Top e Flop, i protagonisti del giorno: venerdì 23 dicembre 2022

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire, attraverso di loro e quanto hanno fatto, cosa ci attende nella giornata di venerdì 23 dicembre 2022

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire, attraverso di loro e quanto hanno fatto, cosa ci attende nella giornata di venerdì 23 dicembre 2022.

GLI “ALBERISTI DI SAN VITTORE”

Succede un po’ come i figli bravi che si laureano e alla fine fanno scoppiare di orgoglio il cuore di mamme e papà isterici di gioia quando si mettono il serto e stappano la sciampagna fuori dall’università: uno vede quel momento perfetto, lo fotografa mentalmente e dice “ma guarda che bello”. Poi scorre la timeline di Facebook, cassa la faccenda e passa ai tutorial su come usare il cacciavite per farsi la tracheotomia.

Perché certo, quello è un momento bellissimo. E quello che vedi è la configurazione perfetta e tridimensionale delle cose fatte a mestiere. Ma dietro quel serto e quel figlio/a ci sono, nell’ordine: una madre che si maledice ed urla in sala parto, un padre che sviene, chili di pannolini marrò, la scuola, i brutti voti, le cadute, il tempo, i problemi, la forza che neanche sapevi di avere, il primo assorbente, il fidanzato tamarro e le nottate passate a sentire la chiave nella toppa.

E con gli alberisti di San Vittore del Lazio è successa un po’ la stessa cosa. Uno vede quella magnificenza adagiata sul fianco del monte che fa corona al paese del Cassinate, poi si accorge che con l’auto è a Pontecorvo. E soprattutto se è del territorio pensa: “Ma che bello”. Poi scatta una foto, la mette su Facebook e scrive “bravi” sotto la page degli alberisti.

Ma tutto quello che c’è stato dietro lui, lo spettatore di tanta bellezza, non lo vede. Magari, specie se non è sanvittorese, lo intuisce solo per quel nanosecondo in cui la mente scimmia si tiene ancora aggrappata all’argomento, poi scivola via.

E invece dietro all’Albero di Natale di San Vittore ci sono stati, nell’ordine: lo sforzo, il sudore, il freddo, il tempo perso, la moglie che ti cerca a Chi l’Ha Visto, le confessioni al prete per quello che ti è uscito dalla bocca quando hai sentito il vento sul setto nasale, il fallimento in agguato, la vittoria sperata, le incomprensioni, la forza per superarle, la geometria, le perculate di quelli di Gubbio, l’eleganza nell’ignorarle e la pace con quelli di Gubbio, il lavoro che comunque va fatto e i figli da crescere mentre quel “figlio” là cresceva, prendeva forma. E diventava un simbolo.

Il simbolo di un territorio che si ricorda dei suoi paeselli solo quanto questi sfornano piccoli grandi eroi. Che fanno gonfiare il petto ad una provincia intera. E che lo fanno perché Natale quello è: un enorme albero. Con una luce per ogni campanile che ad onorare quel giorno ci ha provato. E che a volte ci è riuscito meglio di tutti.

Squadra.

NICOLA OTTAVIANI

C’è quello studiato e quello che ha vinto le graticolarie e dal Bar dello Sport è passato a colpi di clic alla buvette di Montecitorio. Uniti però in quel sussulto istintivo che spinge a lanciarsi verso la diligenza in corsa tentando di afferrarla, fosse pure per uno strapuntino. Capita soprattutto ai neofiti di Camera e Senato. Irresistibile il desiderio di mettere mano sui conti dello Stato e poi poter dire, con il petto gonfio d’orgoglio, questo lampione, qui nel mio collegio, l’ho fatto io con il mio emendamento.

Così, pensando che i Conti dello Stato siano come la borsetta di mammà, sono piovute in Commissione Bilancio le richieste di emendamento più improbabili. Legittime, ci mancherebbe. Ma i conti pubblici ed il Bilancio del Paese sono altra faccenda. Soprattutto quando hai per le mani la prima manovra di un governo di Destracentro nella storia repubblicana del Paese e prima di te, seduto sulla Cassa c’è stato un tale Mario Draghi che al mattino deve decidere se ha voglia di rispondere alla Casa Bianca per elargire qualche Consiglio. (Leggi qui: Non si può avere tutto, non si può avere subito, ma…).

In tutto questo bailamme l’ex bi sindaco di Frosinone Nicola Ottaviani (dicono sapientemente consigliato in materia di tecnica finanziaria dal suo successore Riccardo Mastrangeli) ha messo a segno uno dei pochi emendamenti di molta sostanza. È quello che consente il raddoppio degli ospedali. In tutto il Paese ed in determinate condizioni: ma certo in quell’elenco rientrano Frosinone, Cassino, Formia. Può bastare.

Anzi no. Negli interventi della giornata di ieri, tutti gli Onorevoli colleghi hanno avuto mediamente dieci minuti per illustrare la loro posizione: Nicola Ottaviani ha avuto a disposizione ben per 32 minuti per argomentare. Tanto per marcare le differenze.

Il peso della sostanza.

