Top & Flop * Martedì 10 settembre 2019

Top & Flop. Ogni notte, i protagonisti della giornata appena conclusa. Per capire meglio cosa ci attende l’indomani.

TOP

PAOLO GENTILONI

L’ex presidente del consiglio italiano Paolo Gentiloni è riuscito ad ottenere una delega importante e pesantissima come commissario europeo. Quella agli affari economici. Subentra al francese Pierre Moscovici. Cioè quello che venne a dirci, a nome dell’Ue, che o rientravamo ad un livello accettabile di debito oppure saremmo stati sottoposti ad una cura come la Grecia.

Paolo Gentiloni

Un ruolo fondamentale, delicatissimo e strategico, soprattutto nella prospettiva della revisione del Patto di stabilità. La presidente Ursula Von der Leyen ha voluto sottolineare che la delega è stata affidata «a una persona con vasta esperienza in campo economico». E specificando: «Paolo Gentiloni sarà chiamato a collaborare strettamente con Valdis Dombrovskis. Aggiungo poi che a Roma è stato appena nominato ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, una persona che conosce perfettamente quali siano le regole su cui ci siamo messi d’accordo, quali sono le aspettative dei paesi membri su regole che ci servono per rafforzare la zona euro».

Insomma la “maggioranza Ursula” esiste davvero. Paolo Gentiloni è uno di quei politici che noti soltanto dopo che ha centrato l’obiettivo. Sempre più alto, sempre più ambizioso. Nel Pd (Partito del quale è presidente) era tra quelli più contrari all’intesa con i Cinque Stelle. La prospettiva europea è una promozione sul campo. Lui continua la scalata e probabilmente la sua nomina spiana pure la strada a Romano Prodi per la presidenza della Repubblica. Cavallo di razza democristiano.

NICOLA ZINGARETTI

Se amate il calcio: un triplete. Se amate la politica: un capolavoro senza precedenti, che si è concretizzato nella stessa giornata. Con eventi politici succedutisi a poche ore di distanza. Un trionfo per Nicola Zingaretti, segretario nazionale del Pd e presidente della Regione Lazio.

Nicola Zingaretti Foto: © Imagoeconomica, Stefano Carofei

Prima le deleghe agli Affari Economici dati al commissario europeo Paolo Gentiloni, presidente del partito, fortemente voluto da “Zinga” in quel ruolo. Un’operazione anche strategica, che ha ricordato quella che tanti anni fa portò a termine Massimo D’Alema, piazzando Romano Prodi alla guida della Commissione Europea. Poi la fiducia del Senato al governo di Giuseppe Conte, alla guida di un governo con i Cinque Stelle. Inizialmente Nicola Zingaretti non era d’accordo, ma poi ha trasformato l’intuizione di Matteo Renzi in un successo politico della sua Segreteria. Mantenendo l’unità del Partito. Contemporaneamente alla Regione Lazio si concretizzava la nuova maggioranza giallorossa. Il primo laboratorio su scala locale dell’intesa tra Pd e Cinque Stelle. (leggi qui “Ventotto”: ecco la nuova maggioranza Pd-M5S in Regione Lazio).

Formidabile il lavoro di Mauro Buschini, presidente del Consiglio Regionale e “padre” del Patto d’Aula che per un anno e mezzo ha consentito il volo dell’anatra zoppa. Adesso l’anatra zoppa è… nello spazio. Per Zingaretti un triplete alla Mourinho. In dialetto romanesco: “Gni bbotta ‘na tacchia” (cioè “ogni colpo un segno, una tacca”).

FLOP

PARAGONE-RICHETTI

Gianluigi Paragone, senatore dissidente del Movimento 5 Stelle, si è astenuto sulla fiducia al governo Conte. Non ha votato contro. Al Senato non cambia la sostanza perché l’astensione è valutata come un voto contrario.

Gianluigi Paragone

Però il gesto ha una sua importanza politica. Una scelta che Paragone ha giustificato così: «La mia tentazione di votare no è forte ma mi asterrò per rispetto di chi, in buona fede, ha creduto nella rivoluzione della pochette, io resto nella trincea delle parole guerriere». Insomma, nostalgia dell’intesa con la Lega di Matteo Salvini. Sull’altro versante, quello del Pd, il pollice verso di Matteo Richetti. Che ha detto: «Non posso votare per un esecutivo nato per convenienze e ambiguità. Lei (ha detto rivolto a Giuseppe Conte) ha messo la sua firma a provvedimenti vergognosi».

Uno si sarebbe aspettato l’uscita dal Pd, come Carlo Calenda. Ma che motivazioni sono?

ALESSANDRO DI BATTISTA

È sparito. Nessuno parla più di lui. Nessuno lo intervista più. Nel Movimento Cinque Stelle è diventato il numero… dieci. Forse. L’8 agosto Alessandro Di Battista sognava la spallata all’amico-nemico Luigi Di Maio. Poi, quando Matteo Salvini ha iniziato davvero la crisi, lui si è perso.

Alessandro Di Battista

Ha cercato di difendere l’accordo con la Lega (!), in intesa con Luigi Di Maio. Quello che è successo dopo è già storia politica: Beppe Grillo si è ripreso brutalmente il Movimento dettando la linea a tutti. Davide Casaleggio compreso. Luigi Conte è rimasto presidente del Consiglio diventando anche l’uomo forte dei Cinque Stelle, l’anti Salvini, quello che fa risalire i pentastellati nei sondaggi. Luigi Di Maio non è più vicepremier, ma adesso è ministro degli Esteri. Restando, anche se formalmente, capo politico del Movimento.

E Di Battista? Nessuno lo ha visto. Cancellato.

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