Top e Flop, i protagonisti del giorno: sabato 31 dicembre 2022

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire, attraverso di loro e quanto hanno fatto, cosa ci attende nella giornata di sabato 31 dicembre 2022

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire, attraverso di loro e quanto hanno fatto, cosa ci attende nella giornata di sabato 31 dicembre 2022.

TOP

CARLO BONOMI

Carlo Bonomi, presidente di Confindustria. Foto © Carlo Carino / Imagoeconomica

Quando le cose vanno malemalissimo serve sempre qualcuno che le fotografi per quelle che sono e che dica pure cosa fare per togliere almeno il “malissimo“. Il 2022 è stato l’anno in cui gli effetti economici della pandemia sono sfumati in quelli della guerra della Russia all’Ucraina, una combo micidiale, a contare che l’Italia è paese con l’economia vulnerabile e che in mezzo ci ha infilato il voto politico più cruciale dell’ultimo mezzo secolo.

Carlo Bonomi ha tracciato la rotta dello sviluppo economico dell’Italia fra Covid e cannoni con una puntualità che ha avuto del maniacale. Ha indicato i difetti delle misure dei governi senza badare al prestigio dei governanti, ha delineato scenari, ha additato settori più zoppi degli altri ed ha urlato dove fossero i rimedi a quella zoppia.

Il presidente di Confindustria è stato un raro esempio di lucido calcolo a servizio non di un comparto, ma dell’intero sistema Paese. I suoi report sono stati memorabili e la verve cartesiana che ha messo ad esempio nell’additare la flat tax come una possibile aberrazione ha avuto il tono eretico e sindacale delle parole dette per qualcosa che fosse di più del bene della bottega.

Bonomi ha vissuto il 2022 come i grandi guaritori vivevano le pestilenze ma senza pozioni. Perché all’Italia quello serviva: non uno stregone, ma un saggio sul cocuzzolo dei suoi guai.

Sentinella.

KALIFA KUJABI

Kalifa Kujabi con la maglia della Torres

È la lettera muta dell’alfabeto. È quella che non ha suono ma lo fa cambiare alle altre che le stanno vicino. Così come sta cambiando il destino di Kalifa Kujabi , talentuosa promessa del calcio italiano passata indenne alla traversata dell’inferno. Quello dei tempi nostri. Fatto della sabbia del Sahara che brucia i piedi ma se vuoi uscire dal Gambia è lì che devi poggiare le suole. E poi le mura lerce di un lager libico dove non basta arrivare vivi ma bisogna uscirne: pagando con ciò che si ha.

Kalifa ci riesce grazie al ticket pagato dal fratello, il primo a credere nel talento che sta nei suoi piedi. Lo ha visto giocare a pallone. E sa che è più bravo di tante mezze cartucce che calcano gli stadi italiani. (Leggi qui la storia raccontata dal nostro Salines lo scorso giugno: La favola di Kujabi: dagli orrori in Libia al sogno del grande calcio)

Lo capiscono anche quando arriva in Sicilia. La voce arriva in Sardegna dove la dimestichezza con i mori è antica e gli danno una maglietta di Eccellenza: lui li ripaga trascinandoli in Serie D. Ma per lui il salto è doppio: lo nota la Torres e ancora una volta lui li ripaga con la promozione in C. Finalmente finisce sul taccuino delle grandi ma quel diavolo del DG del Frosinone Guido Angelozzi sa come battere le concorrenza e lo porta in Ciociaria.

Proprio a Frosinone però il sogno si ferma. Nel momento del lancio in Serie B. Per colpa di una H che qualcuno, al momento della registrazione, in un documento ha scritto davanti alla K del suo nome. Normalmente si risolve tutto con un Certificato di Esatte Generalità. Ma con il Gambia è un problema. Perché non ha firmato la convenzione internazionale che rende validi in Italia i suoi certificati. Allora il ragazzo ha bussato al Senegal e ottenuto lo stesso certificato, portato alla Prefettura di Cagliari che a fine ottobre ha dato il Nulla Osta per la cittadinanza.

