Top e Flop, i protagonisti del giorno: mercoledì 7 settembre 2022

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire, attraverso di loro e quanto hanno fatto, cosa ci attende nella giornata di mercoledì 7 settembre 2022.

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire, attraverso di loro e quanto hanno fatto, cosa ci attende nella giornata di mercoledì 7 settembre 2022.

UN PO’ TOP E UN PO’ FLOP

VINCENZO ZACCHEO

Vincenzo Zaccheo

La coerenza è un valore. Raro. E la lotta per le proprie convinzioni è un dovere. Anche a costo di imboccare una via che può apparire impopolare a molti. Vincenzo Zaccheo quella via l’ha imboccata ieri, bloccando nei fatti la proclamazione del risultato elettorale di domenica scorsa. Quello con cui è stata ribadita la sua sconfitta alle Comunali di Latina e la vittoria del progressista Damiano Coletta.

Lo storico esponente del centrodestra ha impugnato quel risultato. Sostenendo che si debba celebrare nuovamente anche il turno di ballottaggio. Fin qui ci può stare. Anche se in questo modo Zaccheo passa per quello che non sa perdere, non sa accettare la sconfitta. (Leggi qui: Coletta eletto sindaco: una proclamazione di ordinaria follia).

Non ci sta dal momento in cui non chiede il Ballottaggio a due settimane dal primo turno. Ma lo pretende nel giorno in cui ci saranno le elezioni politiche: il 25 settembre. E già che ci siamo, magari potrebbe esigere pure di stampare per decreto il risultato della sua vittoria.

Il limite del lecito viene passato quando non si vuole prendere atto che Latina si è espressa. Non una ma tre volte. La prima volta fu quando cinque anni fa mandò a quel paese il sistema dei Partiti e si affidò ad un Damiano Coletta che non era un genio né della politica né dell’amministrazione ma decise che era meglio lui che quei tromboni litigiosi di destra e sinistra. La seconda volta si è espressa ad ottobre: rieleggendo Coletta e dicendo no ad una destra incapace di articolare una proposta e per questo costretta ad aggrapparsi a Zaccheo.

La terza volta si è espressa nel voto bis di domenica. Che già era una forzatura di suo se si vanno a vedere i precedenti giurisprudenziali. A Latina il tar ha ipotizzato che per quasi 1800 volte qualcuno possa avere dato ad altrettanti elettori una scheda già votata anziché una in bianco. Poco verosimile. Ma è andata.

Latina ha votato. Dicendo che preferisce un Coletta qualsiasi ad un centrodestra incapace di essere coalizione. Piaccia o non.

Verso il limite del ridicolo.

ROBERTO CINGOLANI

Il ministro Roberto Cingolani (Foto via Imagoeconomica)

Ci sono persone che invece di avere la punta della lancia ficcata dietro la schiena preferiscono fare un semicerchio all’indietro e puntare loro la lancia contro chi glie la puntava. Roberto Cingolani è così, un po’ ministro, un po’ manager, un po’ oplita di fanteria leggera. Dopo l’attacco del guru dell’energia Giovan Battista Zorzoli che lo aveva definito “un incompetente che ha fatto gli interessi dell’industria energetica tradizionale”, Cingolani ha dovuto replicare anche a strali foresti.

Nello specifico ha dovuto spiegare che quella sui cui Marco Damilano gli poneva la domanda è “la logica di un rappresentante di uno Stato totalitario che pensa che si possa imporre ad uno Stato qualcosa. Si figuri se l’Italia può seguire gli ordini di qualcuno“.

Con chi ce l’aveva Cingolani ospite a “Il cavallo e la torre”? Con Maria Zakarova, legnosa valchiria in forza al ministero degli Esteri di Mosca e portavoce tiroidea di Sergei Lavrov. La signora non solo a Cingolani gli aveva bocciato il piano energetico innescato (anche) dalle scalmane belluine del suo principale, ma aveva chiaramente fatto capire che il ministro quel piano lo aveva scritto sotto dettatura di Buxelles che a sua volta lo aveva dettato a lui dopo apposita dettatura di Washington.

Insomma, la Zakarova aveva fatto capire che gli italiani-cittadini avrebbero pagato in soldoni la sudditanza agli italiani-maggiorenti, sudditanza verso i più maggiorenti di tutti, Usa e Ue. E quel quadretto puparo a Cingolani è piaciuto poco per due motivi: non solo perché mette in discussione quel che lui rappresenta come Istituzione, ma anche quello che lui rappresenta come professionista e uomo del mestiere.

Perciò senza attendere la presa di posizione, invero puntuale, del portavoce di Luigi Di Maio che di Zakarova è omologo abilitato a replicare, il ministro per la Transizione ecologica l’ha detta lui chiara. E ha detto che l’Italia non fa cose sotto dettatura, ma in accordo con gli altri Paesi. E questo, anche a fare la tara alle volte in cui magari è stato un po’ vero il contrario, agli italiani è piaciuto tanto. Con buona pace della signora Zakarova.

Scuola Draghi.

