Top & Flop * Lunedì 9 settembre 2019

Top & Flop. Ogni notte, i protagonisti della giornata appena conclusa. Per capire meglio cosa ci attende l’indomani.

TOP

SALVINI-MELONI

Si sono presi la piazza, dimostrando però che la maggioranza degli italiani percepisce questo nuovo Governo come “figlio” di una manovra di Palazzo. (Leggi qui: La piazza di Salvini e Meloni, la rabbia dell’opposizione sovranista)

Giorgia Meloni Matteo Salvini Giovanni Toti © Sara Minelli / Imagoeconomica

L’iniziativa l’ha presa Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, che oggi ha detto: «Tutta questa gente chiede di votare. Alla Lega dico: bentornati all’opposizione della sinistra! Perché purtroppo lo sapevamo che il M5S era una forza di sinistra». Per sottolineare che aveva ragione lei. Matteo Salvini, il Capitano, non se l’è fatto ripetere due volte. E infatti ha risposto così: «Se tornano a Fornero non li facciamo uscire. Con Giorgia lavoreremo per allargare, non è il momento in cui dire tu no, tu no. C’è ancora qualcuno che dice che se c’è uno non ci può essere un altro. Bisogna allargare, non si può dire di no a nessuno». Salvini ha capito la lezione. Difficilmente esternerà più dal Papeete. Con loro c’era Cambiamo di Giovanni Toti. Non Forza Italia, alla quale era rivolta la stoccata. Adesso la lunga traversata del deserto riparte dall’opposizione.

L’obiettivo sono le regionali: Umbria, Calabria ed Emilia Romagna. E in Parlamento sarà un Vietnam quotidiano. Incazzati neri.

DARIO FRANCESCHINI

È l’unico big del Partito Democratico che ci ha messo la faccia fino in fondo. Perché della squadra di Governo non fanno parte il segretario Nicola Zingaretti e il senatore Matteo Renzi. Non ci sono neppure Paolo Gentiloni (commissario europeo), Marco Minniti e Andrea Orlando.

Dario Franceschini con Nicola Zingaretti

Inoltre Dario Franceschini è stato il primo a dire che bisognava provare ad aprire ai Cinque Stelle. Lo ha fatto attraverso un’intervista al Corriere della Sera nei mesi scorsi. Da tantissimi anni Dario Franceschini è l’uomo di manovra del Pd. Lo ha fatto con Pierluigi Bersani, poi con Matteo Renzi. E adesso con Nicola Zingaretti. Si muove benissimo dentro e fuori il Partito e alle istituzioni dà del tu. Secondo gli addetti ai lavori più autorevoli con l’apertura ai Cinque Stelle ha lanciato la volata per la presidenza della Repubblica.

Si voterà nel 2022, ma Dario Franceschini ha la pazienza dell’antica scuola democristiana. Sceglie di essere scelto.

FLOP

SILVIO BERLUSCONI

Il fatto è che Forza Italia oggi non era in piazza con tutto il resto del centrodestra. Silvio Berlusconi ha poi spiegato: «Diciamo chiaramente a tutti i nostri elettori che noi non abbiamo votato i loro provvedimenti, che a Matteo Salvini avevamo consentito di fare quell’esperimento solo per evitare che si dovesse tornare a votare a luglio, quando la maggior parte degli italiani sono in vacanza».

Foto Stefano Carofei © Imagoeconomica

«La nostra sarà un’opposizione seria, tenace, concreta, sulle cose, avendo sempre come punto di riferimento l’interesse degli italiani. Faremo opposizione in Parlamento, perché quello è il luogo dove in democrazia si esercita la sovranità popolare. Anzi ci opporremo in ogni modo ai tentativi grillini di svilire la funzione parlamentare, ma potremmo manifestare il nostro dissenso anche in altri modi, come abbiamo fatto ai tempi del governo Prodi, nel caso mettessero le mani nelle tasche degli italiani, per esempio con la patrimoniale, oppure mettessero il pericolo la libertà dei nostri connazionali. Non abbiamo bisogno che nessuno ci dia lezioni su quando andare in piazza». Queste le parole. Ma i fatti dicono che Forza Italia è isolata e ininfluente nella mappa del centrodestra.

Silvio Berlusconi appare avviato al tramonto politico. Il crepuscolo degli idoli.

GIUSEPPE CONTE

D’accordo, ha incassato la prima fiducia e oggi si presenta al Senato per il via libera definitivo. Ma Giuseppe Conte, presidente bis, dà la sensazione di volersi “vendicare” dopo che però… l’altro non c’è più.

Giuseppe Conte

Oggi ha detto: «Ci impegniamo a essere pazienti anche nel linguaggio, misurandolo sull’esigenza della comprensione. La lingua del governo sarà una lingua “mite”, perché siamo consapevoli che la forza della nostra azione non si misurerà con l’arroganza delle nostre parole. I cittadini ci guardano, ci ascoltano, attendono da noi una parola e un’azione all’altezza della funzione alla quale siamo chiamati». Chiaro il riferimento a Matteo Salvini. Ma perché no lo ha detto quando il leader della Lega era vicepremier e ministro dell’Interno? A scoppio ritardato.

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