L’Italia è però il regno della burocrazia. Serve un’altra firma: al Ministero dell’Interno. Avevano promesso di metterla entro Natale. Ad oggi non è arrivata. Il che fornisce a Kalifa una certezza: il 2023 sarà il suo anno.

I sogni in un pallone (e in un timbro).

FLOP

LUIGI DI MAIO

Luigi Di Maio al Bristol (Foto: Alessia Mastropietro © Imagoeconomica)

Essere il “mejo figo del bigoncio” ha i suoi svantaggi il primo dei quali è non esserlo pur credendo il contrario.

E Luigi Di Maio per un lungo tratto del 2022 ha creduto davvero di poter fare il grande salto. Ed approdare ai lidi dove la risacca del gentismo si infrangeva sugli scogli della politica a tre dimensioni.

In un’etica darwiniana Luigi Di Maio ha provato a fare come il semurya, l’animale che per primo riuscì a colonizzare la terra emergendo dall’acqua del mare.

Con il governo Draghi è stato ministro e sotto il governo Draghi ha provato il minigolpe contro Giuseppe Conte. Ha raccolto numeri e consensi ed ha fatto massa critica con Impegno Civico. La sua è stata la ricetta fallimentare di chi credeva che le skill lo avrebbero seguito su nuove spiagge ma è morto di anossia perché per fare cose nuove delle novità devi essere testimone e non reincarnazione.

Purtroppo a Di Maio non ha giovato neanche il recap in Medio Oriente e non perché non sia bravo, ma perché alla bravura lui non ha messo la pazienza in coppia. Ed ha perso tutte le battaglie dell’anno che finisce, più quelle dell’anno che arriva.

Frettoloso.

ANTONIO POMPEO

Antonio Pompeo

Non si cancella il lavoro portato avanti per anni, non si dimentica quello che Antonio Pompeo ha realizzato per le Province italiane partendo dalla Provincia di Frosinone. È stato il primo ad entrarci dopo la riforma Delrio che le aveva tosate di ogni competenza e risorsa per avviarle al macello del referendum con cui abolirle definitivamente. Quello con cui invece gli italiani hanno posto un freno alle visioni turboriformiste di Matteo Renzi.

Antonio Pompeo s’è ritrovato tra le mani un palazzo vuoto. Senza competenze, senza impiegati (trasferitisi di corsa alla Regione per fare le stesse cose ma con un contratto più vantaggioso), soprattutto senza soldi. L’eredita che lascia il presidente uscito a metà dicembre per scadenza mandato è su due conti. Uno territoriale: l’ente non è il fantasma di se stesso, funziona, ha mantenuto una dignità ed un ruolo. Uno nazionale: attraverso il suo lavoro come presidente dell’Unione Province del Lazio e nel board dell’Unione Province d’Italia, Antonio Pompeo ha gettato le basi per la riforma che riporterà (secondo le dichiarazioni dell’attuale maggioranza di Governo) le Province com’erano prima.

Proprio per questo non sono accettabili i suoi tentennamenti di questi giorni. Alle elezioni del 18 dicembre non ha vinto il suo candidato e quindi nemmeno la sua linea. Il che lo ha portato a riflettere sulle prossime Regionali. E sulle conseguenze che potrebbe avere lo scontro frontale aperto con la componente maggioritaria Pd. Rischia di non vincere nemmeno lì. E allora valuta la possibilità del ritorno alla vita civile, esercitando la professione di avvocato. (Leggi qui: Provincia, missione recupero nel Pd. L’astio di Pompeo. Il ritorno di Vacana).

Un errore. Per due ragioni. La prima: non ci si candida solo per vincere. Ma anche per portare un contributo di idee e di valori. Se ci si conta si ha poi il diritto di pretendere che – per quanto (eventualmente) minoritaria – quella visione delle cose trovi spazio nel progetto più grande del Partito.

La seconda: i leader non decidono mai tenendo conto solo di sé stessi e della famiglia. Con loro c’è una lunga fila di consiglieri, assistenti, collaboratori, autisti e semplici tifosi. Gente che ha il diritto di non vedere tramontare una visione delle cose solo per un calcolo matematico. E che ha diritto di essere rappresentata.

Non guardi quella biscaggina e resti a bordo, ca**o.

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