FLOP

IL CONSIGLIO DI CECCANO

Fa parte dell’indole più profonda, sta inciso nei cromosomi: non è colpa nostra se ce li passano prima ancora della nascita ma già all’atto del concepimento. Siamo così, c’è poco da fare. Agli italiani basta un cappello da capostazione per sentirsi un gradino sotto al duce, una fascia da sindaco seppur sotto i mille abitanti è sufficiente per reclamare in prospettiva uno scranno a Palazzo Madama. Siamo così e se qualcuno ci dà retta la deriva diventa incontrollata.

Come accaduto nelle ore scorse al Consiglio Comunale di Ceccano. Che, sia detto in premessa, è legittimato a discutere in Aula di qualunque argomento ritenga ci sia utilità per il benessere della città. Ma con il massimo rispetto per l’istituzione ed i suoi componenti: Palazzo Antonelli non è il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite.

Per questo non si spiega la lunga, infuocata quanto appassionata discussione tenuta per l’intera prima parte del Consiglio Comunale tenuto nelle ore scorse. Tutta finalizzata ad approvare un documento in cui Ceccano chiede al Governo di «sollecitare la comunità internazionale ad adottare provvedimenti urgenti e fermare l’uccisione in massa di giovani iraniane e iraniani».

C’è da immaginarsi il Presidente Sergio Mattarella quando dovesse sentire il suo curiale Segretario generale Ugo Zampetti bussare preoccupato alla porta: “Presidente è arrivata al Quirinale una staffetta dei carabinieri in motocicletta da Ceccano. Ha consegnato un plico del Consiglio Comunale: chiedono di sollecitare la Comunità internazionale a fare pressioni sull’Iran”. Sarebbe una catastrofe. Nel pieno del dibattito parlamentare sulla prima manovra del Centrodestra. Interrompere la discussione sui conti? Andare in esercizio provvisorio? Impossibile. Mattarella e Zampetti chiamano fanno convocare il presidente del Senato ed iniziano a preparare un elenco per Giorgia Meloni così si trova il lavoro mezzo fatto.

Chi chiamare prima, Parigi o New York? L’Onu o la Nato? E se coinvolgessimo pure il Santo Padre? propone il capo ufficio stampa Giovanni Grasso. Ma sì, una bella Guardia Svizzera, insieme ad un agente della Polizia Municipale di Ceccano che vanno in delegazione a Teheran con un plico sigillato della Comunità Internazionale.

Nel frattempo, i lavori per la Rems nel vecchio ospedale non sono ancora conclusi e tantomeno è stata realizzata la rotatoria al posto dell’incrocio che è a due passi. Temi importanti per la città. Ma mai quanto la situazione in Iran. Dove un monito ceccanese è fondamentale per scuotere l’imperturbabilità tecoratica degli ayatollah.

Un po’ di misura, please.

DANIELA SANTANCHE’

DANIELA SANTANCHE’. FOTO © CARLO LANNUTTI / IMAGOECONOMICA

Ci eravamo lasciati in circostanze terribili, quando aveva messo il turismo ad Ischia prima dei morti di Ischia con straordinaria lucidità ma rara ineleganza. Ci ritroviamo in questi giorni che precedono il Natale con il sermoncino buono sul Reddito di Cittadinanza.

Nel Cantico di Natale Scrooge, il tipo che regge l’azione, non amava molto i poverelli ma poi si ravvede. Ecco, questa è la sola speranza: che Daniela Santanché magari la finisca di parlare dei poveri come di persone che hanno diritto ad avere opportunità e non elemosina. Questo lo sanno tutti e la frase in loop con cui tutto il centro destra glassa la scelta di decapitare o piallare il provvedimento è frase stantia e banale.

Ma la ministra non demorde e proclama che “la cosa fondamentale che dobbiamo fare è la formazione, perché è dirimente formare i nostri giovani“. Quindi il discrimine è la maledetta formazione: tu fai di un giovane generalista un giovane adatto ad un certo lavoro, ci metti un certo tempo in cui il giovane si nutre di bacche e quella formazione garantisce che la nicchia di lavoro spunti come un candito dalla fetta di panettone. Cioè al massimo al secondo morso.

E poi? Saggiamente la Santanché ha osservato: “Ci vuole incrocio fra domanda e offerta“. Ecco, parliamo del suo settore, il turismo: dove la domanda si è abbassata anche perché l’offerta, fatte salve belle e sontuose eccezioni, era di micragna basica.

Cosa intende fare la ministra per formare i giovani per il turismo? Cosa intende fare la ministra per impedire a molti esercenti di pagare in nero a pochissimo su orari negrieri e garanzie lavorative da Usbekistan? E soprattutto: cosa intende fare la ministra Santanché per far capire a Daniela Santanché e a tutto il cucuzzaro che il Reddito di Cittadinanza che vogliono tagliare non riguarda i giovani ma persone che per anagrafe e formazione non verrebbero assunte neanche nelle carbonaie del Bellunese?

La chiosa della Santanché è stata molto lungimirante, natalizia ed aperturista: “In campagna elettorale abbiamo detto aboliremo il reddito di cittadinanza e così faremo“. Cioè, qui c’è un elettorato che ci ha votati e quello viene prima dei cittadini che ci tengono sul groppone. Alla faccia di quella Bandiera appiccata su ogni balcone romano e di quei “sarò il ministro di tutti” con cui ci insalivano la faccia dopo l’ascesa al Palazzone che fu dei Chigi, che guarda caso erano banchieri e problemi di reddito non ne ebbero mai.

Grinchessa.

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