mediazione sempre in subordine alla chiarezza ruvida dei condottieri.

Il secondo è più delicato: al centro sud il Pd ha tradizionalmente espresso la classe politica intermedia più volenterosa di sempre.

Lo ha fatto perché al centro sud ogni battaglia amministrativa non paga pegno ai concetti ma alla vulnerabilità di una logistica sociale sempre un passo indietro.

Ottenere un risultato politico a Pagani non è come ottenerlo a Forlì. Perché a Pagani devi avere fegato grosso prima che mente acuta. E la cosa si sente e se non logora fortifica.

Ecco, Vincenzo De Luca è summa e massa critica di questa parte di Pd. Che mette assieme lessico e bisogni popolari con carisma e modi spicci. Certo, questi sono esattamente i motivi per cui il governatore della Campania in griglia non ha esattamente la pole.

De Luca non è etereo e platonico come la Shlein e non ha l’usta nevrile di un Nardella o l’affidabilità tetragona di un Bonaccini. In più paga pegno alla regionalità spinta e bellissima del suo battage.

Ma è ‘Vicienzo‘, è colto, diretto e amministra come un treno. E potrebbe fare la differenza dove gli altri ci vedono una involuzione.

Non succede ma se succede…

ENZO SALERA E NICOLA OTTAVIANI

Un passo alla volta hanno portato la trattativa per le candidature Provinciali esattamente dove volevano loro, abbattendo muri consolidati e scardinando ingranaggi che scorrevano da anni. Entro questa sera ci sarà il passo finale: verso il candidato che sarà il risultato del loro lavoro.

Con la decisione di lanciare il sindaco di Frosinone Riccardo Mastrangeli, il deputato Nicola Ottaviani si è sottratto dall’abbraccio mortale dei Fratelli d’Italia. I sondaggi li danno al 30% e la strategia della Lega, a Frosinone come a Caltanissetta ed al Passo Pordoi, è quella di non lasciarsi soffocare bensì marcare le distanze. Esattamente ciò che sta facendo Matteo Salvini: che è riuscito nell’impresa di dare l’impressione d’essere il vero premier mentre Giorgia Meloni va in giro per il mondo a farlo.

La partita a carte giocata nelle ore scorse al tavolo del centrodestra ha ribadito le posizioni. Ottaviani vuole eleggere il suo presidente della Provincia. Portare nelle mani di Riccardo Mastrangeli sia il capoluogo che l’amministrazione provinciale: cosa mai avvenuta sul territorio e detenendo soltanto l’8% dei voti politici ma abbastanza sindaci per provarci. Missione possibile. Per nulla facile: la potenza di fuoco dei Fratelli d’Italia e di Forza Italia è molto simile. Ma lo scopo principale è quello di non finire sotto il giogo della destra.

Con altrettanto acume strategico, Enzo Salera ha mandato all’aria i progetti dei vertici provinciali Pd. Che avevano già raggiunto una sintonia sul nome del sindaco di Roccasecca Giuseppe Sacco: civico e di equilibrio, tanto da riscuotere l’appoggio convinto di FdI. Invece il sindaco di Cassino si è messo di traverso, ha convocato un’assemblea al Teatro Manzoni ed ha detto no.

La motivazione politica è tale da scardinare le basi degli attuali accordi provinciali: Salera pretende una candidatura progressista e non un accordo trasversale. La motivazione reale è attribuita ad una frase detta durante una cena tra amici: nessuno sa se sia leggenda o realtà. Ma Salera avrebbe detto: “Loro non hanno votato la mia amministrazione quando ero candidato sindaco, noi ora non voteremo il loro candidato. Poi forse saremo pari”.

Machiavelli gli spiccia casa.

FLOP

ANGELO BONELLI

Nicola Fratoianni, Eleonora Evi e Angelo Bonelli (Foto: Alessia Mastropietro © Imagoeconomica)

È brutto svegliarsi mentre sei in un sogno. Soprattutto se quel sogno è bellissimo. Perché sei in Parlamento e non sei naufragato come decine di altre piccole formazioni simili alla tua hanno fatto prima di te. E sei in Parlamento con una pattuglia selezionata, qualificata, al punto da poter fare della diversità morale la tua bandiera etica. Il ‘noi siamo diversi‘ che tanto gonfia il petto della sinistra. Poi però ad un certo punto il sogno finisce.

Finisce in maniera brusca. La realtà assume i tratti dell’incubo. Con le sembianze di uno dei tuoi idoli. È quello che sta accadendo al deputato di lungo corso Angelo Bonelli, ambientalista della primissima ora. È lui ad avere arruolato nelle file dell’alleanza Verdi Sinistra Aboubakar Soumahoro, il bracciante ivoriano abilissimo nell’erigersi a portavoce dei braccianti sfruttati, icona dei diseredati nelle mani delle agromafie e dei caporali, icona dei salotti televisivi che hanno sempre più fame di idoli e poca voglia di cercare le conferme.

Ora le indagini sulle attività di famiglia del bracciante diventato deputato ed entrato a Montecitorio con gli stivali ai piedi, stanno creando non pochi imbarazzi. Aboubakar Soumahoro non è indagato ma in politica esiste poca differenza tra il penalmente rilevante e l’eticamente opportuno.

Oggi Angelo Bonelli si morde le dita. Se il suo idolo raccolto nei campi dovesse finire nelle indagini sarebbe un colpo devastante per il Partito. Per un motivo ben preciso: era stato avvertito da chi aveva frequentato Aboubakar Soumahoro, segnalando che moralmente non c’era da dire ma caratterialmente e per opacità del contesto sarebbe stato necessario un approfondimento. Troppo tardi.

La gatta nella fretta…

MARA CARFAGNA

Foto Jennifer Jacquemart / Imagoeconomica

Fare di Azione il Partito più grande d’Italia, questa è l’ambizione di Mara Carfagna. Dopo essere stata eletta presidente del Partito fondato da Carlo Calenda l’ex forzista ha messo subito coerentemente in chiaro che Azione non è il refugium peccatorum di ex forzisti ed ex Pd, dimenticando che Azione proprio a quello punta ed aveva puntato in campagna elettorale.

Ovviamente il senso lato di quello che Carfagna intendeva dire sul serio è stato chiaro, ma non al punto da non lasciar essudare una vaga cuticola di incoerenza. Anche perché proclamare di volere che un Partito primeggia baldanzoso e non ammettere che per primeggiare gli servirà il pescaggio nel bacino di utenza di altri Partiti delusi è un controsenso.

In Italia gli elettori quelli sono, e sperare che i nuovi, cioè i giovani, passino subito dalla fase idealistica al concretismo spiccio di Azione senza fasi intermedie è utopia spiccia. Mara Carfagna è stata una delle vere punte di lancia di Forza Italia in una fase (perenne) in cui essere forzisti coincideva con l’essere berlusconiani ed ha avuto il coraggio di spezzare l’endiade.

Ora però quel coraggio lo riprenda a due mani e chiuda in soffitta le stesse iperboli che nella Arcore-zone non le erano state più bene. E almeno per ora lasci l’asticella dov’è.

Aziona l’azione.

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