FLOP

MATTEO SALVINI

Matteo Salvini a Redipuglia

«Passavo qui per caso ed ho deciso di venire a dare un’occhiata…». Ma proprio no. Non puoi dire una cosa del genere. Non puoi dirla quando sei stato Ministro dell’Interno e sei il leader di un Partito che al Nord ha le sue radici e le sue fondamenta. Nemmeno deve passarti in mente se l’oggetto di quell’occhiata che sei andato a dare per caso e deviando dal percorso sono i gradoni del Sacrario di Redipuglia. Non puoi andarci in jeans e scarpette di tela Superga. Perché è un Sacrario, perché è terra sacra alla Patria, perché lì sono sepolti oltre 100mila ragazzi italiani morti perché noi potessimo arrivare dove siamo oggi. E cioè in un Paese unito da Nord a Sud, libero, democratico.

Non è un caso che la strada in mezzo a qui gradoni si chiami Via Eroica. Il governatore Massimiliano Fedriga se l’è fatta in abito grigio scuro e cravatta. Onorando quei centomila e 186 morti. Il suo leader Matteo Salvini invece, come se fosse andato alla Sagra della Pizzella Fritta di Castrocielo confessa «a Redipuglia non c’ero mai stato».

I sondaggi sono impietosi. Il suo elettorato si sta spostando. L’incubo che poco alla volta si sta materializzando è lo stesso che cinque anni fa si è abbattuto sull’altro Matteo che regnava sul partito Democratico. Gli elettori se ne stanno andando. I flussi dicono che la volta scorsa, per abbattere Renzi una buona fetta di voto andò sul 5 Stelle; oggi sta accadendo che dal Carroccio i delusi si stiano collocando su Giorgia Meloni. Svuotando la coalizione ed irrobustendo FdI.

Se è così che Salvini immagina di recuperare consenso allora c’è bisogno di un diverso stratega. Perché i morti di Redipuglia sono raccolti in quegli ossari per avere dato la vita in nome di una Patria Unita: mentre lui è per una patria federale con la Padania autonoma. Che non è esattamente la stessa cosa.

Almeno Storia e Geografia Matte’

ENRICO LETTA

I numeri parlano chiaro. È una missione impossibile. Ma dopotutto lo hanno fatto rientrare dalla Francia perché lui è il Segretario delle situazioni impossibili. Enrico Letta si trova di fronte ai sondaggi. Che ora dicono una cosa chiara: Giorgia Meloni sta prendendo il largo ma i voi li sta succhiando a Salvini e Berlusconi. Non al centro e non al centrosinistra.

Significa che se una fetta degli indecisi si sente coinvolta e vota Pd allora la partita è aperta. Perché ci sono 62 seggi sui quali si può discutere. Non è un caso se Matteo Salvini torna per due volte in pochi giorni a Cassino. Perché Nicola Ottaviani è stato un eccellente sindaco, con una preparazione dallo standing nazionale. Ma con Cassino non ha mai avuto un feeling.

Questo impone un cambio di passo al Pd. Che in Enrico Letta ha avuto il più chiaro contraltare agli urlatori del fronte opposto. Ma l’impressione sottile è che l’ipertensione da campagna elettorale faccia male a tutti, quella forte è che faccia malissimo a chi in campagna elettorale deve sfoderare skill che non sono proprio sue per indole, come nel caso di Enrico Letta. Il dato è che, con tutta quella foga belluina che trasuda da ogni sua parola, fra un po’ probabilmente ad Enrico Letta non resterà che attaccare… Letta per sopravvenuta carenza di avversari da cazziare.

Il dato è più morbido ma egualmente dirimente: Letta con gli occhi della tigre ci sta malissimo perché i suoi sono sempre stati occhi da cerbiatto studiato. Perciò quando il segretario Dem, pur con tutte le buone intenzioni del mondo, decide di polarizzare lo scontro per il voto del 25 settembre, l’impressione è sempre quella di un tribuno-marchese. Insomma, fino ad oggi gli è sfuggita quella sana via di mezzo fra artiglio d’aquila e petto di pollo che di ogni campagna elettorale seria dovrebbe essere luce guida.

Il dato è evidente: fino ad oggi il segretario Dem ha sottolineare l’unicità della ricetta politica che propone agli elettori. Dall’altro però c’è il leader dem (che non è la stessa cosa) che quella unicità non la sta impugnando come una lancia con la quale partire alla carica in difesa dei diritti degli oppressi, dei più deboli, delle famiglie schiacciate dalle bollette gonfiate per le manovre di un Putin al quale dall’altro campo strizzavano l’occhio. E Salvini glielo strizza ancora.

Letta ha polarizzato lo scontro con Conte, Meloni, Salvini, Berlusconi, Renzi, parte di Confindustria, i due liocorni, il cane di casa e almeno sedici passanti davanti al Nazareno. L’ultimo round se lo è fatto con Carlo Calenda, che ha accusato di “aiutare la destra”. Insomma, chiunque non la pensi come Letta o non abbia approccio lettiano alle faccende o ancora non tenga in conto del Letta-pensiero anche quando si passa il filo interdentale è un fascista oppure un ausiliario di regime. Ma ora è il momento di coinvolgere gli elettori. Soprattutto quelli dei 62 seggi contendibili. Perché quando i cerbiatti mettono gli occhi di tigre poi qualcuno storce il naso. Perché o è tigre o è cerbiatto. Ed in quei 62 seggi ora servono tigri.

Fra Grrr e Miao.

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